Da una parte chi chiede di applicare fino in fondo le sanzioni europee contro i media del Cremlino. Dall’altra chi denuncia un clima di censura e delegittimazione. In mezzo, una democrazia che rischia di confondere il contrasto alla propaganda con la tentazione di ridurre il dissenso a colpa.
La polemica politica sul festival RT-DOC “Il tempo dei nostri eroi”, svoltosi a Bologna l’11 e il 12 aprile, si era accesa già nei giorni precedenti all’evento. Al centro delle contestazioni sono finite anche le modalità organizzative: nei giorni precedenti alla manifestazione, il senatore di Italia Viva Ivan Scalfarotto, in dichiarazioni alla stampa, sottolineava infatti che “il luogo di ritrovo della manifestazione sarà comunicato soltanto ai partecipanti che si sono prenotati, direttamente il sabato mattina”. È anche da qui che prende forma una parte rilevante del caso politico legato a RT-Doc, ricondotto all’universo mediatico di Russia Today: non solo per i contenuti proposti e per gli ospiti presenti, ma anche per quella riservatezza interpretata dai critici come un modo per sottrarre la manifestazione a contestazioni e verifiche pubbliche. A festival concluso, un canale Telegram vicino all’orbita degli organizzatori rivendica poi che l’evento si è svolto “nonostante i tentativi di individuare la sede”, confermando così, dal proprio punto di vista, il clima di forte tensione che ha accompagnato l’iniziativa.
La prima a trasformare il caso in una questione nazionale è stata Pina Picierno. L’11 aprile scorso, la vicepresidente del Parlamento europeo ha definito il festival di Bologna “la peggior propaganda putiniana” e lo ha inserito dentro quella che ha chiamato “guerra ibrida” contro “l’Italia, l’Europa, la democrazia e lo Stato di diritto”. Due giorni più tardi, nella lettera inviata a Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Piantedosi, ha scritto che “l’Italia non sta applicando in modo efficace le sanzioni europee contro i media controllati dalla Federazione russa”.
Il fondamento normativo che Picierno richiama esiste dal 2 marzo 2022, data in cui il Consiglio dell’Unione europea ha annunciato la sospensione delle attività di radiodiffusione di RT/Russia Today e Sputnik, spiegando che la misura sarebbe rimasta in vigore fino alla cessazione delle azioni di disinformazione e manipolazione dell’informazione attribuite alla Federazione russa e ai suoi organi di informazione.
Ma proprio mentre una parte della politica invocava l’applicazione rigorosa di quel quadro, dall’altra parte prendeva forma una contro-narrazione altrettanto dura. Nel comunicato diffuso il 16 aprile, l’ex diplomatica italiana Elena Basile e lo storico torinese Angelo d’Orsi aprono con parole che non lasciano spazio a equivoci: “In Europa, la situazione sta degenerando. Il Liberalismo appare superato nell’indifferenza dell’opinione pubblica e dei socialisti europei”. Nel testo accusano Pina Picierno di non perdere “occasione per lanciare strali diffamatori verso i ‘putiniani’ d’Italia” e denunciano che “ogni iniziativa culturale viene regolarmente attaccata, specialmente quelle del professor d’Orsi”. Entrando poi nel merito del caso di Bologna, i due firmatari ricordano di avere partecipato al festival del cinema documentario “Il tempo dei nostri eroi”, organizzato dalla rete internazionale RT-Doc, “nel quale si sono proiettati docufilm su varie aree di crisi nel mondo, in particolare sul genocidio di Gaza”, e accusano l’eurodeputata di avere chiesto “divieti, censure e sanzioni per i partecipanti”. Nel loro racconto, gli attacchi contro festival, presentazioni di libri e dibattiti diventano così il segno di una deriva censoria: una parte dell’intelligencija italiana ha scelto di dire pubblicamente di sentirsi sotto assedio.
Lo scontro, in realtà, covava già da settimane. Il 31 marzo la WebTV della Camera ha registrato la presentazione di ‘Catastrofe neoliberista’ di Angelo d’Orsi, indicata come “conferenza stampa di Stefania Ascari”, la deputata pentastellata. La presenza dell’autore in una sede istituzionale ha suscitato non poche polemiche; infatti, la reazione politica è arrivata fin da subito. Il leader di Azione Carlo Calenda ha definito d’Orsi “uno degli elementi fondamentali della propaganda putiniana” e ha attaccato duramente il Movimento 5 Stelle per avergli offerto quello spazio.
Il festival di Bologna, così, è diventato qualcosa di più di un semplice evento e si è trasformato nel simbolo di una frattura: da un lato c’è chi sostiene che non si possa continuare a tollerare, in nome del pluralismo, la circolazione di contenuti riconducibili a un network sanzionato dall’Unione europea; dall’altro c’è chi vede in questa linea il rischio di allargare la categoria della propaganda fino a includervi studiosi, ex diplomatici, giornalisti, registi, spettatori. Quanto accaduto non riguarda solo RT, ma il modo in cui una democrazia decide di distinguere tra informazione ostile, propaganda, dissenso, provocazione culturale e semplice partecipazione a uno spazio di dibattito.
La tensione, ormai, si è spostata pienamente sul piano istituzionale. Ivan Scalfarotto ha portato il caso in Parlamento con un’interrogazione rivolta al ministro dell’Interno, chiedendo se l’organizzazione di festival, proiezioni e campagne pubblicitarie da parte di un soggetto sanzionato come Russia Today possa configurare una violazione delle misure europee. Il conflitto, così, ha oltrepassato i confini della polemica mediatica per entrare in quello, ben più delicato, del controllo politico e amministrativo.
Ed è qui che la faccenda diventa costituzionale, perché se da un lato esiste un quadro sanzionatorio europeo reale e vigente, dall’altro l’ordinamento italiano tutela la libertà di espressione con parole che non possono essere considerate decorative. L’articolo 21 della Costituzione dice che tutti hanno diritto di “manifestare liberamente il proprio pensiero” e che “la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Anche la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, all’articolo 11, tutela la libertà di ricevere e diffondere informazioni e idee senza ingerenze pubbliche. Il punto, allora, non è negare uno dei due poli del problema, ma capire dove si collochi il confine tra applicazione delle sanzioni e compressione dello spazio pubblico.
Il paradosso, in fondo, non è nuovo. È lo stesso che per anni ha segnato il rapporto dell’Europa con il gas russo: sanzioni, condanne, dichiarazioni di principio, ma al tempo stesso margini di dipendenza economica sopravvissuti nella pratica, come dimostra il lungo ricorso europeo all’LNG proveniente da Mosca. Anche qui il punto non è negare la necessità di reagire a un’aggressione, bensì interrogarsi sulla coerenza di un’Unione che, mentre invoca rigore assoluto sul terreno dell’informazione, ha impiegato anni per recidere fino in fondo i propri legami energetici con la Russia.
Quel confine, oggi, è tutt’altro che limpido. L’interrogazione depositata al Senato dopo il festival di Bologna chiede al ministro dell’Interno se durante l’evento siano stati messi a disposizione del pubblico contenuti rientranti nel divieto previsto dal regolamento UE e ricorda un dossier di Europa Radicale che censisce 192 episodi in Italia, dal 2024 al febbraio 2026, ritenuti violazioni del regolamento europeo. Ed ecco che questo atto ispettivo diventa un’accusa politica formalizzata, segno che la contesa è ormai uscita dai social e dai giornali per entrare pienamente nel circuito istituzionale.
Nel comunicato di Basile e d’Orsi compaiono poi due nomi che allargano la questione oltre il caso italiano. Sono proprio i firmatari a scrivere: “Ricordiamo che la Commissione Europea, organo esecutivo e non giudiziario, ha bloccato i conti al politologo svizzero Jacques Baud senza processo, limitando duramente la sua libertà di circolazione e ha ricattato economicamente la Biennale. Le banche dei Paesi europei applicano nell’indifferenza delle destre e dei socialisti europei le sanzioni statunitensi a Francesca Albanese”. Si tratta di casi diversi e non sovrapponibili, ma la loro evocazione serve a Basile e d’Orsi per rafforzare l’idea di una pressione crescente contro voci ritenute scomode.
L’attenzione va ben oltre la disputa tra Picierno e Basile, tra Calenda e d’Orsi, tra chi invoca il rigore delle sanzioni e chi denuncia un bavaglio politico. Il cuore è il clima che si produce quando il dissenso smette di essere contestato e comincia a essere trattato come contaminazione. Picierno parla di propaganda e di guerra ibrida; Basile e d’Orsi parlano di censura e intimidazione. Le parole sono opposte, quasi inconciliabili, ma proprio per questo raccontano la stessa paura: quella di un Paese in cui la battaglia sull’Ucraina non si combatte più solo attorno ai fatti, bensì attorno al diritto stesso di parlare, di ospitare, di ascoltare.
Non a caso, nel loro comunicato, i due ricorrono a formule che hanno il tono netto di un appello alla mobilitazione civile: “La censura dei media russi decisa dalla Commissione europea è contraria ai nostri principi costituzionali”; “I cittadini europei sono liberi, fino a prova contraria, di ascoltare propaganda ucraina, russa, NATO, cinese, statunitense, iraniana e di farsi la propria opinione”; e ancora: “La censura è una violenza autoritaria e intimamente fascista”. Il lessico è radicale, volutamente divisivo, ma rende evidente la posta in gioco che Basile e d’Orsi intendono sollevare: non una semplice polemica tra opposte fazioni, bensì una battaglia sul perimetro stesso della libertà di espressione in tempo di guerra.
E allora resta sospeso il nodo più scomodo e decisivo: una democrazia deve sapersi difendere dalla propaganda di un regime che usa l’informazione come arma, ma non può farlo al prezzo di colpire anche il dissenso, la critica e la libertà di confronto. Perché una democrazia che smette di distinguere tra propaganda, provocazione culturale e voce eterodossa rischia di mutilarsi da sé. Il punto non è assolvere RT, né negare l’esistenza della disinformazione. Il punto è evitare che ogni presenza sgradita venga trattata come una contaminazione e che il dibattito pubblico si riduca a un recinto di autorizzati. In quel momento il problema non sarebbe più soltanto la battaglia contro la propaganda, ma la fragilità di un Occidente che, nel timore di essere vulnerabile, rischia di comprimere proprio quelle libertà che dice di voler preservare.