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“That’s not cool!”. Apple, Durov e la guerra delle VPN che stringe la Russia

Il fondatore di Telegram accusa Cupertino dopo la rimozione di nuove app dall’App Store russo. Ma dietro quel post c’è molto di più: la strategia di Mosca per soffocare l’accesso all’informazione, l’uso del Deep Packet Inspection e il ruolo sempre più controverso delle Big Tech occidentali

“That’s not cool!”. Apple, Durov e la guerra delle VPN che stringe la Russia

Pavel Durov accusa Apple: nel mirino la rimozione di app VPN dall’App Store russo, sullo sfondo della stretta di Mosca sulla rete.

Non è soltanto un messaggio pubblicato sui social ma una fenditura che si apre su uno dei fronti più opachi della Russia contemporanea: quello del controllo digitale. Pavel Durov, fondatore di Telegram, ha accusato Apple di aver bannato dall’App Store russo diverse app VPN che aiutavano gli utenti ad aggirare la censura costruita da Mosca attraverso sistemi di filtraggio sempre più sofisticati. Il tono del post è secco, quasi trattenuto, ma l’accusa è durissima: Apple, scrive Durov, ha colpito proprio quegli strumenti che permettevano ai cittadini russi di respirare oltre la rete chiusa del Cremlino. 



Dietro quella frase, però, non c’è un episodio isolato. C’è una storia che va avanti da tempo e che racconta come la censura russa non si limiti più a oscurare siti o bloccare singole piattaforme. Oggi il potere agisce in modo più profondo, più tecnico, più difficile da vedere. Non spegne soltanto le finestre sull’esterno: prova a eliminare anche le chiavi che permettono di riaprirle. In questa logica si inserisce la rimozione delle VPN e dei client proxy dall’ecosistema Apple in Russia, un passaggio che per molti osservatori segna un ulteriore restringimento dello spazio informativo disponibile ai cittadini. 

La prima ondata di questa stretta è emersa chiaramente nell’estate del 2024. Il 4 luglio di quell’anno Reuters riferì che Apple aveva rimosso 25 applicazioni VPN dall’App Store russo, agendo in conformità con una richiesta del Roskomnadzor, il potente regolatore statale delle comunicazioni. Il dato era già allora significativo, perché mostrava come la pressione del Cremlino non si esercitasse solo sui media o sui social network, ma anche sugli strumenti tecnici usati per aggirare i blocchi. In altre parole, non veniva colpito soltanto il contenuto: veniva colpita la possibilità stessa di raggiungerlo. 

Quella cifra, però, si è presto rivelata parziale. Un’analisi pubblicata nel settembre 2024 dall’Apple Censorship Project ha sostenuto che il numero reale delle VPN rimosse dall’App Store russo fosse ben più alto di quello reso noto pubblicamente, parlando di una riduzione molto più ampia e continuativa della disponibilità di questi strumenti. Anche altri report indipendenti e articoli internazionali hanno descritto un quadro simile, parlando di decine e decine di applicazioni rese indisponibili senza una reale trasparenza sul processo, sui criteri usati o sui tempi delle rimozioni. 

È qui che il post di Durov acquista peso perché arriva dopo mesi in cui la rimozione delle VPN dall’App Store russo è stata denunciata da organizzazioni per i diritti digitali, da associazioni per la libertà di stampa e da gruppi della società civile. Access Now, insieme ad altre organizzazioni russe e internazionali, ha rivolto ad Apple un appello esplicito a ripristinare le applicazioni bloccate, sostenendo che per molti cittadini russi quei servizi non rappresentano un optional tecnologico, ma uno dei pochi strumenti rimasti per accedere a informazioni indipendenti e comunicare fuori dai recinti imposti dallo Stato. Anche RSF (Reporters Sans Frontières) e CPJ (Committee to Protect Journalists) hanno contestato la scelta dell’azienda, leggendola come un favore oggettivo all’isolamento informativo del Paese. 

La novità di queste ore è che la stretta non riguarderebbe più soltanto le VPN tradizionali o commerciali, ma anche strumenti più tecnici e flessibili, usati da utenti avanzati per configurare canali alternativi, server privati e proxy personalizzati. Tra le app citate in queste segnalazioni figurano Streisand, V2Box, v2RayTun e Happ Proxy Utility ma attenzione: questa lista non risulta al momento confermata pubblicamente da Apple.

Torniamo all’espressione usata da Durov: “DPI-based censorship” che non è affatto una formula retorica. DPI, acronimo di Deep Packet Inspection, è una tecnologia che consente di analizzare il traffico internet in modo molto dettagliato, identificando protocolli, destinazioni e modelli di comunicazione. In un contesto belligerante, questa capacità tecnica si trasforma in uno strumento di controllo capillare: permette di rallentare, deviare, limitare o bloccare specifici servizi, incluse le VPN, senza dover necessariamente oscurare l’intera infrastruttura. È una forma di censura più sofisticata di quella tradizionale, perché agisce nel tessuto stesso della rete e rende l’accesso alla libertà un percorso sempre più fragile, intermittente, incerto. 

Mosca lavora da tempo in questa direzione. Già nell’ottobre 2023 Reuters aveva riferito che la Russia si preparava a bloccare in modo più aggressivo i servizi VPN a partire dal marzo 2024. Nello stesso anno, secondo Freedom House, è entrata in vigore una normativa che vieta ai siti web di pubblicare informazioni sugli strumenti di elusione dei blocchi, incluse le VPN, o di farne pubblicità. Questo significa che la repressione non prende di mira solo le tecnologie, ma anche il sapere necessario per utilizzarle. Non si vuole soltanto impedire di aprire una porta: si vuole cancellare perfino la memoria di dove si trovi la maniglia. 

Dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, la domanda di VPN in Russia è cresciuta proprio perché il Cremlino ha ristretto l’accesso a social network, media occidentali e piattaforme indipendenti. Le VPN sono diventate, per milioni di persone, non solo strumenti di privacy ma ponti informativi. Hanno consentito di leggere testate in esilio, consultare fonti straniere, aggirare le versioni mutilate della realtà offerte dall’apparato ufficiale. È per questo che la loro rimozione da uno store dominante come quello di Apple ha un impatto che va ben oltre il piano tecnico: colpisce l’accesso all’informazione in uno dei contesti più repressivi del continente europeo. 

Oggi la guerra continua e il contesto si fa ancora più duro. Proprio in queste ore, Reuters ha descritto l’attuale fase come una “great crackdown”, una grande stretta in cui le autorità russe stanno intensificando la lotta alle VPN usate da milioni di utenti per aggirare la censura online. Secondo quella ricostruzione, a gennaio 2026 erano già state bloccate oltre 400 VPN, con un aumento di circa il 70% rispetto all’anno precedente. Nello stesso quadro rientrano - sempre citando Reuters -  dei blocchi del traffico mobile, alcune limitazioni imposte a determinate funzioni di piattaforme come Telegram e, nel caso di WhatsApp, un’escalation culminata nell’ampliamento dei poteri degli apparati di sicurezza sulla comunicazione digitale.

Questo rende la vicenda Apple ancora più delicata perché la questione non è soltanto se un’azienda privata debba rispettare la legge del Paese in cui opera. La questione, più profonda, è fino a che punto l’osservanza delle norme locali possa trasformarsi in complicità materiale con un sistema di censura. Le Big Tech si trovano spesso a invocare la neutralità procedurale: “rispettiamo le leggi dei Paesi in cui siamo presenti” che comporta conseguenze politiche reali. 

Il caso russo è emblematico proprio perché mostra quanto questa frontiera sia diventata sottile. Apple non appare come l’ideatrice della censura, ma come uno snodo attraverso cui la censura passa e si consolida: è la differenza tra impugnare direttamente il manganello e consegnare, silenziosamente, le chiavi della stanza in cui verrà chiuso qualcuno. Formalmente non sei tu ad arrestare però rendi l’arresto più semplice. Nel mondo digitale, togliere uno strumento di aggiramento da uno store può produrre effetti molto simili: non hai scritto la legge repressiva, ma la rendi più efficace. 

Il fatto che a sollevare il caso sia Durov aggiunge un altro livello di lettura. Telegram ha avuto con la Russia un rapporto ambiguo, tempestoso, mai del tutto lineare. In passato è stata oggetto di tentativi di blocco, poi tollerata, poi di nuovo sottoposta a pressioni e restrizioni. Oggi il suo fondatore si presenta come accusatore di Apple nel momento in cui la Russia spinge ancora di più verso un internet sorvegliato e segmentato. Questo non rende automaticamente Durov un arbitro imparziale, ma rende il suo intervento significativo: conosce dall’interno il linguaggio della pressione statale sui canali digitali e sceglie di colpire un altro gigante tecnologico proprio sul terreno più sensibile, quello della libertà di accesso. 

È una censura meno teatrale, ma non meno violenta. Anzi, proprio la sua apparente invisibilità la rende più efficace. L’utente apre lo store, non trova più l’app che usava, fatica a capire il perché, prova alternative, inciampa in nuovi blocchi, si stanca e in quella stanchezza tecnica si annida il successo del potere. Per il Cremlino, del resto, la partita è chiarissima: controllare lo spazio informativo non significa soltanto zittire chi parla, ma anche impedire agli altri di ascoltare voci diverse. Le VPN, in questo schema, sono pericolose perché incrinano l’idea stessa di una rete nazionale disciplinata, dove la realtà passa soltanto attraverso le maglie approvate dallo Stato. Sono un antidoto tecnico alla propaganda, e proprio per questo sono finite nel mirino. Prima sono arrivate le norme, poi i blocchi, poi le pressioni sugli store, poi la criminalizzazione crescente di tutto ciò che ruota attorno all’elusione dei filtri. 

Questo fatto va ben oltre Apple e Durov, riguarda il futuro della libertà digitale in un’epoca in cui le infrastrutture dell’informazione sono controllate da pochi grandi attori privati e i Paesi in guerra hanno imparato a usare proprio quella concentrazione come leva. Se basta una richiesta del regolatore russo per far sparire strumenti essenziali dallo store di una multinazionale americana, il confine tra ecosistema globale e sovranità repressiva diventa sempre più poroso. E a pagarne il prezzo, ancora una volta, non sono i grandi nomi che litigano in pubblico, ma gli utenti comuni: quelli che cercano una finestra e si ritrovano davanti un muro. 

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