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Iran, Israele, Usa: come la guerra nel Golfo rafforza la Russia e indebolisce l’Ucraina

La guerra iniziata il 28 febbraio 2026 non sta incendiando soltanto il Medio Oriente: sta spostando denaro, armi, priorità strategiche e margini diplomatici. E nel nuovo equilibrio, tra asse Russia-Iran, petrolio, droni e rotte logistiche, Mosca può guadagnare molto più di quanto l’Occidente sia disposto ad ammettere, mentre l’Ucraina rischia di pagare il prezzo più alto di una guerra combattuta altrove

Iran, Israele, Usa: come la guerra nel Golfo rafforza la Russia e indebolisce l’Ucraina

Non esistono più guerre davvero regionali, non quando il petrolio passa per Hormuz, i droni arrivano da Yelabuga, i tavoli diplomatici si spostano da Islamabad a Ginevra e ogni crisi diventa un acceleratore di un’altra. La guerra cominciata il 28 febbraio 2026 con l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, e poi rallentata solo da una tregua di due settimane annunciata l’8 aprile, ha già mostrato una verità scomoda: il suo epicentro è mediorientale, ma le sue onde d’urto arrivano dritte fino a Kiev. Reuters, il 7 aprile scorso, ha riportato che il conflitto ha sconvolto i flussi energetici mondiali; AP e altri osservatori hanno descritto il cessate il fuoco come fragile, immediatamente insidiato dalle tensioni su Hormuz e dagli sviluppi in Libano. 

Il primo errore, allora, sarebbe raccontare questa crisi come una questione separata rispetto all’Ucraina. Il secondo sarebbe considerare il rapporto tra Mosca e Teheran un semplice matrimonio di convenienza. La realtà è più densa. Nel gennaio 2025 Vladimir Putin e Masoud Pezeshkian hanno firmato un trattato di partenariato strategico ventennale che non contiene un obbligo automatico di difesa reciproca, ma formalizza una cooperazione profonda in sicurezza, difesa, esercitazioni militari, energia, finanza, trasporti e nucleare civile. Reuters ha sottolineato subito che non si tratta di una NATO in miniatura; il testo del trattato, però, mostra chiaramente che non siamo più davanti a una relazione improvvisata. 

Il punto più rivelatore è l’articolo 4, dove si legge che i servizi di intelligence e sicurezza dei due Paesi “si impegnano a scambiarsi informazioni ed esperienza”.Attenzione però, questo non obbliga Mosca a inviare soldati in Iran, ma crea una base giuridica per una collaborazione che può rivelarsi decisiva nelle aree grigie del conflitto: intelligence, tecnologia, addestramento, logistica, cybersicurezza e triangolazioni finanziarie. In altre parole, non un’alleanza totale, ma una macchina di coordinamento pronta ad attivarsi quando la pressione occidentale aumenta. 

Nicole Grajewski, docente di relazioni internazionali al CERI di Sciences Po, il Centre de recherches internationales dell’ateneo parigino, dove studia in particolare i rapporti tra Russia e Iran e le politiche nucleari e militari dei due Paesi, ha spiegato in un intervento dell’11 febbraio scorso che il legame tra Mosca e Teheran “non è un’alleanza paragonabile alla NATO”. Si tratta, piuttosto, di un allineamento strategico che sfugge alle etichette classiche: meno rigido di un blocco militare, ma più strutturato di una partnership puramente opportunistica. Sulla stessa linea, il Middle East Council on Global Affairs definisce questo rapporto come un “transazionalismo strategico”: una cooperazione pragmatica, fondata sugli interessi, ma ormai abbastanza profonda da produrre effetti concreti e duraturi. Questa definizione aiuta a evitare due semplificazioni opposte: quella di chi tende a minimizzare la portata del rapporto tra Russia e Iran e quella di chi, al contrario, lo descrive automaticamente come una fusione totale e senza attriti di interessi politici, militari ed economici.

Per l’Ucraina, però, la distinzione accademica conta fino a un certo punto. Kiev guarda ai risultati concreti. Prima l’Iran ha fornito a Mosca i droni Shahed, poi la Russia ha trasformato quella dipendenza in produzione interna, e ora, secondo le accuse ucraine, il flusso di conoscenze e supporto starebbe andando anche nella direzione opposta. Nel settembre 2024 il ministero degli Esteri ucraino affermava che la Russia aveva già lanciato 8.060 droni Shahed di sviluppo iraniano dall’inizio dell’invasione su larga scala. Nell’aprile 2025 Kiev aveva poi dichiarato di aver colpito in Tatarstan il sito di assemblaggio finale dei droni a lungo raggio, indicandone una capacità di circa 300 unità al giorno. Nel marzo scorso il CSIS, centro di analisi strategica con sede a Washington, ha mostrato con immagini satellitari la continua espansione dell’impianto di Yelabuga, legandola all’aumento della produzione russa di droni di progettazione iraniana.

È in questo quadro che le accuse emerse nei primi giorni di aprile acquistano un peso ben più grande di quello di una normale schermaglia propagandistica. Reuters, martedì scorso, ha riferito di una valutazione dell’intelligence ucraina secondo cui satelliti russi avrebbero effettuato almeno 24 ricognizioni su 46 obiettivi in 11 Paesi mediorientali tra il 21 e il 31 marzo, e che a quelle osservazioni sarebbero seguiti attacchi iraniani contro basi, aeroporti, campi petroliferi e altre infrastrutture. Reuters ha aggiunto che una fonte militare occidentale e una fonte di sicurezza regionale avevano a loro volta indicato intensa attività satellitare russa e condivisione di immagini con Teheran. La Casa Bianca ha minimizzato l’impatto operativo di questo supporto, ma il solo fatto che una simile ipotesi sia ritenuta plausibile da più fonti fotografa quanto l’asse si sia approfondito. 

Vladimir Zelenskij, nel corso di un’intervista ad AP del 4 aprile scorso ad Istanbul e rilanciata il giorno seguente sul suo canale Telegram, ha condensato parte della vicenda russo-iraniana in questa frase: “Naturalmente, tutta l’esperienza maturata dalla Russia nel corso della guerra contro l’Ucraina viene trasferita all’Iran”. Una dichiarazione che, al di là della sua valenza politica, sottolinea un punto preciso: secondo Kiev, Mosca considera l’Ucraina un banco di prova bellico in cui sono state affinate tecniche di impiego dei droni, attacchi contro le reti energetiche, saturazione delle difese aeree e logoramento sistematico delle infrastrutture civili. Se questo patrimonio operativo viene condiviso con Teheran, il conflitto ucraino smette di essere un fronte circoscritto e si trasforma in un modello di guerra esportabile. Non è un dettaglio nemmeno il fatto che, mentre sull’Iran cadevano le bombe, la cooperazione economica tra i due Paesi non si sia fermata: l’EXPO-RUSSIA IRAN 2026 risultava ancora in calendario per novembre a Teheran, con focus su energia, trasporti, alta tecnologia, industria e cooperazione interregionale. Un segnale che il rapporto tra Mosca e Teheran continua a consolidarsi ben oltre l’emergenza militare.

Mosca, intanto, mantiene una linea improntata alla prudenza diplomatica. Il Cremlino ha accolto con favore il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran e ha espresso l’auspicio che Washington possa tornare a concentrarsi anche sui colloqui relativi all’Ucraina. Parallelamente, diversi analisti osservano che la crisi nel Golfo potrebbe produrre effetti indirettamente favorevoli per il Paese sul piano energetico. Tra questi c’è l’analista russo Sergej Vakulenko, ricercatore del Carnegie Russia Eurasia Center ed esperto del settore petrolifero e del gas, secondo il quale l’instabilità nel Golfo Persico potrebbe tradursi in benefici economici. In questa direzione vanno anche i calcoli di Reuters: questo mese, la principale tassa sull’estrazione petrolifera potrebbe quasi raddoppiare, arrivando a circa 9 miliardi di dollari, sospinta dall’aumento dei prezzi dell’energia seguito alla crisi iraniana. Sempre secondo Reuters, a marzo il greggio Urals utilizzato come riferimento fiscale è salito a 77 dollari al barile, il livello più alto dall’ottobre 2023.

Qui si manifesta il paradosso più brutale di questa guerra: ciò che destabilizza il mondo può stabilizzare, almeno nel medio periodo, il bilancio del Cremlino. L'8 aprile, la Banca Mondiale ha avvertito che il conflitto in Medio Oriente è un rischio importante per l’economia globale e che, nell’Europa e Asia centrale, gli esportatori energetici possono beneficiare temporaneamente dei prezzi più alti, mentre la maggior parte dei Paesi importatori subirà pressioni fiscali e sulla bilancia dei pagamenti. Nello stesso aggiornamento la banca prevede che la crescita della Russia nel 2026 resti debole, allo 0,8%, ma che l’Ucraina rallenti all’1,2%. Ciò non significa che la Russia sia diventata improvvisamente forte perché il petrolio è salito, ma che in guerra basta anche solo respirare un po’ meglio, finanziariamente, per continuare a colpire. 

Ed è proprio qui che il conflitto ucraino rischia di subire le conseguenze non soltanto di ciò che la Russia guadagna, ma anche di ciò che l’Occidente perde. In un’analisi pubblicata il 30 marzo dal Council on Foreign Relations, lo storico militare statunitense Max Boot ha sostenuto che il conflitto iraniano stia diventando un nuovo fronte della guerra per procura tra Russia e Ucraina: Mosca beneficia del rialzo energetico e della distrazione americana, mentre Washington consuma risorse, attenzione politica e munizioni, soprattutto nel campo della difesa aerea, che potrebbero servire a Kiev. La sua è una lettura analitica, non un dato di bilancio, ma si innesta comunque su un fatto concreto: Reuters ha riferito che i negoziati sulla guerra in Ucraina mediati da Washington si sono inceppati proprio a causa dell’escalation in Medio Oriente, mentre The Guardian racconta la crescente preoccupazione ucraina per l’indebolimento delle garanzie di sicurezza statunitensi. 

In questo slittamento di priorità, si apre una domanda sempre meno marginale nelle cancellerie occidentali: fino a che punto l’Europa - e gli Stati Uniti - saranno ancora in grado di sostenere Kiev con la stessa intensità di prima? Un sostegno che sta diventando ogni giorno più costoso sul piano politico, militare ed energetico. Se il Medio Oriente continua ad assorbire attenzione diplomatica, sistemi di difesa aerea, risorse finanziarie e spazio mediatico, allora il fronte ucraino rischia di perdere centralità non per una scelta dichiarata, ma per logoramento progressivo.

In altre parole, la guerra con l’Iran colpisce l’Ucraina su almeno quattro piani simultanei: aumenta i ricavi energetici della Russia; sposta l’attenzione politica e diplomatica di Washington; rafforza la cooperazione tecnico-militare tra Mosca e Teheran, almeno nelle sue forme non dichiarate e, infine, aggrava il costo dell’energia e quindi la fatica economica di quei Paesi europei – Italia inclusa - che devono continuare a finanziare Kiev. Quando il petrolio torna a correre verso i 100 dollari e il gas liquefatto lascia dietro di sé un settore profondamente segnato, come ha detto a Reuters Menelaos Ydreos, segretario generale dell’International Gas Union (IGU), non stiamo parlando solo di mercati: stiamo parlando della sostenibilità politica di una guerra lunga in Europa.

C’è poi una dimensione meno spettacolare, ma strategicamente decisiva: quella delle infrastrutture e dei corridoi. Mosca e Teheran stanno cercando di trasformare la comune esperienza delle sanzioni in un ecosistema alternativo fatto di pagamenti in valute nazionali, canali finanziari meno esposti all’Occidente, cooperazione energetica e collegamenti logistici nuovi. Reuters, riassumendo il trattato del 2025, ha spiegato che i due Paesi intendono sviluppare “un moderno sistema di pagamento svincolato da Paesi terzi”. E il corridoio Nord-Sud, di cui la ferrovia Rasht-Astara è un anello chiave, continua a essere presentato dal Cremlino come un’alternativa strategica alle rotte dominate dall’Occidente. Da qui il ritorno all’EXPO-RUSSIA IRAN 2026, che non è soltanto una fiera economica, ma un messaggio politico di continuità, quasi una dichiarazione di sfida.

Naturalmente i limiti esistono: l’Iran non vuole diventare un satellite della Russia e Mosca continua a calibrare le proprie mosse tenendo conto anche dei rapporti con Israele, con i Paesi del Golfo, con la Cina e con l’India. Il rapporto, insomma, resta asimmetrico, mobile, pieno di cautele,ma è proprio in questa elasticità che risiede la sua forza strategica: per produrre effetti concreti sul conflitto ucraino non serve che Russia e Iran diventino una nuova alleanza organica antioccidentale. Basta che restino sufficientemente allineati da scambiarsi ciò che serve - droni, esperienza, intelligence, strumenti finanziari, reti di aggiramento delle sanzioni, capacità cyber e letture condivise del rischio - ed è uno scenario che, sotto molti aspetti, sta già prendendo forma.

Analizzando la situazione, si può dire che nel breve periodo questa guerra favorisca più la Russia che l’Ucraina. Favorisce Mosca perché le offre respiro sul piano energetico, rafforza il valore del partenariato con Teheran, sposta l’attenzione americana e rende più oneroso per l’Europa mantenere lo stesso livello di sostegno a Kiev. Il vantaggio russo, però, non è illimitato: la crescita resta debole, il deficit pesa, la macchina bellica consuma risorse immense e un Medio Oriente troppo destabilizzato può diventare difficile da gestire anche per chi oggi riesce a trarre beneficio dagli shock energetici. Ma sarebbe un errore scambiare tutto questo per una semplice parentesi favorevole: la guerra che si combatte altrove sta già producendo effetti concreti sul conflitto ucraino, modificando gli equilibri del fronte europeo, accentuando il logoramento dell’Occidente e riducendo progressivamente la centralità di Kiev nello scacchiere internazionale.

La conclusione, allora, è forse la più scomoda. Il Golfo, Hormuz, il Mar Nero, il Donbass, Yelabuga, Teheran e Kiev non sono più scenari separati, ma segmenti della stessa partita strategica. In questa partita, gli attori che contestano l’ordine occidentale imparano gli uni dagli altri, trasferiscono tecnologie, assorbono gli shock e costruiscono reti parallele per resistere a sanzioni, isolamento e guerra prolungata. Iran e Ucraina non sono crisi parallele, e Mosca e Teheran lo hanno compreso benissimo: la battaglia vera non si decide soltanto dove cadono i missili, ma anche dove si spostano l’attenzione, il denaro, il petrolio e il tempo.

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