La settimana trascorsa ha visto protagonista l’inizio delle scuole e degli asili, con tutte le tematiche annesse.
Uno dei temi su cui si è accesso il dibattito è stato quello delle vaccinazioni obbligatorie per l’accesso alle scuole dell’infanzia. Proprio ad Ivrea si è verificato il caso più eclatante, in cui una mamma, vedendosi le porte della scuola sbarrate addirittura dalla polizia, ha deciso di dare vita ad uno sciopero della fame con annesso presidio di protesta e fiaccolata annessa. Questa è cronaca nota, non ha senso ripeterla, quello che può essere interessante è riflettere sui retroscena e sulle reazioni della gente comune.
In primo luogo anche in questo caso, assistiamo alla formazione spontanea di squadre/fazioni le quali si affrontano sostanzialmente senza argomentazioni di rilievo, assumendo comportamenti similari al tifo da stadio, in cui l’avversario è avversario a prescindere, con o senza argomentazioni a supporto. Quando l’avversario, anche se in taluni casi sembrerebbe più un nemico, non è facilmente assoggettabile ad una delle due categorie in conflitto, si desume l’appartenenza più radicale, scompaiono tutte le sfumature di pensiero sul tema e rimangono i due poli radicali, i NO VAX contro i PRO VAX. Un altro fatto curioso è come la forma abbia sostituito la sostanza anche in queste dinamiche sociali. Per molti lo sciopero della fame e il presidio sono risultati metodi non adeguati di protesta, ai quali sarebbero preferibili “sedi opportune”, le stesse che però non vengono esplicitate.
Personalmente ritengono che una legge che va ad insistere su tematiche così delicate come i trattamenti sanitari obbligatori, non possa e non debba nascere per decreto legge, strumento cui sottende un’ impellente e straordinaria urgenza da parte del Governo di far fronte ad una emergenza. Detto ciò, se già dai piani alti delle istituzioni vengono chiuse le porte delle “opportune sedi”, ovvero le camere, capiamo facilmente che l’uso della forza istituzionale richiama necessariamente una dura opposizione popolare. Se aggiungiamo l’intervento delle forze dell’ordine a sbarramento di tre donne con annessa prole, sono un perbenismo borghese può giudicare nella forma la protesta. La verità spiccia è che il pensiero realmente diverso da quello unico non è tollerato. Nel passaggio dall’ipotetico al reale si scontra con l’invalicabile muro del pensiero maggioritario, il quale ha pareti forti del numero e della sua naturale capacità escludente.
«Io sono come un negro in una società razzista che ha voluto gratificarsi di uno spirito tollerante. Sono, cioè, un ‘tollerato’. La tolleranza, sappilo, è solo e sempre puramente nominale. Non conosco un solo esempio o caso di tolleranza reale […]. Ilnegro sarà libero, potrà vivere nominalmente senza ostacoli la sua diversità, ma egli resterà sempre dentro un ‘ghetto mentale’, e guai se uscirà da lì. Egli può uscire da lì solo a patto di adottare l’angolo visuale e la mentalità di chi vive fuori dal ghetto, cioè dalla maggioranza[…]. Egli deve rinnegare tutto se stesso e fingere che alle sue spalle l’esperienza sia un’esperienza normale, cioè maggioritaria.»
P. P. Pasolini, Gennariello, in Lettere luterane, 1975, pubblicato l’anno dopo.
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