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Economia
28 Aprile 2026 - 18:11
Lavoratori Primotecs in consiglio regionale
Centocinquantotto lavoratori, un fondo tedesco, milioni pubblici e un copione che in Piemonte si conosce fin troppo bene: si compra, si promette, si incassa… e poi si chiude. La vertenza Primotecs di Avigliana, fornitore Stellantis finito nelle mani del fondo Mutares, è l’ennesima storia che sa di déjà vu. Solo che questa volta, tra macchinari nuovi di zecca e commesse ancora in piedi, la sensazione è che qualcuno abbia saltato qualche passaggio. O forse li ha saltati tutti, con una certa disinvoltura.
A provare a rimettere ordine nel caos ci pensa la politica, che scopre improvvisamente il fascino dei tavoli ministeriali.
Succede in consiglio regionale. Paolo Ruzzola annuncia con tono quasi solenne che “per la prima volta sarà coinvolta direttamente la proprietà”. Tradotto: finora si parlava con l’amministratore delegato, mentre chi decideva davvero stava comodamente altrove, magari con un foglio Excel sotto mano e Avigliana ridotta a una riga di bilancio. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire, se non fosse che nel frattempo la chiusura è già stata apparecchiata, come una cena a cui i lavoratori non sono mai stati invitati.

A Palazzo Lascaris sfilano lavoratori, sindaci e sindacalisti. L’aria è quella delle grandi occasioni, ma senza buffet e soprattutto senza certezze. Il presidente del consiglio regionale Davide Nicco riceve tutti, ascolta, annuisce, promette di farsi portavoce. Una scena vista e rivista, con la differenza che qui il tempo stringe davvero. Perché i conti non tornano: sei mesi di cassa integrazione evaporati “dalla sera alla mattina” e un orizzonte ridotto a poche settimane. “Un dramma per 158 famiglie”, denunciano i pentastellati Chiara Appendino, Sarah Disabato e Alberto Unia, chiedendo il ripristino immediato degli ammortizzatori fino al 31 dicembre. "Perché due mesi - spiegano - non bastano né a vivere né a trovare un compratore...". Figuriamoci a rilanciare uno stabilimento.
E qui sta uno dei nodi più grotteschi della vicenda: mentre si parla di chiusura, qualcuno ricorda che dentro la Primotecs il lavoro c’è ancora. Non è una cattedrale nel deserto, non è un relitto industriale. Le commesse esistono, le linee produttive funzionano, i macchinari – quelli nuovi, pagati anche con soldi pubblici – sono lì.
“L’azienda ha molte commesse e molto lavoro”, sottolinea Alberto Unia. Ma evidentemente non abbastanza da convincere un fondo di investimento che, come spesso accade, ragiona più in termini di rendimento che di territorio.
E poi c’è un dettaglio che dettaglio non è: 18 milioni di euro garantiti da Sace (società controllata dal Ministero dell’Economia che serve, in parole semplici, a sostenere le imprese con garanzie pubbliche) per nuovi macchinari, utilizzati appena un anno. Un investimento pubblico, quindi, che avrebbe dovuto sostenere l’occupazione e il rilancio industriale. Invece oggi rischia di trasformarsi nell’ennesimo regalo a perdere.
“Una vicenda surreale”, la definiscono i sindacati. Surreale, sì, ma ormai quasi normale. Perché il copione si ripete: incentivi, acquisizione, qualche mese di attività e poi la ritirata, lasciando sul campo lavoratori e territori.
Dal centrosinistra al Movimento 5 Stelle, passando per la maggioranza, il coro è unanime. Tutti preoccupati, tutti indignati, tutti pronti a chiedere verifiche. Laura Pompeo (PD) vuole capire che fine faranno i macchinari comprati con fondi agevolati, Nadia Conticelli (PD) promette controlli serrati sulle procedure, Gianna Pentenero (PD) insiste sulla necessità di verificare l’uso dei sostegni pubblici. E Valentina Cera (AVS) va dritta al punto: “Metodo predatorio di questi fondi di investimento”. Parole che pesano, e che aprono una questione più ampia: quanto è controllato davvero ciò che accade quando pezzi di industria locale finiscono nelle mani della finanza internazionale?
Fuori dalle aule, restano le persone. Operai e operaie con un’età media di 55 anni, troppo giovani per andare in pensione e troppo “vecchi” per il mercato del lavoro. Una generazione sospesa, che ha già dato tutto e che ora si ritrova a fare i conti con un futuro che si restringe giorno dopo giorno. “Persone che hanno fatto tanti sacrifici per mantenere il posto di lavoro”, ricordano dal M5S. E che oggi si sentono tradite, non solo da un’azienda ma da un intero sistema.
La richiesta alla politica è chiara: battere i pugni. Ma il problema è capire su quale tavolo. Perché quello del Mimit (Ministero delle Imprese e del Made in Italy), convocato per il 4 maggio, rischia di essere l’ennesimo passaggio interlocutorio, una tappa in più in una trattativa che arriva quando i giochi sono già fatti. Ci sarà anche Mutares, assicurano. E lì si capirà se siamo davanti all’ennesima chiusura già scritta o a un raro tentativo di inversione di rotta. “Studiare una strategia efficace di rilancio”, si dice. Una formula che suona bene, ma che i lavoratori hanno imparato a tradurre con una certa diffidenza.
Intanto la Regione viene chiamata a fare la sua parte, tra politiche attive del lavoro e tentativi di ricollocazione. Parole importanti, certo, ma che per molti suonano come un "piano B" già pronto, quasi una resa anticipata.
Il punto, infatti, non è solo ricollocare. E' capire se davvero si vuole salvare un pezzo di industria o semplicemente accompagnarne la fine nel modo meno rumoroso possibile.
E così la storia della Primotecs diventa qualcosa di più di una vertenza locale. Lo specchio di un modello economico in cui i territori contano sempre meno, i lavoratori ancora meno e le decisioni si prendono altrove, spesso lontano anni luce dalle fabbriche. Un modello in cui si investe con una mano e si disinveste con l’altra, lasciando dietro di sé macchinari nuovi, capannoni vuoti e promesse consumate.
Alla fine, resta la frase che ritorna sempre, come un mantra: “la politica non può lasciarle sole”. Lo dicono tutti, da destra a sinistra. E forse è proprio questo il problema: lo dicono sempre.
Poi si spengono i riflettori, i tavoli si svuotano e 158 famiglie restano lì, a fare i conti con una realtà molto meno solenne e molto più concreta. Una realtà fatta di buste paga che non arrivano, di mutui che restano e di un territorio che, ancora una volta, paga il prezzo più alto.
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