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24 Aprile 2026 - 11:19
Amministratori di Brusasco. Sullo sfondo il Comune di Cavagnolo
Lunedì sera, 27 aprile, il tema torna sul tavolo del Consiglio comunale. Senza giri di parole: a Brusasco si torna a discutere della fusione con Cavagnolo.
La convocazione è fissata per le 21 nella sala consiliare di Palazzo Ellena, e tra i punti all’ordine del giorno compare una voce che è destinata a far discutere più di altre: la mozione presentata dal gruppo “Per Brusasco e Marcorengo – Anna Marolo sindaco” dal titolo netto, “2027, l’anno giusto per la fusione Brusasco-Cavagnolo” .
A riportare il tema dentro il dibattito istituzionale sono i consiglieri Anna Marolo, Carlo Giacometto e Daniele Testore. Non una suggestione, ma un atto formale. Una mozione che chiede al Consiglio di prendere posizione e, soprattutto, di avviare un percorso concreto.
Il punto di partenza è politico, ma anche storico. Nel testo si ricorda che Brusasco e Cavagnolo erano già stati un unico Comune nel 1927, prima della separazione del 1957. Oggi, sostengono i firmatari, quella divisione appare superata: le due comunità restano fortemente integrate dal punto di vista territoriale, economico e sociale .
Il nodo, però, non è solo identitario. È economico. La mozione mette sul tavolo numeri e opportunità: contributi statali fino al 60% dei trasferimenti erariali per un massimo di 2 milioni di euro annui, oltre a incentivi regionali e risorse aggiuntive per la riorganizzazione . Tradotto: centinaia di migliaia di euro all’anno per un periodo fino a quindici anni, secondo le stime contenute nel documento.
E poi c’è l’argomento che torna sempre, quando si parla di fusioni: i costi. La frammentazione amministrativa, si legge, comporta duplicazioni, inefficienze e sprechi. L’idea è semplice: unire per spendere meno e gestire meglio servizi, uffici e personale.

Palazzo Ellena sede del Consiglio comunale di Brusasco
Ma la mozione non si ferma alle intenzioni. Disegna un percorso preciso, con tempi stretti: delibere parallele dei due Consigli comunali, richiesta alla Regione, referendum consultivo entro l’autunno 2026, e — in caso di esito favorevole — nascita del nuovo Comune in tempo per le elezioni del 2027. Già, perché tra un anno si torna al voto per rinnovare entrambi i Consigli comunali, sia a Brusasco che a Cavagnolo: se nel primo l'esperienza del sindaco Giulio Bosso va a concludersi, nel secondo è il mandato-bis di Andrea Gavazza che arriva al capolinea.
Per l'opposizione brusaschese, dunque, il momento è propizio per organizzare la tanto chiacchierata fusione: se non ora, quando?
“Avviando con immediatezza l’iter, è concretamente possibile arrivare al voto amministrativo del 2027 con un unico Comune”, si legge nel documento .
È qui che il tema smette di essere tecnico e diventa puramente politico. Che ne pensa il sindaco Giulio Bosso? E a Cavagnolo, dove la minoranza esiste sulla carta ma nella sostanza è "poca cosa", l'amministrazione del primo cittadino Gavazza come vede l'eventuale ipotesi di fusione?
Una fusione non è un atto amministrativo qualsiasi: significa superare due identità comunali, unificare rappresentanza e governance, ridisegnare equilibri locali.
Lunedì sera, a Palazzo Ellena, si capirà se questa resta una proposta o diventa davvero un percorso. Il passaggio è formale, ma il segnale è chiaro: dopo anni di silenzio, si torna a parlare di fusione tra Brusasco e Cavagnolo. Per una sera o per mesi, questo lo dirà il tempo.
Prima della fusione, c’è stato un altro tentativo. E oggi quasi nessuno lo cita più.
L’Unione dei Comuni del Trincavena, nata nel 2014 tra Brusasco, Cavagnolo e Brozolo, doveva essere il laboratorio della gestione condivisa. L’obiettivo era chiaro: unire servizi, ridurre i costi, superare la frammentazione amministrativa. Altri sindaci, altra vita, altre realtà. Sulla carta, tutto perfetto. Nella realtà, molto meno.
Il modello non ha mai prodotto quel cambio di passo strutturale che avrebbe giustificato la sua esistenza. Le amministrazioni hanno continuato a mantenere gran parte delle competenze in casa, gli uffici sono rimasti duplicati, e il risparmio — quello vero — non s'è praticamente mai toccato con mano.
Il risultato è un’entità che non è mai esistita.
Il punto è tutto qui: l’Unione ha fallito formalmente.
Ed è proprio da questo limite che oggi riparte il discorso sulla fusione.
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