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SETTIMO TORINESE. Bye-Bye Giardinera

SETTIMO TORINESE. Bye-Bye Giardinera

La Giardinera vista dalla via Italia negli anni Sessanta del Novecento

Prima o poi qualcuno scriverà la storia della Giardinera, l’antico palazzotto di Settimo Torinese, e dei sogni di gloria a cui si abbandonarono gli amministratori municipali all’alba del nuovo millennio. Acquisita dal Comune in cambio degli oneri di urbanizzazione delle aree circostanti, restaurata e poi riadattata per accontentare i galleristi che ne assunsero la gestione (con tanto di camera di sicurezza dove custodire «inestimabili» capolavori di pittura e scultura), la Giardinera avrebbe dovuto misurarsi nientepopodimeno che col Museo d’arte contemporanea di Rivoli e – perché no? – con la Gam, la Galleria d’arte moderna di Torino. Il tutto, «ça va sans dire», come dicono dalle parti di Parigi, a spese dei contribuenti.
Una rara immagine della Giardinera negli anni Sessanta del Novecento
Il portale Exibart informa che la presidenza onoraria della Giardinera, pomposamente denominata Casa per l’arte moderna e contemporanea (poi Casartarc, Casa delle arti e dell’architettura), fu attribuita, nel 2004, a Vittorio Sgarbi. La memoria potrebbe ingannarmi, ma credo che il fumino critico ferrarese non abbia mai messo piede nell’edificio. Non mi sbaglio, invece, ricordando che lo stesso Sgarbi, nel 2016, quando Settimo fu ammessa fra le dieci finaliste al titolo di capitale della cultura, non la prese affatto bene. Apostrofando gli esperti dell’ineffabile ministro Dario Franceschini che avevano effettuato la selezione, invitò i cittadini delle estromesse Viterbo, Orvieto, Cosenza e Caserta a esigere chiarimenti. «Vadano a casa degli “esperti di chiara fama” – scrisse – e li interroghino sulle bellezze di Settimo Torinese. Poi li mandino a cagare». Più esplicito di così... Ora la Giardinera è stata venduta a un prezzo di assoluto realizzo. La pagina web di Herity, l’«organizzazione mondiale non governativa per la certificazione di qualità della gestione del patrimonio culturale» (ohibò!), informa che l’edificio ottenne l’attestato (bramato, si presume) negli anni 2010-2012. Lo scorso 14 luglio si poteva leggere che il documento è valido «ancora per 2.936 giorni». Mah! In attesa che si palesi uno storico del tempo presente in grado di conteggiare i quattrini usciti dalle casse del Comune, vale la pena di osservare che il vecchio pa¬lazzotto, benché assai modesto dal punto di vista architettonico, non è disprezzabile in una città povera di edifici d’antan. Per la precisione, si tratta della superstite casa residenziale della cascina Aragno, altrimenti detta Giardinera, di cui si lamenta la carenza di notizie storiche attendibili. A tre piani fuori terra, con pareti esterne dello spessore di circa sessanta centimetri, eleganti cornicioni, volte in mattoni pieni e un solaio con travi in legno, purtroppo improvvidamente nascosto, è una piccola testimonianza materiale del passato di Settimo Torinese. La cascina Giardinera sorse nella regione San Grato – dalla dedica di una cappella campestre demolita nel 1784 – o Borgo delle oche, a oriente del nucleo d’impianto antico, quasi sul ciglio del terrazzo fluviale che taglia l’intero territorio da sud-ovest a nord-est. Le sue vicende sono legate alla storia delle attività rurali, particolarmente delle colture orticole (da cui il nome della cascina), nel corso dell’Ottocento e dei primi tre o quattro decenni del secolo seguente. Un edificio rurale, in verità, è segnalato nella zona da alcune fonti documentarie secentesche, le quali precisano che la proprietà di pertinenza era costituita da campi, prati, boschi e risaie. Tuttavia, sulla base delle ricerche sinora condotte, non sussistono elementi inoppugnabili per identificare la Giardinera con la cascina del diciassettesimo secolo, anche se un collegamento fra i due edifici è plausibile, se non altro sul piano della continuità insediativa nella regione San Grato. A quale epoca risale il palazzotto venduto dal Comune di Settimo? La Giardinera non compare nelle mappe settecentesche del territorio, mentre vi figura la cappella di San Grato, pressappoco all’incrocio fra le attuali vie Italia e Petrarca (quest’ultima, all’epoca, un semplice viottolo di campagna), più o meno al limite dell’area occupata dal palazzotto. Fra le carte che segnalano la cascina, la più antica è quella del catasto napoleonico (1811). A quel tempo la Giardinera apparteneva agli eredi del facoltoso avvocato Nicolao Bricca che risiedevano in Torino. Nella proprietà erano inclusi la «maison» (cioè il palazzotto), un minuscolo appezzamento di «terre labourable», sul sedime della via Petrarca, e un ampio terreno tenuto a «jardin». Il perimetro di quest’ultimo è tuttora definito da tratti del muro di cinta, in ciottoli di fiume e laterizi: all’interno dell’area sorgono villette, condomini e la scuola media «Piero Gobetti», il cui progetto esecutivo è del 1978. A suo tempo la Soprintendenza per i beni ambientali e architettonici di Torino ritenne che il palazzotto della Giardinera presentasse «caratteristiche architettoniche e storiche meritevoli di conservazione». Su consiglio della stessa Soprintendenza, il Comune pensò di mantenere, oltre all’edificio residenziale, anche «l’immagine esteriore della cortina edilizia, […] limitata ad un muro di recinzione fino al portale di accesso», recuperando, «a livello urbanistico, il significato dell’insediamento agricolo-produttivo nel centro abitato di Settimo Torinese». Fu abbattuta, invece, la parte rustica della Giardinera, pesantemente sfigurata durante la seconda metà del ventesimo secolo. Adesso la parola passa ai privati. «Fœdum inceptu, fœdum exitu» (a cattivo principio, cattivo fine), avrebbe forse esclamato Tito Livio. 
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