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LOCANA. Italia e Bosnia Erzegovina insieme nel ricordo del prigioniero Vojin Babi

LOCANA. Italia e Bosnia Erzegovina insieme nel ricordo del prigioniero Vojin Babi
E’ stata una manifestazione speciale quella tenutasi a Locana il 25 aprile per la festa della Liberazione. Si è andati al di là della solenne celebrazione offrendo a tutti gli intervenuti la possibilità di condividere l’emozione di un ospite particolare: quella del rappresentante di un altro  Stato che era  venuto a Locana non perché inviato in missione ma per soddisfare un sogno infantile  e rendere omaggio alla memoria del nonno. Ha infatti partecipato alla manifestazione il Console Generale della Bosnia Erzegovina Igor Babi. Chi è Babi? Il nipote di un prigioniero di guerra che, caduto in mani italiane durante l’occupazione della Jugoslavia, venne condotto nel campo di prigionia di Locana, dove rimase fino all’8 settembre ’43 per poi fuggire e, come altri suoi connazionali, entrare nelle file della Resistenza italiana. La sua, come quella degli altri prigionieri di guerra che trascorsero in Canavese il loro periodo di cattività, fu un’esperienza umanamente intensa, tale da rimanergli nel cuore per tutta la vita. Vojin Babi raccontava spesso al nipote le vicende di quegli anni, lasciando in lui un ricordo indelebile, come accade per le storie udite raccontare da bambini. Era già venuto a Locana lo scorso inverno e  vi è tornato il 25 aprile, quando è stata scoperta la targa che l’amministrazione comunale aveva  fatto affiggere sui muri delle “Casermette” in ricordo dei prigionieri ma anche del comandante del campo, il capitano Vincenzo Sacchi, e dell’interprete dei greci, il sergente maggiore Renato Moro che, di origini varesine, è divenuto dopo la guerra cittadino locanese. Sono stati sua figlia Silvana ed Igor Babi a scoprire la targa mentre la Filarmonica di Sparone suonava l’Inno nazionale. Oltre agli amministratori di Locana guidati dal sindaco Giovannni Bruno Mattiet, erano presenti il sindaco di Sparone Anna Bonino e la vice-sindaco di Alpette Laura Blessent in rappresentanza dell’Unione Montana Gran Paradiso, il Gruppo Alpini, i rappresentanti dei Gruppi e delle Associazioni e gli alunni  delle scuole elementari e medie. Ad accompagnarli c’erano per la Primaria le maestre Maria Teresa Baudino, Elisa Genovesi e Anahid Abagian, la referente Marina Tarro Lucia e l’insegnante di Musica Bruna Querio; per la Secondaria le professoresse Piera Gotta, Lucia Nugai, Domenica Menietti e Carla Consenti. I bambini della Primaria si sono esibiti in un piccolo concerto di flauti,  cimentandosi con l’Inno alla gioia, l’Inno di Mameli e Blowin’in the Wind di Bob Dylan, che hanno anche illustrato con disegni e cartelloni, commentandoli con precisi interventi. A tutti gli scolari il Sindaco ha donato una copia della Costituzione con la dedica del Presidente Sergio Mattarella. Un riconoscimento a Bonifaccino Al termine della manifestazione del 25 aprile il sindaco di Locana Giovanni Bruno Mattiet, a nome dell’amministrazione, ha consegnato una targa all’ex-direttore degli impianti di produzione di IREN Energia della Valle Orco Luigi Bonifaccino, ora in pensione. Il riconoscimento gli è stato assegnato per il modo in cui ha svolto il suo ruolo di dirigente aziendale, impegnandosi nel riprendere la collaborazione con gli enti locali  per il bene e lo sviluppo della Valle. “Nell’epoca delle Multinazionali - ha sottolineato il sindaco   -  stiamo premiando la Normalità, una persona che ha saputo ricoprire il proprio ruolo nell’interesse dell’Ente che rappresentava ma attento alle esigenze del territorio e dei cittadini instaurando dopo anni di incomprensioni una collaborazione costruttiva”.  

Quella strana alleanza fra ex prigionieri e popolazione

Quella di Vojin Babi è un storia simile a molte altre, rimaste a lungo nell’ombra o quantomeno nella penombra. Poco nota e per nulla indagata, la storia dei prigionieri di guerra nel Canavese e nel Biellese è stata  portata alla luce di recente dalla professoressa Claretta Coda, insegnante di Storia al Liceo “Moro” di Rivarolo, che si è imbattuta nelle loro vicende studiando la tragedia avvenuta sul Colle Galisia nel novembre ’44 e se ne è appassionata. La professoressa Coda, presente alla celebrazione, ha spiegato come il campo di prigionia di Locana, il “PG 127”, sistemato nelle “Casermette” di Piazza Gran Paradiso, fosse stato attivo dal gennaio 1942 al settembre ’43, ospitando dapprima (fino al maggio ’43) 196 greci, poi  (dal luglio al settembre di quell’anno) 100 slavi. Lo comandava il capitano Vincenzo Sacchi. Fu lì che venne portato Vojin Babi: lavorava per l’A.E.M. alla costruzione del tratto d’impianto Bardonetto-Pont poi, dopo l’8 settembre, si aggregò alla brigata d’assalto garibaldina “Mario Zemo”. <Era un contesto di guerra, difficile - ha raccontato il Console nel suo intervento – eppure, della sua permanenza a Locana, mio nonno non ha mai raccontato un’amarezza, un dispiacere. Anzi, mi raccontava come la gente fosse disponibile ad aiutare, rendendo meno dura la prigionia, prima, e la vita in fuga poi, dopo l’armistizio. In questo modo ha seminato in me il desiderio di venire a Locana, per vedere i luoghi e le montagne che mi descriveva>.   L’aiuto  e la protezione offerti dalla popolazione a questi ex-nemici è una costante nella storia dei prigionieri di guerra nel Canavese e non solo: lo ha ricordato Claretta Coda,  sottolineando come gli ex-prigionieri ricambiassero spesso aiutando le famiglie che li ospitavano nei duri lavori richiesti dalla vita in campagna: <E’ quella che le autorità inglesi, a fine conflitto, chiamarono Strange Alliance, la strana alleanza tra (ex)prigionieri di guerra e popolazione italiana. Fa un certo effetto ciò che talvolta si sente raccontare da qualche discendente di ex prigionieri che viene in Italia a cercare e a  trovare le persone che aiutarono i loro congiunti: “Mi ha detto il mio nonno, che senza di voi io non sarei nato”.> L’assessore alla Cultura Silvana Cavoretto ha invece ricordato la figura di Renato Moro,  dalla nascita avvenuta ad Istanbul - dove il nonno impresario si era traferito per lavoro e dove era nato anche suo padre - all’arruolamento nell’Esercito Italiano allo scoppio del conflitto, alla sua funzione di interprete presso i prigionieri greci perché a conoscenza della lingua che aveva appreso dalla mamma. A coronamento di questa celebrazione della collaborazione tra ex-nemici in nome innanzitutto della solidarietà umana, sono perfette le parole pronunciate dal console: <Non possiamo singolarmente pensare di risolvere i problemi globali che incombono su di noi ma ognuno di noi, con il suo comportamento, può portare un contributo, può fare la differenza, può migliorare le cose>.  

Se gli Jugoslavi “rendono” più dei greci...

  Dal gennaio del 1942, a Locana è in funzione il campo di lavoro per prigionieri di guerra P.G. N. 127. Ha una capienza di 200 posti ed è formato da baracche. Il primo marzo del 1942 nel campo ci sono 196 prigionieri tutti di nazionalità greca. Il 20 marzo i prigionieri di guerra greci si rifiutano di andare al lavoro “avanzando pretese circa la sostituzione di un ufficiale del reparto di vigilanza, circa la libertà di avvicinarsi ai reticolati, ecc. Sono stati presi provvedimenti a carico di alcuni pg. L’ordine è stato subito ristabilito”. Così viene riportato sul diaro storico militare dell’Ufficio prigionieri di guerra. Ma le proteste dei P.G. greci (come avviene anche in altri campi), evidentemente non si fermano qui, se lo stesso Ufficio dello Stato Maggiore del Regio Esercito chiede, il 25 aprile del 1942, l’immediato trasferimento di tutti gli internati greci al campo P.G. N. 95 di Cairo Montenotte, località dalla quale probabilmente erano arrivati a Locana. L’ordine di allontanare i P.G. greci da Locana fa seguito a una lamentela dell’Azienda Elettrica Municipale di Torino  (presso la quale evidentementi i prigionieri greci erano costretti al lavoro) riguardo le ripetute assenze degli internati e quindi il loro scarso rendimento. Sempre nello stesso documento, l’Ufficio Prigionieri di Guerra dello Stato Maggiore richiama il comandante del campo P.G. N. 127 per non essere intervenuto con tempestività e severità nei confronti delle proteste degli internati. “Si sarebbe potuto, almeno in parte, ovviare mediante energica azione diretta da parte del comando del campo (denuncia degli elementi renitenti, riduzione della razione viveri a quella prevista per i pg. non occupati nei riguardi di coloro che si astenevano dal lavoro, sanzioni disciplinari, ecc.”. E conclude chiedendo che agli internati siano applicati ulteriori provvedimenti. Come si può dedurre dal numero degli internati nel campo, i prigionieri di guerra greci vengono trasferiti da Locana a  Cairo Montenotte durante il mese di maggio del 1942. Ma il campo non viene però abbandonato. Come prospettato dall’Ufficio prigionieri di guerra, gli internati greci vengono sostitutiti da 100 P.G. serbi “il cui rendimento sul lavoro è stato, finora, riscontrato soddisfacente”. Così, dal 1 luglio del 1942 al 31 marzo del 1943 (data alla quale per ora si ferma la nostra ricerca), nel campo risultano presenti tra i 100 e i 90 prigionieri di guerra ex jugoslavi (1). Nel mese di settembre, come ci testimonia un documento relativo ad una evasione di due prigioneri di guerra serbi, è in funzione un distaccamento di lavoro - dipendente dal campo P.G. N. 127 - in località Lago Agnel. Legata in qualche modo al campo P.G. N. 127 sembra essere anche la vicenda di 44 prigionieri di guerra impiegati in lavori agricoli nella cittadina di Veneria Reale. Nel Diario storico militare dell’Ufficio prigionieri di guerra del 6 aprile 1942 si legge “E’ stato fissato per i giorni 15-16-17 giugno p.v. il processo avanti il tribunale militare di Torino contro 44 pg. imputati di essersi rifiutati all’ordine loro dato di lavorare, essendo impiegati in lavori agricoli a Veneria Reale”. Il che lascia supporre che dal campo N. 127 dipendesse un distaccamento di lavoro dislocato a Veneria Reale. Molto probabilmente, ma andrebbe svolta un’apposita ricerca su questo, il processo si conclude con una condanna. Infatti, nel riassunto quindicinale sulla situazione dei prigionieri di guerra del primo settembre 1942, alla fine dell’elenco dei campi per P.G., appare un nuovo luogo di internamento. Si tratta del carcere militare di Torino dove risultano detenuti 44 prigionieri di guerra greci. Una presenza che viene registrata almeno fino a marzo del 1943, data alla quale i P.G. greci detenuti nel carcere militare di Torino sono saliti a 48. 1. Nello specchio del mese di settembre 1942, e solo in questo, i prigionieri di guerra ex jugoslavi presenti nel campo P.G. N. 127 di Locana vengono classificati come internati civili. Dal mese successivo, come era in quello precedente, gli internati sono di nuovo considerati prigioneri di guerra. Una dimostrazione della (relativa) confusione sullo status giuridica da assegnare ai prigionieri jugoslavi, cittadini di uno stato che dopo l’invasione e spartizione non esiste più. NOTE La ricerca sui campi italiani per prigionieri di guerra è ancora in corso (novembre 2012). Le informazioni qui riportate sono tratte da alcuni documenti conservati presso l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito e riguardano solo il periodo che va da marzo 1942 a marzo 1943. I dati di questa scheda sono quindi incompleti e ancora da verificare.  Fonte: www.campifascisti.it
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