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11 Ottobre 2021 - 22:00
piazza boves
Nel quartiere San Giovanni ci sono dei locali di proprietà del Comune trasformati in ambulatorio, che vengono affittati con una modica cifra di partecipazioneTutto chiaro? Più o meno. Quel che si capisce è che tutto dipende dalla bontà dei medici dell’ambito territoriale a svolgere attività anche nel quartiere San Giovanni. A spiegarci il perchè, il quartiere San Giovanni è diventato un luogo “difficile” ce lo spiega Donatella Migliarini che qui ha ancora parecchi pazienti non foss’altro che anche lei, fino ad un paio di anni fa, riceveva e visitava in piazza Boves . “Nel quartiere San Giovanni ci sono dei locali di proprietà del Comune trasformati in ambulatorio, che vengono affittati con una modica cifra di partecipazione - ci racconta - I medici di famiglia possono però scegliere di visitare dove preferiscono e io, fino a qualche anno fa, mi dividevo tra gli ambulatori di San Giovanni, di via Miniere e di stradale Torino. Mano a mano che sono cresciute le esigenze, ho però dovuto fare delle scelte per garantire una qualità del servizio ai miei assistiti. Non solo in termini informatici, anche di igiene e di adeguamento dei locali ai nuovi standard. Per questo ho optato per un solo ambulatorio in associazione con altri medici in stradale Torino. Sono puliti nel rispetto delle norme anti-covid. C’è una segretaria e siamo aperti 10 ore al giorno. Una questione di decoro e di dignità. Continuo ad avere dei pazienti del quartiere San Giovanni e alcuni li seguo a domicilio….” Insomma il problema è tutto legato ai locali. “Direi proprio di sì - insiste Migliarini - L’ambulatorio di piazza Boves è fuori da ogni standard. Ho fatto ambulatorio per 10/12 anni senza poter aprire una finestra. Me ne stavo blindata in una stanza. La sala d’attesa è piccolissima e non può reggere alle normative. Il bagno è da terzo mondo. Non c’è dignità e non c’è decoro. S’aggiunge la bocciofila con il suo via e vieni di persone e, all’occorrenza pure il seggio elettorale…”. E se non è questa l’ennesima tegola sulla testa dell’Amministrazione comunale diteci voi cos’è?. Ci vorrebbe un investimento e pure bello grosso… Chiamiamola “soluzione politica” come l’ha definità Barillà? Sertoli & c. saranno in grado di trovarla? Non abbiamo alcun dubbio nel sostenere che i predecessori dell’attuale sindaco, di fronte ad un problema come questo, si sarebbero attaccati al telefono chiamando tutti i medici di famiglia della città, stendendo loro tappeti rossi per terra, fino a trovarne uno per San Giovanni. Tant’è! Quasi in chiusura di giornale, nella giornata di ieri, è arrivata la risposta della direzione dell’Asl, a cui ci eravamo rivoli con insistenza nei giorni precedenti. In verità nulla da aggiungere alle conclusioni a cui eravamo arrivati da soli. “In relazione alla cessazione dell’incarico della Dott.ssa Riccono, a Ivrea non ci sono i numeri di assistiti per attribuire un incarico provvisorio poiché i medici di famiglia del Comune (attualmente 14) sono in grado di assorbire tutti gli assistiti della Dott.ssa Riccono (circa 500). Il Dott. Rebuglio è un sostituto nominato dalla Dott.ssa Riccono, quindi il suo incarico cessa automaticamente con le dimissioni del titolare e non può essere prorogato. La Direzione del Distretto di Ivrea si è attivata presso i medici di famiglia per richiedere la loro disponibilità ad aprire anche un ambulatorio nel quartiere San Giovanni, senza aver avuto a oggi alcuna disponibilità e nessuno di loro ha posto come motivazione la struttura dell’ambulatorio comunale, per il quale il Comune ha anche manifestato disponibilità a migliorare i locali...”.
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