Cerca

IVREA. Sale la protesta a San Giovanni. Cittadini rimasti senza medici di famiglia

IVREA. Sale la protesta a San Giovanni. Cittadini rimasti senza medici di famiglia

piazza boves

Ivrea Cittadini di San Giovanni in fermento da quando, nelle buche delle lettere, è atterrata una comunicazione dell’Asl To4 dall’amaro sapore. Nell’informarli che la dottoressa  Laura Riccono andrà in pensione a decorrere dal 16 ottobre, infatti, il direttore di distretto Ornella Vota li invita a scegliersi un altro medico di famiglia da una lista in cui compaiono Savino Ottino, Valter Molon, Vita Loglisci, Paolo Cresto e Giorgio Bertani.
Riccono, da “medico titolare”, è stata l’ultima a presidiare l’ambulatorio di piazza Boves 2, almeno fino a circa un anno fa, quando ha chiesto un congedo famigliare ed è stata sostituita dal dottor Giammaria Rebuglio, medico in “attesa di specializzazione”. Morale? Senza più Riccono e Rebuglio, piazza Boves chiuderà i battenti e i cittadini resteranno senza un servizio “Non capisco come si possa assecondare una cosa come questa - stigmatizza il consigliere comunale Donato Malpede -  So che Rebuglio si era reso disponibile  ad una proroga o a prendere il posto di Riccono ma non è stato possibile. Ci sono all’incirca 450/600 pazienti molti dei quali anziani e con difficoltà di deambulazione. Che senso ha costringerli a cercare un medico fuori dal quartiere? Sono andati dal sindaco ma la competenza è dell’Asl! San Giovanni è un quartiere popoloso che rischia di essere emarginato dal resto della città. Avevamo due studi medici e adesso neanche più uno. Nel dimenticatoio anche la promessa di un punto farmacia! Ci vorrebbe un centro medico. Come mai a Bellavista questi servizi ci sono?” Come funziona tecnicamente ce lo spiega Antonio Barillà, segretario regionale dello SMI (Sindacato medici italiani). “Da normativa, se nello stesso ambito territoriale esistono medici che possono acquisire ulteriori pazienti, l’azienda non può nominare un sostituto. Poi entra in gioco l’opportunità politica e assistenziale. Se il quartiere è fuori mano, si devono trovare soluzioni che non arrechino disagio…”.
Nel quartiere San Giovanni ci sono dei locali di proprietà del Comune trasformati in ambulatorio, che vengono affittati con una modica cifra di partecipazione
Tutto chiaro? Più o meno. Quel che si capisce è che tutto dipende dalla bontà dei medici dell’ambito territoriale a svolgere attività anche nel quartiere San Giovanni. A spiegarci il perchè, il quartiere San Giovanni è diventato un luogo “difficile” ce lo spiega Donatella Migliarini che qui ha ancora parecchi pazienti non foss’altro che anche lei, fino ad un paio di anni fa, riceveva e visitava in piazza Boves . “Nel quartiere San Giovanni ci sono dei locali di proprietà del Comune trasformati in ambulatorio, che vengono affittati con una modica cifra di partecipazione -  ci racconta - I medici di famiglia possono però scegliere di visitare dove preferiscono e io, fino a qualche anno fa, mi dividevo tra gli ambulatori di San Giovanni, di via Miniere e di stradale Torino. Mano a mano che sono cresciute le esigenze, ho però dovuto fare delle scelte per garantire una qualità del servizio ai miei assistiti. Non solo in termini informatici, anche di igiene e di adeguamento dei locali ai nuovi standard. Per questo ho optato per un solo ambulatorio in associazione con altri medici in stradale Torino. Sono puliti nel rispetto delle norme anti-covid. C’è una segretaria e siamo aperti 10 ore al giorno. Una questione di decoro e di dignità. Continuo ad avere dei pazienti del quartiere San Giovanni e alcuni li seguo a domicilio….” Insomma il problema è tutto legato ai locali. Direi proprio di sì - insiste Migliarini - L’ambulatorio di piazza Boves è fuori da ogni standard. Ho fatto ambulatorio per 10/12 anni senza poter aprire una finestra. Me ne stavo blindata in una stanza. La sala d’attesa è piccolissima e non può reggere alle normative. Il  bagno è da terzo mondo. Non c’è dignità e non c’è decoro. S’aggiunge la bocciofila con il suo via e vieni di persone e, all’occorrenza pure il seggio elettorale…”. E se non è questa l’ennesima tegola sulla testa dell’Amministrazione comunale diteci voi cos’è?. Ci vorrebbe un investimento e pure bello grosso…  Chiamiamola “soluzione politica” come l’ha definità Barillà? Sertoli & c. saranno in grado di trovarla?  Non abbiamo alcun dubbio nel sostenere che i predecessori dell’attuale sindaco, di fronte ad un problema come questo, si sarebbero attaccati al telefono chiamando tutti i medici di famiglia della città, stendendo loro tappeti rossi per terra, fino a trovarne uno per San Giovanni. Tant’è! Quasi in chiusura di giornale, nella giornata di ieri, è arrivata la risposta della direzione dell’Asl, a cui ci eravamo rivoli con insistenza nei giorni precedenti. In verità nulla da aggiungere alle conclusioni a cui eravamo arrivati da soli. “In relazione alla cessazione dell’incarico della Dott.ssa Riccono, a Ivrea non ci sono i numeri di assistiti per attribuire un incarico provvisorio poiché i medici di famiglia del Comune (attualmente 14) sono in grado di assorbire tutti gli assistiti della Dott.ssa Riccono (circa 500). Il Dott. Rebuglio è un sostituto nominato dalla Dott.ssa Riccono, quindi il suo incarico cessa automaticamente con le dimissioni del titolare e non può essere prorogato. La Direzione del Distretto di Ivrea si è attivata presso i medici di famiglia per richiedere la loro disponibilità ad aprire anche un ambulatorio nel quartiere San Giovanni, senza aver avuto a oggi alcuna disponibilità e nessuno di loro ha posto come motivazione la struttura dell’ambulatorio comunale, per il quale il Comune ha anche manifestato disponibilità a migliorare i locali...”.
Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori