Le fiere come quella in programma sabato 20 e domenica 21 novembre a Settimo Torinese (la storica Fera dij còi autorizzata dal re Carlo Alberto di Savoia Carignano con le patenti del 14 marzo 1848, alla vigilia della prima guerra d’indipendenza) rievocano atmosfere, colori e aromi di altri tempi, quando si vegliava nelle stalle, le osterie risuonavano di canti e sulle tavole eccellevano i piatti della cucina contadina: le cipolle ripiene, i minestroni di cavolo con la cotenna del maiale e le zuppe cotte a fuoco lento che riempivano lo stomaco in periodi di miseria diffusa. E se le sensazioni sono un po’ artificiose, se mangiare salsicce unte o involtini di cavolo in piatti di plastica non è il massimo, poco importa: contano il feeling e la spontaneità, la voglia di ritrovarsi insieme in una grande kermesse, di credere che folklore sia sinonimo di storia condivisa.
In tale contesto, un posto di rilievo occupano i mestieri della memoria che il progresso e la modernità, ma anche le trasformazioni sociali, hanno scalzato in maniera implacabile. Perché i mestieri tradizionali sono stati – e alcuni lo sono tuttora – una ricchezza dell’Italia dai mille campanili. Da questo punto di vista, Settimo vanta una lunghissima storia.
Per secoli gli abitanti del territorio si dedicarono stabilmente alla coltivazione dei campi e all’allevamento del bestiame. Legati alle attività rurali erano alcuni mestieri a cui fanno cenno i registri del censimento che si tenne nel 1837: il pescatore, il «bealaro», l’uccisore di talpe, il servo di campagna, il misuratore di granaglie, il camparo e il cacciatore. Non superando l’ambito della domanda interna, l’artigianato locale non ebbe mai particolare rilevanza al di fuori dei confini settimesi se non in epoca piuttosto tarda, a partire dal regno di Carlo Alberto (1831-1849), limitatamente al settore dei bottoni in osso, da cui deriverà quello degli articoli per la scrittura.
Nel 1822, su una popolazione di 2.700 abitanti, furono censiti undici sarti, quattordici falegnamerie, sedici piccole imprese edili, quattro produttori di tele in canapa e lino, due botteghe di maniscalco, quattro di fabbro ferraio e una di fabbro-maniscalco. L’elevato numero di falegnami è un indice significativo dell’importanza che questa figura professionale rivestiva nei piccoli centri di campagna, in un’epoca in cui tutti gli oggetti di legno venivano fabbricati artigianalmente, per lo più su commissione.
Nel 1836, a Settimo, si contavano sessanta artigiani o «esercenti mestieri» contro duecento contadini, seicento lavoratori alla giornata (di cui quattrocento donne), nove benestanti, ottanta servi, quattro ecclesiastici, trentasei militari, settanta mendicanti, cinquanta commercianti al dettaglio e sedici all’ingrosso. Materassai, funaioli, orologiai, «fondellieri» o fabbricanti di «anime» (cioè bottonai), tornitori, zoccolai e ciabattini sono alcuni degli artigiani menzionati dalle fonti archivistiche dell’epoca. Nelle strade e nei cortili echeggiavano i richiami degli ambulanti. Arrotini, vetrai, impagliatori di sedie, spazzacamini, ombrellai, robivecchi e venditori di cianfrusaglie erano una presenza consueta in Settimo.
Negli ultimi decenni dell’Ottocento, in concomitanza con la crescita demografica ed economica della vicina Torino, prese piede il mestiere del lavandaio. In breve tempo, il numero delle lavanderie familiari aumentò oltre ogni aspettativa, estendendosi dalla regione Chiomo all’intera area meridionale del territorio di Settimo, la più ricca di corsi d’acqua e di fontanili, per poi moltiplicarsi anche in località Moglia e altrove. Nel 1929 il podestà poteva affermare che «l’industria della lavanderia, […] pur essendo a carattere domestico», dava lavoro a circa 250 famiglie, per un totale di «oltre un migliaio di persone».
Gli antichi mestieri, insomma, sono indissolubilmente legati alla storia della gente di Settimo Torinese
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