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09 Ottobre 2019 - 00:01
Una delle bacheche di via Torino
Chivasso è sempre stata una città controversa. Di facce ‘d tola e di invenzioni geniali come i nocciolini. Di personaggi che l’hanno resa celebre agli occhi dell’Italia intera, come Simona Ventura, e di fatti di cronaca come il delitto della valigia o gli arresti di ‘ndrangheta che ne hanno macchiato l’immagine e la reputazione.
Una città che, per quanto sorniona possa apparire, qualche sorpresa o curiosità degna di conquistare le pagine dei giornali la riserva sempre.
Una delle tante è lì, sotto gli occhi di tutti noi, ogni volta che facciamo lo struscio del sabato o della domenica sotto i portici di via Torino. Oppure, semplicemente, ogni volta che usciamo di casa per comprare il pane in centro o per prendere un caffè da Piccoli o da Bonfante.
Sui pilastri dei portici dell’isola pedonale, nel tratto tra piazza d’Armi e la Chiesa dei Santi Giovanni Battista e Marta, ci sono ben 42 bacheche espositive. Di ogni grandezza e dimensione. Dalle più piccole a quelle che si prendono, quasi, l’intero pilastro.
Bacheche come non se ne trovano in altre città, simbolo della chivassesità. Bacheche come quelle che, tanti anni dopo da quel 27 luglio 2000 quando il Consiglio comunale dell’epoca approvò il progetto di qualificazione urbana, oggi rappresentano un punto di forza del social network facebook di Mark Zuckerberg.
Il piano di riqualificazione urbana era sotteso alla riqualificazione e allo sviluppo del tessuto commerciale della città di Chivasso ed è stato successivamente recepito dal Prgc, determinando stereotipi e modalità di installazione degli arredi urbani da prevedersi al servizio degli esercizi commerciali stessi o delle associazioni operanti in città.
E’ così c’è il cinema che annuncia il calendario delle visioni della settimana. C’è l’Avis che pubblicizza le donazioni. Il CAI che comunica le sue attività. Il negozio di scarpe piuttosto che quello di abbigliamento che “reclamizzano” i loro prodotti, esponendoli al pubblico. Vetrine, dunque, per alcuni, ed estensioni delle vetrine, per altri.
In altre parole, la trasposizione nella realtà di ciò che, nel virtuale, si può trovare anche su facebook, seduti comodamente, cellulare in mano, sul divano di casa propria o nella sala d’attesa del dottore.
Chivasso precursore dell’idea di Zuckerberg? Suona un po’ come una forzatura ma, nei fatti, se vogliamo, è proprio così.
Ma come funzionano l’inserzione nelle bacheche di via Torino? C’è un regolamento che le disciplina? A quanto pare, no.
Da Palazzo Santa Chiara fanno sapere che è il proprietario del portico che può richiedere l’installazione di una bacheca. E, aggiungono: “se si usa la bacheca per publicizzare attività e prodotti commerciali, si deve pagare l’imposta di pubblicità. Se vengono esposti i prodotti del negozio, invece, non si paga alcunché. Se si mette la pubblicità dei prodotti del negozio e la bacheca è contigua al negozio stesso, bisogna verificare i parametri dei metriquadrati a disposizione per insegne e pubblicità (fino a 5mq è esente, ndr)”. E ancora: “I proprietari delle bacheche sono tenuti a pagare la tassa annuale di occupazione del suolo pubblico, che per insegne e bacheche viene calcolata sulla proiezione a terra, in questo caso corrispondente con la base della bacheca. Se non supera i 0,5 metri quadrati, non si paga alcunché”.
L’ultimo sindaco che c’ha messo le mani, sulle bacheche di via Torino, è stato Libero Ciuffreda.
Con una delibera di Giunta del 9 marzo 2017 - presente tra gli assessori anche l’attuale primo cittadino Claudio Castello - veniva individuato il modello tipo di “bacheca/vetrinetta predisposto per l’installazione presso i portici di antica edificazione del Centro Storico cittadino”. In buona sostanza, il modello tipo dev’essere in legno massello, noce o ciliegio, con verniciatura e finitura finale a cera per esterno, anta con vetro temperato o stratificato, dimensioni stardard pari a 140x90x15 centimetri. “In ragione a specifiche e comprovate esigenze espositive - si legge nella scheda tecnica - possono essere assentite profondità maggiori, fino ad un massimo di 25 centimetri”.
L’obiettivo che s’erano prefissati Ciuffreda e i suoi era quello di poter avere, in futuro, una omogenea “standardizzazione delle tipologie già attualmente posate in opera presso i porticati”. A due anni di distanza l’obiettivo, possiamo dirlo, non è ancora stato raggiunto. Un domani, chissà.
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