“Sono nato a Cavagnolo, vivo a Cavagnolo, sono diventato sindaco nel 2004 e sono stato rieletto nel 2009. Questo per dire che chi, come me, è nato e ha vissuto qui ha nel dna una cosa molto importante: convivere con un’area, che purtroppo c’è ancora, estremamente depressa, con un significato molto brutto per tutti noi cavagnolesi. Un’area che ha rappresentato morte, malattia, desolazione. Un’area che va recuperata nel modo giusto, che da simbolo di negatività diventi simbolo di positività. Parlo di quella parte del mio paese dove c’era la fabbrica dell’eternit, dove io ho perso quattro familiari, ma anche della vicina e confinante zona militare. La mia amministrazione aveva la volontà di fare qualcosa di positivo per sistemare quella zona. Per questo, se dalle intercettazioni che sono state fatte, può risultare un mio modo di fare ammiccante e mieloso con Gambarino e Camerlengo, è solo perché avevo a cuore quel progetto di rilancio importante per tutta Cavagnolo, che è diventato un paese dormitorio e che ha bisogno di un’idea per migliorarlo. E’ vero, è un modo di fare particolare ma è anche tipico del mio carattere: se parlate con i miei clienti o con i miei colleghi, ve lo possono confermare. Purtroppo, non ero io la persona intercettata, ma se lo fossi stato sarebbe stato meglio: sarebbero state trascritte tutte le telefonate e vi sareste resi conto che io sono proprio così. E magari oggi non sarei qui...”.
Inizia così, con questa lunga dichiarazione spontanea, la deposizione di Franco Sampò al processo “Sanitopoli”. Nell’aula 45 del Palazzo di Giustizia di Torino, giovedì 24 ottobre è venuta l’ora dell’ex sindaco di Cavagnolo, che ha raccontato per la prima volta la sua verità sulla vicenda che nel maggio di due anni fa lo travolse e lo costrinse alle dimissioni.
Tre settimane di carcere, altrettante costretto a risiedere a Cormano, lontano da Cavagnolo, un altro paio in un altro domicilio lontano da casa. Una brutta storia. Una vicenda che l’ha, inevitabilmente, segnato.
“La prima cosa che temevo in quel periodo era l’opinione che la mia gente si sarebbe potuta fare di me”, ha raccontato al collegio giudicante, incalzato dalle domande del pm Stefano Demontis.
Sampò è coinvolto nel processo “Sanitopoli” per il filone d’inchiesta legato al bando di vendita degli ex capannoni militari di proprietà comunale, da trasformare in una residenza sanitaria da cento posti letto. Secondo la pubblica accusa, si sarebbe adoperato affinchè il bando venisse vinto da “Villa Iris”, di proprietà di Pierfrancesco Camerlengo, uscito dal procedimento ricorrendo al patteggiamento.
In un’ora di interrogatorio, Sampò, difeso dagli avvocati Sabrina Balzola e Gianmaria Mosca, ha ripercorso quei mesi, quelle settimane, che portarono il 22 dicembre 2010 all’emissione del bando per la vendita degli ex capannoni militari di via XXIV Maggio, partendo da una base d’asta di 499 mila e 500 euro, e le settimane che seguirono, con l’asta alla fine vinta da “Villa Iris”. Per la cronaca, non se ne fece poi più nulla perché l’unica ditta vincitrice non produsse mai i documenti richiesti dal Comune di Cavagnolo per considerare chiuso e affidato il bando. Ma questo è l’epilogo, marginale, di una vicenda che ha assunto tutt’altri contorni.
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