«Zingari di merda, zecche e parassiti capaci di spolpare tutto...». Su Facebook se l'era presa contro i Rom e adesso, per questa frase, l'assessore alle politiche sociali Giorgia Povolo Facebook è indagata per diffamazione con l’accusa di «aver offeso la reputazione dell’etnia Rom».
Nei giorni scorsi, Povolo ha dovuto presentarsi in procura a Ivrea nell’ufficio del sostituto procuratore Giuseppe Drammis, titolare del fascicolo. Un interrogatorio durato poco meno di un’ora nel corso del quale, assistita dal suo legale, l’avvocato Celere Spaziante, ha provato a spiegare che non era assolutamente sua intenzione offendere i Rom.
L’avvocato Spaziante è fiducioso sul buon esito della vicenda: «A nostro avviso non ci sarebbe un profilo penale. Anzi, c’è stata una palese strumentalizzazione per il suo attuale ruolo politico, allora inesistente». Il post scritto dall’assessora Giorgia Povolo, infatti, risale al 2018, qualche mese prima del suo ingresso in politica e della sua nomina nella giunta guidata da Stefano Sertoli. L’Assessora sul post aveva scritto: «Vi auguro calorosamente che cercando di rubare qualcos’altro, una tagliola possa mozzarvi le mani non all’altezza del polso ma sopra il gomito...». E l’assessora Povolo ha fatto anche un riferimento alla Boldrini.
A denunciarla alla Procura di Ivrea, come promesso in un'intervista a La Voce, è stata l'Asgi di Roma (Associazione studi giuridici immigrazioni) che tutela l’etnia dei Rom.
Nel pallottoliere di Asgi una serie di vittorie e tra i casi più eclatanti una fa riferimento all’ex europarlamentare e ex sindaco di Borgosesia Gianluca Buonano condannato dal Tribunale di Milano “per molestie” semplicemente perchè, durante la trasmissione “Piazza Pulita” del 2 marzo 2015 aveva definito “feccia” l’etnia Rom. “Non solo è grandemente offensivo e lesivo della dignità dei destinatari - scrive il giudice - ma assume altresì un’indubbia valenza discriminatoria”.
Oltre al pagamento delle spese legali, Buonanno venne condannato alla pubblicazione sui giornali dell’ ordinanza “in caratteri doppi del normale ed in formato idoneo a garantirne adeguata pubblicità”,.
Inoltre il Tribunale, ritenendo l’ordine di pubblicazione del provvedimento “sanzione non sufficiente e adeguatamente dissuasiva,” condannò l’europarlamentare anche ad un risarcimento di 6 mila euro a favore di ciascuna delle due associazioni ricorrenti (Asgi e Naga), rispettivamente difese dagli avvocati Alberto Guariso, Mara Marzolla e Livio Neri.
Più o meno simile la recente condanna del Sindaco Joe Formaggio di Albettone, per alcune espressioni ritenute incredibilmente offensive e razziste rilasciate alla celebre trasmissione radiofonica “La Zanzara”.
“Non vogliamo extracomunitari. Qua non vogliamo nessuno che venga a rompere i coglioni” aveva commentato. E in riferimento alla eventualità che il prefetto di Vicenza disponesse l’ospitalità di alcuni richiedenti asilo nel suo comune: “O le muriamo o le riempiamo di merda; dimmi cosa viene a fare un immigrato ad Albettone che rischia la pelle. Lo devono capire che siamo razzisti...le persone di colore hanno un quoziente di intelligenza molto più basso, lo dimostra la storia; esportiamo cervelli e importiamo negri, pensa dove andremo”.“
Anche in questo caso la decisione fa riferimento alla nozione di molestie che, ai sensi della direttiva 2000/43 e del d.lgs 215/03, rientrano nell’ambito della discriminazione.
Vale ogniqualvolta si utilizzano espressioni tali da creare un clima ostile, cioè, come affermato dall’ordinanza – “volto a diffondere odio e ad escludere i destinatari dalla compagine sociale”, degradante in quanto in grado “di avvilire la dignità dei gruppi sociali coinvolti” e umiliante in virtù della “gratuita attribuzione di qualità inferiori per etnia e nazionalità”.
Qualora poi, come nel caso di Povolo, la molestia sia rivolta all’insieme delle categorie protette (cioè a gruppi individuati per appartenenza a una determinato gruppo etnico, a una nazionalità o a una religione) senza che possa essere identificato direttamente o immediatamente un soggetto leso, allora la norma prevede la legittimazione attiva di enti e associazioni con conseguente possibilità che siano proprio le associazioni ad agire in giudizio.
Insomma per l’assessore Giorgia Povolo si mette male e non è detto che riesca, se non proprio a limitare i danni, se non altro a trovare giovamento dalla denuncia che a sua volta a inoltrato alla polizia postale alla disperata ricerca del ladro di post, copiati e poi diffusi a decine di concittadini di Ivrea.
La richiesta di dimissioni
“Sono stata condannata pubblicamente ma non sono il mostro descritto dai giornali... Mi spiace d’aver dato l’impressione di essere una persona che non sono...”. Ci aveva provato e Dio solo sa quanto avrebbe voluto convincere le Opposizioni. Tutto succedeva nel novembre dello scorso anno
Giorgia Povolo in consiglio comunale non era andata a braccio per non dimenticare nulla. S'era portata con sé due fogli scritti fitti fitti e aveva cominciato a leggerli, rispondendo ad un’interpellanza presentata dal Pd. Parole lette e rilette, pensate e ripensate, virgola dopo virgola, punto dopo punto.
Risultato? Il Pd ha continuato a chiederne le dimissioni,più o meno lo stesso aveva fatto Francesco Comotto di Viviamo Ivrea. Troppo forte quel post contro i rom («pezzi di m..., per loro ci vorrebbe la tagliola e la mutilazione»). Ancor più indecente che l’avesse scritto chi qualche mese più tardi sarebbe stata delegata dal sindaco ad occuparsi di poveri, bisognosi, indigenti e giovani.... “Vorrei rincuorarvi tutti quanti - aveva più o meno sentenziato - Sono parole dette in un momento di grande rabbia... Parole pesanti e oggi a rileggerle anche inadeguate. Frasi scritte in un contesto che oggi non mi rappresentano”. Con ciò anche un po’ giustificandosi. Perchè “fare poltica nel 2018 non vuol solo dire strumentalizzare i pensieri di un privato cittadino o distruggere una persona sul piano personale ...”. Perchè lei è una che vuol stare in mezzo alle persone e essere loro utile. Perchè lei avrà sempre la porta dell’assessorato aperta. Perchè fin da giovane si è prodigata per dare una mano a chi aveva bisogno. Perchè quel giorno (quando le telefonò il primo giornalista) lei era in giro per la città a cercare un’aula per i corsi organizzati nell’ambito del progetto Sprar (Cpia).
“Io non me la prendo con l’assessore, piuttosto con il sindaco - aveva tuonato Maurizio Perinetti, capogruppo del Pd - Un assessore che scrive quelle cose non può avere certe deleghe. E’ incompatibile. Non si tratta di un post isolato. Ce n’è una collezione. C’è un povolopensiero che contrasta con una città che ancora ricorda quei giovani che hanno dato la loro vita per difendere i principi di solidarietà, giustizia e tolleranza: Attilio Tempia, Ferruccio Nazionale, Luigi Viero, Gino Pistoni, Piero Ottinetti, Ugo Macchieraldo, Luigi Gallo. Il rispetto lo dobbiamo a loro...”
Morale? “E’ caduta una maschera - aveva stigmatizzato Perinetti guardando Sertoli diritto negli occhi - La sua non è un’amministrazione civica. Il civismo sta da un’altra parte. Un’amministrazione che tollera questo significa che è d’accordo. Sintomatico di una destra reazionaria di cui lei e è il capo. Non è più il sindaco di tutta la città, ma solo di una parte e forse neanche di chi l’ha eletta...”.
Sullo stesso solco Francesco Comotto.“Se ognuno di noi in un momento di rabbia si esprime così è il far west...”, aveva sentenziato.
Per questo non aveva condiviso la decisione del sindaco di mantenere quelle deleghe (giovani e sociale) all’assessore.
“Avesse l’urbanistica darebbe fastidio ma ci si potrebbe passare sopra. Il problema è che tutte le categorie toccate nei post sono riconducibili a lei....”.
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