Nell'ultima settimana ho ricevuto centinaia di lettere (probabilmente si tratta
in realtà di migliaia, ma non avevo voglia di contarle), tutte cartacee in
quanto i miei lettori stanno alla tecnologia come Anna Bono all'accoglienza;
tutte inderogabilmente mi chiedono una cosa: occuparmi di un personaggio
storico eporediese legato al mondo della musica. Per pura combinazione proprio
in questi giorni mi sono imbattuto in Francesco Molino, e quindi pronti via!
Francesco Molino nacque a Ivrea il 4 giugno 1768, quindi un anno, due mesi e
undici giorni prima di Napoleone, che però non nacque a Ivrea.
Era figlio d'arte, ma verosimilmente anche nipote, cugino, zio d'arte. Pare che
anche la suocera del suo barbiere fosse musicista, ma forse questo non rientra
nella retorica delle parentele artistiche. Il padre, in particolare, era
oboista presso l'Esercito Sabaudo, e quindi il nostro partì egli stesso da
esercito e strumento a fiato. Ma siccome nel presepe vivente organizzato da
tale Georgia Popolo nel 1786 mancava un pastore violinista, Francesco decise
di suonare pure il più nobile degli strumenti a corde.
Ma la vera gloria era ancora a venire. Dopo avere bocciato il nuovo strumento
del concittadino Alessandro Gigno Vinia (una curiosa variante della musica
fatta coi bicchieri: consisteva del fare consumare, a sette volontari,
quantitativi variabili di fagioli grassi, al fine di ottenere sette diverse
sonorità, adeguate alla scala musicale), inizia a dedicarsi alla chitarra. Ed è
la svolta della vita, tipo Orietta Berti vestita da rosa.
Nel 1817 Molino si trasferisce a Parigi, dove le sue sonorità hanno successo
immediato. Il complimento preferito fu "Sei meglio dei Maneskin!"
Il successo è determinato soprattutto dalle sue capacità di insegnamento. Di
grande impatto il suo metodo di suonare i toni bassi. Per sua somma sfortuna
nello stesso periodo operava a Parigi un altro chitarrista italico, Ferdinando
Carulli, che divenne suo antagonista proprio in funzione di questo modo di
suonare. Al punto che nella Ville Lumière si crearono due fazioni, i Molinisti
e i Carullisti. Purtroppo per loro i rispettivi tifosi riguardo ai cori non
utilizzavano le composizioni musicali dei loro beniamini, ma preferivano
rielaborare canzoni dei Beatles e dei Queen.
Anni dopo queste baruffe e queste composizioni, il nostro Francesco ritornò al
suo secondo amore, il violino.
Molino morì a Parigi nel 1847, quindi non ebbe tempo di fare casino l'anno
successivo. Di lui rimangono una sessantina di composizioni, tra cui brillano
alcuni Notturni, che però brillando sembrano meno notturni, e un concerto per
chitarra e orchestra, che era particolarmente nelle sue corde, sempre di
chitarra.
Ora vado a vedere il Festival di Sanremo, così faccio penitenza per le cazzate
che ho scritto.
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