Venerdì scorso Pio Piccini è stato arrestato dalla Guardia di Finanza con l’accusa di frode fiscale nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Torino su Csp, società di information communication technology.
Era il consulente del Csp che, tra il 2015 e il 2016 aveva rilevato il Cic, consorzio informatico del Canavese in liquidazione nel 2015, pagandolo solo 2500 euro ma accollandosi le perdite pregresse. Durante le indagini, coordinate dal pm Ciro Santoriello, le fiamme gialle avevano rilevato alcune irregolarità fiscali e fatture false per circa 70 milioni.
Per questa inchiesta il 19 giugno scorso erano finiti agli arresti domiciliari Claudia Pasqui, presidente e amministratore delegato di Csp e anche moglie di Piccini, e Giuseppe Giordan, amministratore unico di una società inglobata da Csp. Uno dei consiglieri dell’azienda del settore Itc, Fabrizio Bartoli, aveva avuto l’obbligo di firma. Piccini risultava formalmente soltanto come un consulente di Csp e in questi panni aveva curato anche l’acquisto del Cic, ma la Guardia di finanza e il pm Santoriello ritengono che fosse l’amministratore di fatto, il vero dominus di tutto, a cui sono contestati gli stessi fatti della moglie (tornata libera a metà settembre).
Nell’ordinana
Dall’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Pasqui e Giordan emergono due grandi operazione sospette. L’11 maggio 2015 Csp aveva rilevato una società estranea al settore Ict, attiva nell’ambito del fotovoltaico. E’ la Ge.Ter amministrata da Giordan, ritenuto dal gip Giulio Corato “un prestanome di altri” che non ha mai presentato alcuna dichiarazione dei redditi nonostante sia stato legale rappresentante di otto aziende dal 1981 al 2017. Con questo acquisto l’azienda dell’Ict aveva anche rilevato i crediti fiscali dell’incorporata, circa 3,6 milioni di euro. Si trattava però - osservano gli investigatori - di crediti col fisco maturati grazie a fatture emesse per operazioni inesistenti. Dall’esame della documentazione bancaria, i finanzieri hanno appurato che quelle fatture non venivano pagate, oppure venivano pagate in minima parte. In alcuni casi le altre aziende erano delle “cartiere”, cioè aziende utili solo a creare fatture false. La Ge.Ter, quindi, faceva risultare un credito fiscale e Csp, inglobando la Ge.Ter, acquisiva quei diritti per compensarli con i suoi debiti.
Non è tutto. Per aumentare i suoi costi di produzione, abbattere il reddito e pagare meno imposte il 27 maggio 2015 Csp stipula un contratto di cessione di una ramo d’azienda con la Csp Service ed esternalizza alcune prestazioni. Con questa operazione la Csp dal 1° giugno 2015 al 30 giugno 2016 ha annotato costi e detratto Iva per fatture emesse dalla Csp Service Scarl per quasi 12 milioni di imponibile (quindi 2,6 milioni circa di Iva), che da par suo non versa mai le imposte. Sarebbe stata un’operazione di facciata e alcuni dipendenti trasferiti alla Csp Service hanno spiegato alla Guardia di finanza che nel loro lavoro non era cambiato proprio nulla. Per la finanza è un “fittizio trasferimento” per ottenere “indebiti vantaggi fiscali” dalle fatture emesse dal consorzio Csp Service. Alla fine del gioco, il gip ha quantificato un danno alle casse statali di quasi 25 milioni di euro.
Intanto, si apprende anche che sarebbe stato scoperto un elemento di contatto tra le due inchieste torinesi che coinvolgono Piccini, quella su Finpiemonte e questa su Csp: uno dei sei milioni dirottati dai conti accesi dalla finanziaria regionale alla banca Vontobel sarebbe andato a finire su un conto dell’azienda informatica.
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