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IVREA. Ora lo sceriffo di Nottingham si chiama Amazon

IVREA. Ora lo sceriffo di Nottingham si chiama Amazon

Credo sia nota quasi a tutti la vicenda/leggenda di storia medievale, celebrata in una folta serie di pellicole cinematografiche, che narra del titolare della carica di Sceriffo di Nottingham, il cui compito è catturare i fuorilegge, come il leggendario Robin Hood, ed assicurare la possibilità dei traffici commerciali nell’area della Foresta di Sherwood, o impedire ai non autorizzati di cacciare i cervi del re. È stato suggerito che lo Sceriffo possa essere identificato con personaggi storici come William de Wendenal, Roger de Laci o William Brewer.

La cittadinanza della contea di Nottingham risente della sua perfidia rimanendo completamente senza denari. Nel film Robin Hood - Principe dei ladri del 1991, la figura dello Sceriffo è interpretata da Alan Rickman,  in Robin Hood - Un uomo in calzamaglia del 1993, da Roger Rees, nel più recente Robin Hood del 2010, diretto da Ridley Scott, la parte fu affidata a Matthew Mac Fadyen. In tutte le versioni alla fine, con il ritorno di Re Riccardo d’Inghilterra, lo Sceriffo di Nottingham viene condannato ai lavori forzati insieme a Sir Biss ed al Principe Giovanni complici delle sue malvagità “socio-economiche”.

Dal venerdi scorso, 24 novembre 2017, credo che la leggenda possa ritenersi rivisitabile in chiave moderna e in tempi di mercato globale. Da quella mattina, con tutta la mia solidarietà, per quello che può contare, i lavoratori di Amazon Italia, Società che può senza sforzo interpretare il ruolo di novello Sceriffo di Nottingham, sono entrati in sciopero per chiedere aumenti di stipendio e migliori condizioni di lavoro. Cos’è Amazon.com, Inc? E’ un’azienda di commercio elettronico statunitense, con sede a Seattle nello stato di Washington ed è la più grande Internet company al mondo. È stata tra le prime grandi imprese a vendere merci su Internet e una delle aziende simbolo della bolla speculativa delle dot-com riguardante Internet alla fine degli anni novanta. Il termine Dot-com viene utilizzato per identificare quelle aziende che, nate a seguito del notevole surplus di fondi generati dalle venture capital, ed al grande ottimismo del mercato azionario durante la fine del XX secolo, impostarono un business improntato principalmente all’erogazione di servizi via web. Numerose di esse fallirono generando una vera e propria recessione della New Economy. Fondata con il nome di Cadabra.com da Jeff Bezos nel 1994 e lanciata nel 1995, Amazon.com incominciò come libreria online, ma presto allargò la gamma dei prodotti venduti a DVD, CD musicali, software, videogiochi, prodotti elettronici, abbigliamento, mobilia, cibo, giocattoli e altro ancora. Amazon ha creato poi altri siti in Canada, Regno Unito, Germania, Australia, Francia, Italia, Spagna, Cina, Brasile, Messico, Giappone Paesi Bassi, India e spedisce i suoi prodotti in tutto il mondo. Amazon risulta essere il primo sito di e-commerce in Italia. Lo sciopero è stato proclamato dai principali sindacati della logistica ed è durato dalla mattina di venerdì a quella di sabato, coprendo tutto il cosiddetto “Black Friday“, una giornata di sconti particolarmente vantaggiosi in cui Amazon si aspetta di effettuare un altissimo numero di consegne.

Uno sciopero per chiedere stipendi più alti e migliori condizioni di lavoro è in corso anche nei sei stabilimenti di Amazon in Germania. Mi è capitato recentemente di vedere la gigantesca costruzione del grande centro di smistamento di Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza, nel quale Amazon impiega circa 4mila persone, di cui solo 1.600 con contratti da dipendenti (tra cui solo 500 a tempo indeterminato). A loro si aggiungono centinaia di altri lavoratori in somministrazione, cioè chiamati per aumentare l’organico nei periodi di punta. Da tempo si raccontano le condizioni molto dure nello stabilimento di Castel San Giovanni. Ne hanno parlato l’ Linkiesta,  La Stampa e L’Espresso, lo scorso aprile. Le contestazioni che vengono fatte all’azienda riguardano in particolare il ritmo di lavoro molto intenso, con i dipendenti costretti a fare fino a 20 chilometri ogni giorno spostare i vari pacchi da un punto all’altro del grande stabilimento. Secondo dipendenti e sindacati, manager e capi reparto esercitano un controllo molto rigido sui tempi impiegati per svolgere le varie mansioni e sulle pause, comprese quelle per andare al bagno. Chi perde tempo o è lento rischia richiami disciplinari e altre sanzioni, come il trasferimento in reparti dove il lavoro è più disagevole.

Questi ritmi e la natura estremamente ripetitiva di alcune mansioni avrebbe procurato a molti dipendenti infortuni e altre patologie, come problemi alla schiena, alle articolazioni, stress e attacchi di panico. Si chiede anche un miglioramento delle condizioni salariali. L’azienda ha visto crescere moltissimo i suoi guadagni rispetto a quando iniziò la sua attività in Italia nel 2010. I dipendenti però non avrebbero ricevuto benefici da questo miglioramento, visto che secondo i giornali sono pagati in media circa 1.450 euro lordi al mese, cioè il minimo previsto dal contratto nazionale per il settore della logistica. Persino ridicola la posizione assunta dal direttore dello stabilimento italiano che esalta gli sconti che Amazon offre ai suoi dipendenti sull’acquisto di prodotti….. Amazon. Il segretario del PD Matteo Renzi ha detto, a proposito dello sciopero: «Non conosco la vicenda Amazon, se scioperano avranno le loro ragioni. In generale in Italia c’è un problema di salari». Ma quando arriverà un Robin Hood a fare abbassare la cresta allo Sceriffo Amazon?. Credo mai, considerata la pletora di politici incapaci di cui può far vanto ormai da tempo l’Italia. La vicenda genera tutta una serie di profonde considerazioni politiche e sociali. Intanto che da quando al governo c’è andata la sinistra i diritti dei lavoratori, che precedentemente, anche quando le situazioni erano di lusso come ai tempi di una fabbrica modello come l’Olivetti, erano costante elemento strumentalizzato per scatenare scioperi a go-go, attuati sino a distruggere il giocattolo, ora sono finiti completamente nel dimenticatoio.   Una valutazione va fatta sui numeri di impiego di lavoratori in relazione all’immane ricchezze che vengono concentrate a favore di un ristretto vertice societario praticamente occulto.

Come non sbalordire nel confrontare il “vecchio” commercio diffuso, ormai debellato, che, ancora negli anni settanta, vedeva proliferare 3000 attività commerciali familiari nella sola, piccola Ivrea, con quei 4000 bistrattati  dipendenti dell’Amazon, in grado di soddisfare le richieste commerciali di mezzo mondo? E dove lo mettiamo il costo sociale di queste operazioni del mercato globalizzato? Quanto dovrebbe pagare in tasse all’Italia Amazon per mantenere i suoi depositi commerciali e spedire merci a manetta? Il minimo sarebbe almeno sino a compensare quella parte di commercio al dettaglio che è stata uccisa forse per sempre. Ma poi ce le pagheranno delle tasse? o per gli americani, anche grazie ai novelli Badoglio che proliferano nel nostro Paese, siamo ancora terra di conquista, quelli della “resa incondizionata” del ’43?

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