AGGIORNAMENTI
Cerca
Esteri
27 Aprile 2026 - 00:06
Non è solo la storia di un reattore esploso: è il racconto di un continente contaminato, di una verità nascosta troppo a lungo e di un disastro che, tra guerra e memoria, non ha mai davvero smesso di incombere
Alle 1:23 del 26 aprile 1986, nella sala di controllo del reattore numero 4 della centrale di Chernobyl, nessuno stava assistendo a una semplice anomalia tecnica. In pochi secondi, un test di sicurezza condotto in condizioni gravemente compromesse si trasformò in un collasso del sistema, poi in un’esplosione, poi in un incendio di grafite che avrebbe continuato a riversare materiale radioattivo nell’atmosfera. Da quel momento, il tempo europeo si sarebbe diviso in un prima e un dopo. Non soltanto per l’Unione Sovietica, ma per l’idea stessa di modernità: la tecnologia che prometteva controllo assoluto mostrò il suo volto più incontrollabile.
Il disastro di Chernobyl resta ancora oggi il più grave incidente dell’industria nucleare civile. A renderlo tale non fu soltanto la violenza dell’evento iniziale, ma la combinazione micidiale fra errori umani, violazioni delle procedure e limiti strutturali del reattore RBMK, privo di una struttura di contenimento paragonabile a quelle adottate in altri impianti. L’esplosione distrusse il nocciolo, proiettò all’esterno combustibile e frammenti altamente radioattivi e aprì la strada a una dispersione che non si fermò ai confini sovietici: isotopi come iodio-131, cesio-137 e stronzio-90 finirono su vaste aree di Ucraina, Bielorussia, Russia e, in misura diversa, su molte zone d’Europa.
Per ore, e poi per giorni, l’informazione ufficiale rimase opaca, insufficiente, ritardata. Intanto la contaminazione avanzava. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e l’UNSCEAR — il comitato scientifico delle Nazioni Unite sugli effetti delle radiazioni — le ricadute radioattive furono misurabili in tutti i Paesi dell’emisfero nord, mentre circa 150.000 chilometri quadrati in Bielorussia, Russia e Ucraina risultarono contaminati in modo significativo. Nel perimetro dei 30 chilometri attorno alla centrale nacque quella che ancora oggi viene chiamata zona di esclusione, uno spazio che è insieme territorio fisico, simbolo politico e archivio tossico del Novecento.
La città di Pripyat, costruita per ospitare i lavoratori della centrale, venne evacuata solo 36 ore dopo l’incidente. Vi abitavano 49.360 persone. Nelle settimane e nei mesi successivi furono allontanate altre decine di migliaia di residenti dalle aree contaminate; secondo l’IAEA, in totale circa 200.000 persone furono trasferite, mentre l’UNSCEAR calcola che nel 1986 circa 115.000 persone furono evacuate e che altre 220.000 furono successivamente ricollocate. Dietro questi numeri ci sono vite disarticolate: famiglie sradicate, villaggi cancellati, biografie spezzate da una decisione improvvisa e insieme tardiva.
Contare i morti di Chernobyl significa entrare in uno dei terreni più controversi dell’intera storia nucleare. Le morti immediate documentate sono relativamente circoscritte: l’IAEA indica 2 lavoratori deceduti nell’esplosione iniziale e 28 pompieri e operatori di emergenza morti entro i primi 3 mesi per sindrome acuta da radiazioni; l’UNSCEAR ricorda che fra i 600 addetti presenti sul sito nelle prime ore, 134 svilupparono una grave malattia da radiazioni e che, nel complesso, 30 lavoratori morirono entro poche settimane.
Più complessa, e inevitabilmente meno netta, è la valutazione delle conseguenze a lungo termine. Nel 2005, il Chernobyl Forum — composto da IAEA, WHO, UNDP, UNSCEAR, Banca Mondiale e altre agenzie internazionali insieme ai governi di Bielorussia, Russia e Ucraina — stimò che fino a 4.000 persone appartenenti alle popolazioni più esposte avrebbero potuto morire nel tempo per tumori e leucemie radio-indotti. Si tratta di una stima riferita ai gruppi più colpiti: lavoratori impegnati nell’emergenza tra 1986 e 1987, evacuati e residenti delle aree più contaminate. È il numero più citato nei rapporti delle Nazioni Unite, ma non l’unico circolato nel dibattito pubblico.
Altre valutazioni, provenienti da organizzazioni ambientaliste o da studi indipendenti, hanno proposto cifre molto più alte. La forbice nasce da differenze metodologiche profonde: quali popolazioni includere, per quanti decenni osservare gli effetti, quali modelli usare per attribuire un tumore all’esposizione radiologica invece che ad altre cause. Per questo, quando si parla di bilancio umano, la formula più onesta resta anche la più scomoda: esistono dati solidi sulle vittime acute e stime internazionali prudenti sugli effetti futuri, ma l’impatto complessivo di Chernobyl continua a essere oggetto di discussione scientifica e politica.
Se Chernobyl non divenne qualcosa di ancora peggiore, il merito — e il prezzo — ricadde su un esercito improvvisato di uomini mandati a contenere l’incontenibile. Erano i liquidatori: pompieri, militari, minatori, tecnici, operai, autisti, ingegneri. La loro missione era spegnere l’incendio, rimuovere il materiale contaminato, costruire barriere, scavare, decontaminare, seppellire, misurare, isolare. L’IAEA osserva che non esiste un conteggio perfettamente certo, ma che i registri russi riportavano circa 400.000 liquidatori già nel 1991 e che a circa 600.000 persone venne poi riconosciuto ufficialmente lo status di liquidatore.

Molti di loro operarono in condizioni che oggi appaiono difficili da concepire. Non tutti ricevettero dosi elevatissime, e le esposizioni variarono molto a seconda dei compiti e del periodo di impiego. L’UNSCEAR stima una dose media di circa 120 millisievert per 530.000 operatori di recupero, con una fascia di rischio chiaramente più alta per i primi soccorritori e per chi lavorò nelle fasi iniziali. La narrazione pubblica li ha spesso trasformati in un blocco indistinto; in realtà furono una popolazione eterogenea, e proprio questa eterogeneità rende più difficile ricostruirne gli esiti sanitari complessivi. Ma su un punto c’è consenso: senza il loro intervento, la catastrofe avrebbe potuto allargarsi ulteriormente.
Furono loro, inoltre, a costruire in tempi rapidissimi il primo sarcophagus, la gigantesca copertura di cemento e acciaio eretta in meno di sei mesi attorno al reattore distrutto. Un’opera di emergenza, non pensata per durare decenni, ma indispensabile per confinare il materiale radioattivo rimasto. Era una risposta provvisoria a un problema permanente.
Sul piano sanitario, il dato più robusto e condiviso riguarda l’aumento dei casi di tumore alla tiroide tra coloro che nel 1986 erano bambini o adolescenti nelle zone più colpite. La causa principale fu l’assorbimento di iodio radioattivo attraverso alimenti contaminati, soprattutto latte e derivati. L’UNSCEAR ha registrato oltre 6.000 casi entro il 2005 in questa popolazione; la WHO, richiamando gli aggiornamenti successivi, segnala che entro il 2015 i casi nei tre Paesi più colpiti avevano raggiunto quota 20.000. Non tutti questi casi sono attribuibili automaticamente alle radiazioni, anche per l’effetto degli screening più estesi, ma le istituzioni scientifiche internazionali ritengono che una parte significativa sia verosimilmente legata all’incidente.
Per il resto, il quadro è più sfumato. L’UNSCEAR indica alcune evidenze di aumento del rischio di leucemia in gruppi di lavoratori maggiormente esposti e segnala anche problemi come le opacità del cristallino in alcune coorti. Tuttavia, per la grande maggioranza della popolazione generale, non è stata dimostrata una crescita netta dell’incidenza complessiva di tumori o di altre malattie non maligne attribuibile con certezza all’esposizione radiologica di Chernobyl. Questo non riduce il peso del disastro: lo sposta anche sul terreno meno visibile, ma enorme, degli effetti psicologici, sociali ed economici.
Il Chernobyl Forum definì proprio il danno alla salute mentale come il “più grande problema di sanità pubblica” generato dall’incidente: paura, stigma, fatalismo, dipendenza dagli aiuti, percezione di essere cittadini biologicamente danneggiati per sempre. In questo senso, Chernobyl non fu soltanto una contaminazione del territorio: fu anche una contaminazione della fiducia.
Negli anni successivi, l’eredità di Chernobyl ha prodotto anche una trasformazione profonda delle regole globali sulla sicurezza nucleare. L’incidente accelerò la trasparenza internazionale sugli incidenti, la cooperazione tecnica e la revisione degli standard di sicurezza. Ma il sito stesso rimase a lungo un cantiere irrisolto. Il primo sarcofago, costruito in emergenza, si degradò progressivamente. Per questo la comunità internazionale finanziò una nuova struttura: il New Safe Confinement, completato nel 2019 sotto il coordinamento della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (EBRD). Il progetto costò oltre 2,1 miliardi di euro, sostenuto da più di 45 Paesi donatori, ed è stato descritto dall’EBRD come la più grande cooperazione internazionale mai realizzata nel campo della sicurezza nucleare.
Quella gigantesca arcata d’acciaio non era soltanto un’opera ingegneristica. Doveva impedire nuove dispersioni di materiale radioattivo, proteggere il vecchio sarcofago dagli agenti esterni e consentire nel tempo lo smantellamento in condizioni più sicure del reattore distrutto. In altre parole, doveva trasformare il lascito tossico del 1986 in un rischio gestibile sul lungo periodo.

Eppure, nel 2025, Chernobyl è tornata al centro dell’attenzione non per la memoria, ma per la vulnerabilità. Il 14 febbraio 2025, secondo l’IAEA, un attacco con drone colpì il New Safe Confinement, aprendo un grande foro nel tetto e provocando incendi e danni estesi alla struttura. L’agenzia diretta da Rafael Mariano Grossi ha chiarito che, pur non essendosi registrato alcun aumento dei livelli di radiazione nel sito, la funzione di confinamento della struttura è risultata compromessa e saranno necessari lavori di riparazione importanti.
È qui che l’anniversario dei 40 anni, oggi 26 aprile 2026, smette di essere pura commemorazione e torna a essere cronaca. Perché Chernobyl non appartiene solo all’archivio del disastro nucleare: è anche la dimostrazione che una infrastruttura atomica, persino quando non produce più energia, resta esposta ai rischi della guerra, della destabilizzazione e del deterioramento. Il sito, che doveva essere il monumento conclusivo di una tragedia del secolo scorso, è diventato di nuovo un punto sensibile del presente europeo.
A 40 anni di distanza, la lezione di Chernobyl non può essere ridotta a un riflesso ideologico, pro o contro il nucleare. Sarebbe troppo facile, e troppo poco utile. Il suo lascito reale è più esigente: ricorda che la sicurezza non è mai una formula tecnica definitiva; che la trasparenza conta quanto l’ingegneria; che i costi di un incidente non si misurano solo in sievert o in chilometri contaminati, ma anche in fiducia pubblica, salute mentale, sradicamento sociale, memoria collettiva.
Il reattore 4 esplose in una notte di primavera del 1986. Ma il vero tempo di Chernobyl non è mai finito quella notte. Continua ogni volta che si discute di energia, di guerra, di rischio sistemico, di responsabilità politica. Continua nei registri sanitari, nelle cartelle cliniche dei liquidatori, nelle città evacuate, nella zona di esclusione, nei tumori diagnosticati anni dopo, nei dossier delle agenzie internazionali, nelle crepe — fisiche e simboliche — delle strutture che dovrebbero contenere l’eredità del passato. E continua perché, a differenza di altri disastri, Chernobyl non ha soltanto lasciato un luogo ferito: ha lasciato una domanda ancora aperta sulla capacità delle società moderne di governare davvero le proprie potenze.
Edicola digitale
I più letti
Ultimi Video
LA VOCE DEL CANAVESE
Reg. Tribunale di Torino n. 57 del 22/05/2007. Direttore responsabile: Liborio La Mattina. Proprietà LA VOCE SOCIETA’ COOPERATIVA. P.IVA 09594480015. Redazione: via Torino, 47 – 10034 – Chivasso (To). Tel. 0115367550 Cell. 3474431187
La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70 e della Legge Regione Piemonte n. 18 del 25/06/2008. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo
Testi e foto qui pubblicati sono proprietà de LA VOCE DEL CANAVESE tutti i diritti sono riservati. L’utilizzo dei testi e delle foto on line è, senza autorizzazione scritta, vietato (legge 633/1941).
LA VOCE DEL CANAVESE ha aderito tramite la File (Federazione Italiana Liberi Editori) allo IAP – Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.