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12 Marzo 2026 - 10:10
Il commissario europeo alla Cultura Glenn Micallef, il presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco e la vicepresidente della Commissione europea Henna Virkkunen.
La polemica sulla partecipazione della Russia alla Biennale Arte 2026 continua ad allargarsi e nelle ultime ore ha assunto una dimensione apertamente politica. Dopo le critiche di diversi governi europei, lo scontro è arrivato direttamente a Bruxelles.
Come già ricordato nel precedente articolo, ventidue Paesi europei hanno firmato una lettera indirizzata alla La Biennale di Venezia per chiedere di riconsiderare la partecipazione russa alla prossima esposizione internazionale. Secondo i firmatari, la presenza di Mosca sarebbe incompatibile con il contesto della guerra in Ucraina. Ora però la vicenda ha compiuto un ulteriore salto di livello.
La Commissione europea è intervenuta con una presa di posizione molto netta contro la decisione della Fondazione veneziana di non opporsi alla riapertura del padiglione russo. In una dichiarazione congiunta la vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen e il commissario europeo alla Cultura Glenn Micallef hanno affermato: "Condanniamo fermamente la decisione della Fondazione Biennale di consentire alla Russia di riaprire il suo padiglione nazionale alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte".
Nel comunicato Bruxelles ricorda che la cultura dovrebbe promuovere valori democratici e non diventare uno strumento di propaganda politica, ma la parte più significativa della dichiarazione riguarda le possibili conseguenze. La Commissione europea ha infatti avvertito che, se la decisione della Biennale venisse confermata, l’Unione potrebbe valutare la sospensione o la cessazione dei finanziamenti europei destinati alla Fondazione.
Una misura che segnerebbe un precedente molto rilevante nei rapporti tra istituzioni culturali e istituzioni politiche europee.
La Fondazione veneziana rivendica la propria autonomia culturale. Il presidente Pietrangelo Buttafuoco ha più volte sostenuto che la Biennale non nasce come uno spazio politico ma come luogo di incontro tra culture. Buttafuoco ha ricordato che storicamente la manifestazione ha sempre ospitato artisti provenienti da Paesi anche tra loro nemici, mantenendo la propria vocazione internazionale e culturale.
Nel dibattito pubblico è emersa anche un’obiezione ricorrente: se la Biennale riceve fondi pubblici, è naturale che la politica intervenga nelle sue scelte? In realtà la questione è più complessa. In Europa molte istituzioni culturali vengono finanziate con risorse pubbliche, ma esiste un principio consolidato: il finanziamento pubblico non dovrebbe trasformarsi in controllo politico sui contenuti artistici.
Lo Stato può sostenere economicamente la cultura, ma non dovrebbe determinare quali artisti possano esporre o quali Paesi debbano essere esclusi. Se il finanziamento diventa uno strumento per indirizzare le scelte culturali, il confine tra sostegno e condizionamento diventa inevitabilmente più fragile.
La vicenda della Biennale si inserisce anche in un clima pubblico sempre più polarizzato. Il confronto culturale tende sempre più spesso a trasformarsi in scontro, soprattutto sui social, dove il dissenso lascia rapidamente spazio all’insulto. Si impone un principio tanto semplice quanto inquietante: se non la pensi come me, ti attacco. Il risultato è un dibattito sempre più aggressivo, in cui il confronto tra idee viene sostituito dalla delegittimazione personale.
Quando il dissenso smette di essere dialogo e diventa pretesto per l’aggressione verbale, non si sta difendendo una posizione: si arretra semplicemente di qualche passo nella civiltà del confronto. Ed è forse questa la domanda più ampia che il caso della Biennale pone oggi all’Europa: quanto spazio siamo ancora disposti a lasciare alla libertà dell’arte in un tempo dominato dalla logica dello scontro?
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