L'attuale via Roma a Settimo Torinese all'inizio del Novecento
Quali erano le condizioni di lavoro, oltre un secolo fa, delle maestranze salariate nei centri in crescita demografica ed economica della provincia di Torino? Un documento del 1897 concorre a fare luce su problemi mai sufficientemente focalizzati della storia meno remota. Si tratta della lettera che Giovanni Carena, sindaco di Settimo Torinese, inviò al prefetto, descrivendogli la situazione dei muratori. «L’operaio – vi si legge – parte di casa alle cinque, per modo che, se il lavoro si fa nell’abitato, incomincia a lavorare effettivamente alle cinque o alle cinque e un quarto, mentre se il lavoro è lontano […] principia a lavorare alle cinque e mezzo e anche più tardi. La giornata si chiude alle venti, per modo che, dedotte ore due e mezza per le refezioni, il lavoro effettivo si limita a dodici ore e mezza al giorno».
Ma chi era Giovanni Carena? Di professione sellaio, Carena fu sindaco di Settimo Torinese dal 1893 al 1895 e dal 1896 al 1900. La prima volta fu nominato dal re Umberto I, la seconda venne eletto dall’assemblea di palazzo civico in virtù della legge appena approvata (la numero 346 del 1896) che concedeva a tutti i consigli comunali di designare i rispettivi sindaci.
Giovanni Carena, pertanto, entrò nella storia di Settimo quale primo sindaco elettivo. In verità, la gente del luogo lo ricordò a lungo per ben altre ragioni. Oggetto di battute salaci furono i suoi modi rustici e il suo linguaggio poco forbito. Quando Margherita di Savoia, la moglie di Umberto I, passò da Settimo e ricevette l’omaggio delle autorità, locali le si rivolse con un’espressione tutt’altro che protocollare: «Cereja, madama regina; com’a sta-lo monsù re?» (buongiorno, signora regina; come sta il signor re?). Nel 1905 il periodico socialista «Il Grido del Popolo» ancora ironizzava sull’ex sindaco, noto «pel famoso Ciareia, madama regina».
Con la lettera del 1897, il sindaco Carena intendeva replicare ai due rappresentanti dei muratori che si erano recati in prefettura, minacciando uno sciopero se le ore lavorative non fossero scese a dieci, contro un massimo di quattordici preteso dagli imprenditori edili. Carena si sforzò di tranquillizzare il prefetto. «Quest’orario – asserì – effettivamente […] dura solo tre mesi nel cuore dell’estate. In seguito l’orario scende anche sotto le ore dieci». Quindi spiegò: «Nel lavoro che si fa nel paese, la disciplina è immensamente meno rigorosa di quanto sia in città. Non vi sono assistenti, il principale lavora egli stesso coll’operaio, che considera quasi come un suo compagno più che un dipendente, per cui l’operaio stesso gode una certa libertà di movimento che addolcisce la sua fatica. […] L’operaio […] conosce a un dipresso i contratti del suo principale e può conoscere che il guadagno di quest’ultimo è onesto, che egli – l’operaio – non è sfruttato barbaramente dall’ ingordigia del suo capo».
«I […] capi mastri – aggiunse Carena, con tono serafico – non vedono proprio un motivo plausibile di una domanda di diminuzione d’orario». In quanto al minacciato sciopero, non bisognava affatto allarmarsi, essendo scarso il lavoro e abbondante la manodopera. Di conseguenza era presumibile che i due terzi dei muratori non avrebbero incrociato le braccia. «Sarà [... ] il caso, se lo sciopero si effettuerà, di tutelare il diritto di questi ultimi al […] libero lavoro», concluse il sindaco, convinto che le cause della rivendicazione fossero da ricercarsi nell’opera sovvertitrice di pochi che miravano a «turbare la pace» in un «quieto paese» come Settimo.
Ah, la potenza del liberalismo! Ovvero i bei tempi d’antan!
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