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Sicurezza sul lavoro, i morti calano ma restano quasi due al giorno

Oltre 91mila incidenti in due mesi, sindacati all’attacco: “Troppo pochi investimenti nella prevenzione”

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Millecinquecento infortuni al giorno, quasi due morti. È una contabilità fredda, ma necessaria, quella che accompagna la Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro. Numeri che raccontano un’Italia in cui qualcosa si muove – i decessi diminuiscono – ma dove il prezzo pagato continua a essere altissimo. Perché se è vero che le morti bianche calano, è altrettanto vero che il lavoro continua a uccidere.

I dati aggiornati ai primi due mesi del 2026 tracciano un quadro complesso. Secondo il rapporto Anmil, sono state presentate 91.912 denunce di infortunio, con un aumento del 2,6% rispetto allo stesso periodo del 2025. Una crescita che riporta l’attenzione su un fenomeno tutt’altro che sotto controllo. Sul fronte più drammatico, quello dei decessi, si registra invece una flessione significativa: 102 morti contro i 138 dell’anno scorso, pari a un calo del 26,1%. Una riduzione importante, che però non basta a cambiare la percezione di fondo: in Italia si continua a morire lavorando, con una media che resta prossima alle due vittime al giorno.

Il miglioramento relativo non cancella, anzi rende ancora più evidente, il paradosso del sistema. Da un lato si registrano segnali positivi, dall’altro emergono criticità strutturali che i sindacati denunciano da tempo. A cominciare dalle risorse. A meno di una settimana dal Primo Maggio, le organizzazioni dei lavoratori puntano il dito contro un dato simbolico ma eloquente: solo lo 0,4% del Fondo sanitario nazionale è destinato alla prevenzione e alla sicurezza nei luoghi di lavoro.

Una quota minima, giudicata insufficiente per affrontare un fenomeno che continua a generare numeri da emergenza. La Uil, in particolare, evidenzia come i Servizi di prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro (Spsal) ricevano appena il 10,4% delle risorse che spetterebbero loro in base ai Livelli essenziali di assistenza. In alcuni casi, come quello della Asl Roma 1, la percentuale scende addirittura allo 0,1% delle risorse complessive. Dati che fotografano un sistema di prevenzione sottofinanziato, spesso costretto a operare con organici e strumenti insufficienti.

Nel dibattito si inserisce anche il ruolo dell’Inail, al centro delle critiche della Cgil. “L’Inail ha molte risorse, ma non le investe come dovrebbe sulla salute e sulla sicurezza dei lavoratori. Le risparmia”, ha dichiarato la segretaria confederale Francesca Re David. Il nodo, secondo il sindacato, non è solo economico ma anche culturale: serve un cambio di paradigma nel modo di fare impresa, dove la sicurezza non sia un costo da contenere ma un indicatore fondamentale della qualità aziendale.

Una posizione condivisa, con sfumature diverse, anche da Cisl e Uil. Per la Cisl, la sicurezza deve diventare il centro di un “impegno univoco e diffuso”, che coinvolga imprese, istituzioni e rappresentanze dei lavoratori. La chiave, secondo il sindacato, è l’integrazione tra innovazione tecnologica, formazione e partecipazione, strumenti indispensabili per ridurre i rischi in contesti produttivi sempre più complessi.

Ma non è solo la prevenzione a mostrare falle. Anche il sistema dei controlli presenta criticità rilevanti. Il settore agricolo, in particolare, emerge come uno dei più esposti. Il recente rapporto dell’Ispettorato nazionale del lavoro segnala un tasso di irregolarità dell’82% a livello nazionale, con un incremento del 7,8% delle violazioni in materia di sicurezza. Un dato che fotografa una realtà in cui il rispetto delle norme è tutt’altro che scontato e dove il rischio per i lavoratori resta elevato.

A rendere il quadro ancora più complesso è l’aumento delle malattie professionali, cresciute del 14,2% nei primi mesi dell’anno. Un fenomeno meno visibile rispetto agli infortuni immediati, ma altrettanto significativo, perché spesso legato a esposizioni prolungate a rischi non adeguatamente monitorati o prevenuti.

Il risultato è un sistema che fatica a tenere insieme prevenzione, controllo e cultura della sicurezza. E in cui ogni miglioramento, come la riduzione dei decessi, rischia di essere percepito come parziale se non accompagnato da interventi strutturali.

La Giornata mondiale per la sicurezza sul lavoro, allora, diventa più di una ricorrenza. È un momento di bilancio, ma anche un richiamo alla responsabilità. Perché dietro i numeri ci sono storie, famiglie, vite spezzate o segnate per sempre. E perché, nonostante i segnali di miglioramento, il lavoro in Italia continua a essere, troppo spesso, un luogo di rischio.

La sfida, ora, è trasformare quei segnali in un cambiamento stabile. Più risorse, più controlli, più formazione. Ma soprattutto, una diversa idea di sicurezza: non un obbligo da rispettare, ma un diritto da garantire ogni giorno.

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