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Come si comporta un buon cittadino?

Come si comporta un buon cittadino?

Difficile buttare via le cose vecchie. È come chiudere definitivamente parentesi che ti eri quasi scordato di aver lasciato aperte. E poi, spesso, i ricordi possono far male. Ma, ogni tanto, un po’ di pulizia bisogna pure farla e così, qualche giorno fa, armato dei migliori propositi, mi sono deciso a buttare via i miei vecchi libri di scuola.

Consunti, alcuni addirittura laceri, altri con le pagine colme di appunti e di fantasiosi ghirigori fatti chissà quando, per ammazzare la noia. Tutti, tranne uno: il manuale di Educazione Civica. Mai aperto. Ricordo che la disciplina era affidata all’insegnante di Storia, ma, in tanti anni di scuola, nessun insegnante riuscì mai a trovare un attimo per darci due dritte su come si comporta un buon cittadino.

All’epoca, di Costituzione nelle scuole non si parlava e, per molti di noi, quel termine era per lo più associato ai due aggettivi “sana e robusta”, scritti dal dottore sul foglio che ci serviva per andare a giocare a calcio. Credo che la mia esperienza sia stata quella della maggioranza degli studenti italiani, tant’è che, nel 1990, l’insegnamento dell’Educazione Civica, come materia a sé stante, sparisce definitivamente.

Peccato. Pochi anni dopo, a compensare il vuoto, una riforma scolastica inserisce lo studio del Diritto in molti licei; ma, siccome in Italia ad ogni tentativo di riforma deve necessariamente seguire un’adeguata controriforma, tra il 2008 e 2010 il Diritto viene cancellato dai quadri orari di molti licei e drasticamente ridimensionato negli istituti tecnici e professionali.

Poi, finalmente, a partire dallo scorso anno scolastico, qualcuno decide che qualche ora di Educazione Civica non dovrebbe far venire l’orticaria ai ragazzi, o ai loro genitori, e la Cenerentola delle discipline torna ad essere insegnata. Ottimo! A questo punto, ti viene da pensare, basterebbe tornare ad inserire lo studio del Diritto, oppure potenziarlo laddove già presente. Ed invece no. Troppo facile.

Si decide che ad insegnare questa fondamentale disciplina siano alcuni docenti del Consiglio di Classe, scelti su base più o meno volontaria. Al di là del valore della “trasversalità”, della “multidisciplinarietà” e di altra aria fritta del genere, il risultato è che l’insegnamento di una disciplina ritenuta fondamentale viene affidata a docenti che, molto spesso, non hanno le competenze necessarie per insegnare quel tipo di materia.

Un po’ come se decidessimo di mandare i nostri figli a fare un corso di nuoto tenuto da uno che costruisce piscine o affidassimo l’arredamento di casa nostra  al muratore che l’ha costruita. Ma perché? Beh, ad onor del vero, va detto che in un Paese come il nostro, dove tutti, almeno una volta nella vita, sono stati insegnanti, questa non è una novità.

Così, ad esempio, nelle scuole elementari, l’insegnamento dell’inglese non è affidato a docenti di lingua, ma a maestre che si specializzano (come se io, dopo un corso di cucina potessi andare ad insegnare in un istituto alberghiero); e ancora, per lo stesso perverso principio, nelle classi terminali delle superiori, le parti di programmi disciplinari da affrontare in lingua inglese non vengono svolte dal docente di Inglese, bensì da un altro insegnante in grado di certificare le proprie competenze linguistiche.

Strano, ma vero… In questi giorni, in molte grandi città italiane gli studenti sono in fermento. Occupano le scuole per protestare contro l’introduzione delle prove scritte all’esame di Stato, per riflettere sulla morte di uno di loro in un’azienda, dove avrebbe dovuto apprendere competenze necessarie per il mondo del lavoro. Mi è capitato di parlare con uno di questi studenti.

Mi diceva che nella sua scuola si protesta per avere ore di Educazione Civica più strutturate, non a rimorchio di altre materie, perché, mi spiegava, quando, a breve, andranno a votare vogliono avere le idee chiare sul significato di quella scelta. Mi sono sentito in colpa. Come insegnante e come adulto. Soprattutto, come  cittadino.

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