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15 Aprile 2026 - 18:30
C’è qualcosa di profondamente rivelatore nell’entusiasmo con cui una parte dell’opinione pubblica europea ha salutato la vittoria di Péter Magyar. Lo si racconta come il liberatore, il volto pulito che chiude l’era Orbán e restituisce l’Ungheria alla “vera Europa”. Ma basta leggere un po’ meglio la traiettoria del suo partito per capire che il quadro è molto meno consolatorio. Magyar guida Tisza, una forza di centrodestra che non rompe affatto con l’impianto identitario e securitario dell’ultimo quindicennio: Reuters scrive che, come Fidesz, Tisza si oppone alle quote europee sui migranti e manterrebbe il muro al confine costruito da Viktor Orbán. Non è la fuga dell’Ungheria dalla destra: è solo il passaggio a una destra più trattabile, più lucida nella forma, più presentabile nei palazzi di Bruxelles.
Ed è qui che si consuma il primo grande equivoco. Chi festeggia la “caduta del sovranismo” in realtà sta applaudendo una destra che, sull’immigrazione, resta saldamente dentro il perimetro del controllo duro delle frontiere. Non c’è alcuna rivoluzione progressista o un rovesciamento valoriale. Vi è, semmai, una ricollocazione geopolitica e stilistica: meno amicizia sfacciata con Mosca, meno conflitto permanente con la Commissione, meno veto come arma identitaria, ma l’ossatura politica resta conservatrice e questo dovrebbe bastare a raffreddare molte esultanze...
Anche sull’Ucraina, del resto, il racconto eroico si sgonfia appena si entra nel merito. Magyar ha detto chiaramente che il suo governo non sosterrà l’ingresso accelerato di Kiev nell’Unione Europea e che una decisione del genere dovrebbe passare da un referendum. AP e Reuters notano inoltre che non si presenta come un leader apertamente filoucraino, ma come un interlocutore più pragmatico e meno ostile di Orbán. Dunque no: non sta arrivando a Budapest un governo crociato per Kiev. Sta arrivando un governo che probabilmente toglierà gli ostacoli più clamorosi, ma senza convertirsi in avamposto ideologico dell’Ucraina.
Allora, se Magyar non incarna affatto una svolta filoucraina, perché la sua vittoria viene letta quasi come un successo strategico dell’Europa in guerra? La risposta sta anche nel modo in cui, da mesi, viene evocata la minaccia russa sul continente. Attenzione, però: una guerra d’invasione russa in Europa esiste già, perché l’Ucraina è Europa. Quello che invece le stesse fonti ufficiali occidentali non descrivono oggi è lo scenario di un’invasione convenzionale imminente dell’UE o della NATO, come viene spesso suggerito nel dibattito pubblico. L’intelligence militare danese scrive che al momento non esiste una minaccia di attacco militare regolare contro la Danimarca, pur aggiungendo che il rischio crescerà nei prossimi anni man mano che Mosca ricostruirà le proprie capacità. La NATO, dal canto suo, parla della possibilità che la Russia possa essere pronta a usare la forza contro l’Alleanza entro cinque anni ma il segretario Mark Rutte precisa di non aspettarsi oggi un’offensiva contro territorio NATO... Intanto, il Consiglio dell’UE insiste soprattutto sulle attività ibride russe: sabotaggi, attacchi cyber, interferenze informative, tentativi di colpire infrastrutture critiche e di minare i processi democratici. In altre parole, la minaccia è ben diversa dalla narrazione semplificata di un’invasione imminente dell’Europa comunitaria.
Letta in questa prospettiva, la reazione di Bruxelles, Kiev e dei mercati appare molto più comprensibile. Si tratta di una ragione molto concreta, molto meno nobile della narrativa sui “valori europei”: con Orbán fuori, diventa più facile far passare soldi, prestiti, strumenti industriali e pacchetti politici legati alla guerra. Reuters ha scritto esplicitamente che la sconfitta di Orbán rimuove il più duro oppositore europeo dell’Ucraina e potrebbe sbloccare il prestito UE da 90 miliardi di euro. Il Consiglio dell’UE ha chiarito che quei 90 miliardi coprono due terzi del fabbisogno ucraino per il 2026-2027; il Parlamento europeo ha precisato che 60 miliardi saranno destinati al rafforzamento delle capacità di difesa ucraine e all’acquisto di equipaggiamento militare.
Qui il lessico conta. Per anni si è parlato di pace, deterrenza, sicurezza collettiva, ma i numeri e i testi ufficiali raccontano anche altro: un’Europa che sta costruendo, pezzo dopo pezzo, una propria infrastruttura di finanziamento della difesa. Il programma SAFE prevede fino a 150 miliardi di euro di prestiti per investimenti militari, ed è il primo pilastro del piano Readiness 2030 (ReArm Europe), che la Commissione presenta come capace di mobilitare oltre 800 miliardi di spesa per la difesa nell’Unione. Se volessimo chiamarla “economia di guerra” non sarebbe dunque soltanto una formula polemica, bensì una definizione politica che trova riscontro in strumenti, cifre e priorità industriali ormai messi nero su bianco dalle istituzioni europee.
In questo scenario, l’euforia di una certa sinistra appare davvero paradossale. Perché non si sta applaudendo l’arrivo di un’alternativa sociale, redistributiva o umanitaria, ma l’arrivo di un esecutivo che renderà più lineare il funzionamento di una macchina europea sempre più orientata a difesa, riarmo, procurement comune, credito e sostegno industriale bellico. Si può ritenere che sia necessario, si può considerarlo inevitabile, ma chiamarlo pacifismo è una torsione semantica quasi grottesca. Le stesse istituzioni europee presentano questi strumenti come leve per aumentare rapidamente la prontezza militare, sostenere la produzione e rafforzare l’industria della difesa.
Resta poi l’obiezione più seria: se Magyar volesse, domani, comportarsi come Orbán, chi potrebbe fermarlo davvero? La domanda non è retorica. AP riferisce che Tisza ha conquistato 138 seggi su 199, cioè una maggioranza dei due terzi. Reuters osserva che un simile risultato consente di modificare la costituzione e smontare gran parte dell’impianto orbaniano. Ma un potere così vasto, in un sistema già deformato da anni di centralizzazione, non è rassicurante per definizione: è rassicurante solo se ci si fida ciecamente di chi lo detiene e la fiducia cieca, in politica, è quasi sempre il primo passo verso la delusione.
Certo, esistono differenze importanti: Magyar promette misure anticorruzione, adesione alla Procura europea, riforme per la libertà dei media e lo sblocco dei fondi congelati. Sono segnali reali, non irrilevanti ma non cancellano il dato strutturale: l’Ungheria resta un sistema in cui la vittoria netta può trasformarsi rapidamente in dominio. Freedom House continua a classificare il paese come “Partly Free” e, nella scheda Paese, ricorda che sotto Fidesz i cambiamenti costituzionali e legislativi hanno consolidato il controllo sulle istituzioni indipendenti. Anche Reuters segnala che, nonostante la vittoria di Magyar, restano nei gangli dello Stato molti uomini nominati nell’era Orbán. In un contesto del genere, la sola alternanza non basta a garantire il pluralismo.
Per questo la lettura più onesta è anche la più scomoda: la vittoria di Magyar non è la liberazione dell’Ungheria dalla destra, ma la sostituzione di una destra filorussa con una destra più compatibile con i meccanismi dell’Unione. Orbán era l’uomo del veto permanente; Magyar rischia di diventare l’uomo della normalizzazione utile. Il problema, per chi ha a cuore davvero la democrazia, non è solo chi governa Budapest. Il problema è che l’Europa sembra commuoversi molto di più quando cade un ostacolo procedurale ai propri obiettivi strategici che non quando si apre un vero spazio di pluralismo politico.
E allora sì: festeggiare è possibile, ma solo sapendo che cosa si sta festeggiando davvero. Non la fine della destra ungherese, non l’alba di una nuova stagione progressista. Piuttosto, la nascita di un potere più integrabile, più utile a Bruxelles, che al contempo potrebbe restare lontanissimo da quella promessa democratica che oggi, troppo in fretta, molti fingono già compiuta.
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