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IVREA. "Aveva segregato mia figlia in casa": 34enne a processo per maltrattamenti in famiglia e lesioni

IVREA. "Aveva segregato mia figlia in casa": 34enne a processo per maltrattamenti in famiglia e lesioni

Violenza donne (foto archivio)

L’avrebbe segregata in casa, tenuta lontano dai genitori per anni, nascosta ai suoi affetti più cari. Costretta a rinunciare al lavoro, portata a vivere in un altro comune. Infine, umiliata. “Non esci se non con me. Anche per fare la spesa”. Cosa stesse succedendo tra le mura domestiche della famiglia di Giovanni (nome di fantasia), 34 anni, torinese, lo stanno accertando in questi giorni in tribunale a Ivrea. Il giovane, difeso dall’avvocato Virginia Iorio del foro di Torino, deve rispondere delle accuse di lesione personali e maltrattamenti in famiglia nei confronti dell’ex compagna e del figlio piccolo che avevano avuto dalla loro relazione. Una relazione durata un paio d’anni e che, agli occhi del mondo intorno, sembrava una favola. Quei due bambini cresciuti vicini di casa che si rincontrano adulti, si fidanzano, vanno a convivere, hanno un figlio. Ma un mattino, complice l’insistenza della mamma e del papà della presunta vittima e un piano orchestrato per sviare i controlli dell’orco, la squadra mobile di Torino ha messo fine a quell’incubo che la ragazza - costituitasi parte civile nel procedimento penale con l’avvocato Davide Gamba - non riusciva più a sopportare. “Siamo stati informati dalla madre di una situazione grave che s’era venuta a creare in una famiglia di un comune della cintura - ha spiegato in aula al pubblico ministero Chiara Molinari e al giudice Anna Mascolo Giuseppe Ruggero, ispettore della mobile torinese -. La signora venne da noi un paio d’anni fa. Ci disse che la figlia era in completo assoggettamento da parte del convivente. Ci disse che quell’uomo in casa teneva una pistola. Così siamo partiti… Abbiamo fatto irruzione nell’appartamento, trovato la donna che sembrava aspettarci. Lui era agitato, continuava a chiedermi che ‘c’è comandà, che c’è comandà’. Il bimbo piccolo piangeva sul fasciatoio. Abbiamo recuperato una pistola giocattolo scaccia cani calibro 8 millimetri, con tappo rosso spinto all’interno della canna e quindi non visibile, nascosta in un cassetto del comodino. Così, abbiamo portato via la ragazza e il bimbo”. Quella pistola, a detta della persona offesa, le faceva paura. Come le faceva paura quell’uomo, così ossessivo, possessivo, così maniacalmente presente. Durante il procedimento che si sta celebrando a Ivrea sono stati sentiti tutti gli attori di questa storia. Madre e padre di lei - “improvvisamente era sparita, non sapevamo neanche che avesse avuto un bambino. Ogni volta che la cercavamo al cellulare, rispondeva lui. Nemmeno sapevamo che si fosse trasferita da dove era andata a convivere inizialmente. L’abbiamo rintracciata quasi per caso” -, la sorella di lei, la madre dell’imputato - “mia ‘nuora’ non voleva più avere a che fare con i suoi genitori, mi disse, per questo si erano allontanati” - gli amici di Giovanni, i vicini di casa della coppia. Ciascuno ha provato a “tirare acqua” al mulino della propria parte. “Sono devastato - ha spiegato in aula l’altra mattina Giovanni, occhi lucidi e, a suo dire, tanta voglia di piangere -. Io non ho fatto queste cose che mi vengono contestate e non riesco a capire come possa essermi trovato da un giorno all’altro senza niente. Amavo mio figlio, amavo la mia compagna e le voglio ancora bene, nonostante il male che mi ha fatto. Non vedo mio figlio da un anno e mezzo…”. Per la cronaca, il minore oggi è vive in affido in una comunità. Lei è tornata con i genitori, Giovanni di figli ne ha tre: gli altri due con due donne diverse. Il 4 febbraio prossimo il giudice Mascolo dovrà mettere fine, con una sentenza del tribunale, a quella relazione che sembrava una piccola favola di provincia.
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