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Lo Russo nella bufera sul 25 aprile: “Una Liberazione svuotata e piegata alle politiche di guerra”

Potere al Popolo attacca la giunta sulla fiaccolata e convoca un presidio: “Torino sempre più legata all’industria bellica e all’atlantismo”

Lo Russo nella bufera sul 25 aprile: “Una Liberazione svuotata e piegata alle politiche di guerra”

Lo Russo nella bufera sul 25 aprile: “Una Liberazione svuotata e piegata alle politiche di guerra”

Un presidio “contro la guerra e l’economia di guerra” è stato convocato oggi, 24 aprile, alle 17:30 in piazza Palazzo di Città da Potere al Popolo Torino. L’iniziativa si terrà prima della tradizionale fiaccolata della vigilia della Liberazione, quest’anno al centro di polemiche legate anche alla mancata modifica della data per consentire la partecipazione della comunità ebraica, impossibilitata a prendervi parte per via dello Shabbat.

Nelle scorse settimane, infatti, la giunta guidata dal sindaco Stefano Lo Russo aveva valutato l’ipotesi di spostare la fiaccolata al 23 o al 25 aprile proprio per andare incontro a questa esigenza, salvo poi fare marcia indietro e confermare l’appuntamento nella sua collocazione tradizionale. Una scelta che ha alimentato il dibattito politico cittadino, ma che – secondo Potere al Popolo – non incide sul nodo centrale.

Nel comunicato diffuso dagli organizzatori si legge infatti che «quello che è successo intorno alla fiaccolata istituzionale […] non è che la conferma di una traiettoria ormai evidente», ovvero «la trasformazione del 25 aprile in un rito istituzionale svuotato, piegato alle compatibilità politiche del presente» e «sempre più distante dai conflitti reali e dalla sostanza dell’antifascismo».

La critica si concentra in particolare sul ruolo delle forze politiche di centrosinistra, accusate di essersi progressivamente allineate alle politiche internazionali occidentali: «un intero blocco politico […] ha scelto da tempo di collocarsi dentro un perimetro di piena compatibilità con le politiche di guerra, con il riarmo e con l’atlantismo». Un orientamento che, secondo il movimento, si rifletterebbe anche nelle piazze: «tutti ci ricordiamo allo scoppio della guerra in Ucraina le bandiere del regime di Zelensky […] come l’anno scorso quelle di Israele e NATO».

Il comunicato collega queste dinamiche alle trasformazioni economiche della città. Torino, si legge, starebbe attraversando «una trasformazione profonda», passando dalla crisi dell’automotive a una riconversione verso «l’aerospazio e la difesa», con progetti come la Città dell’Aerospazio. Un processo che – secondo gli organizzatori – lega sempre più istituzioni, ricerca e industria a «un modello economico fondato sulla sicurezza, sulla competizione globale e, sempre più chiaramente, sulla guerra». In questo quadro viene citato anche il TAV, indicato come «corridoio militare».

Ampio spazio è dedicato anche al contesto internazionale, descritto con toni molto critici. Nel comunicato si parla di «una congiuntura molto grave» in cui «l’imperialismo statunitense insieme allo stato sionista stanno conducendo una guerra criminale contro l’Iran», mentre si denuncia «l’aperto sostegno al genocidio in atto in Palestina». Parallelamente, si evidenzia come anche in Europa «crescono le spese militari» e resti aperto il conflitto in Ucraina.

Da qui la definizione di una linea politica alternativa: «essere antifascisti oggi è porsi di traverso a questa deriva bellicista», rompendo «con l’alleanza atlantica, con gli Stati Uniti e con Israele» e fermando «l’economia di guerra che porta solo a licenziamenti di massa e definanziamenti […] a settori pubblici come scuola e sanità».

Nel testo compare anche un riferimento alla situazione politica interna e al recente referendum sulla giustizia, interpretato come segnale di un malcontento diffuso: «è emersa una limpida e condivisa necessità: il bisogno di un’alternativa politica e sociale a tutto campo», sia contro il governo sia contro quello che viene definito un «campo largo bellicista».

La critica investe direttamente anche il significato delle celebrazioni del 25 aprile: «non possiamo accettare una Liberazione che può convivere con il riarmo, con il sostegno a Israele, con l’allineamento alle politiche NATO». Una ricorrenza che, secondo Potere al Popolo, rischia di diventare «una memoria innocua, gestita dall’alto e funzionale all’esistente», separata dalla natura originaria della Resistenza.

Il presidio di oggi si propone quindi come momento di mobilitazione alternativa, con l’invito a partecipare rivolto a realtà sociali e cittadini per esprimere una posizione chiara: «contro la guerra, l’economia e l’industria di guerra», «contro il colonialismo e il sostegno a Israele», «contro le politiche di riarmo e l’atlantismo» e «contro la repressione e le politiche che colpiscono lavoratori, studenti e quartieri popolari».

Un appuntamento che, nelle intenzioni degli organizzatori, vuole riportare al centro una lettura politica e attuale della Liberazione, indicando – concludono – «cosa significa essere partigiani oggi».

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IL COMUNICATO DI POTERE AL POPOLO

La giunta Lo Russo, dopo aver accarezzato l’idea di spostare la fiaccolata il 23 aprile e poi il 25 per venire incontro alla comunità ebraica, impossibilitata a partecipare per via dello Shabbat, ha fatto marcia indietro: questo tuttavia non cambia la natura della questione. Quello che è successo intorno alla fiaccolata istituzionale del 24 aprile a Torino nelle ultime settimane, infatti, non è che la conferma di una traiettoria ormai evidente: la trasformazione del 25 aprile in un rito istituzionale svuotato, piegato alle compatibilità politiche del presente e sempre più distante dai conflitti reali e dalla sostanza dell'antifascismo. 
Siamo di fronte all’ennesima sceneggiata che si ripete ogni anno: un intero blocco politico – da PD ad AVS alle loro stampelle – ha scelto da tempo di collocarsi dentro un perimetro di piena compatibilità con le politiche di guerra, con il riarmo e con l’atlantismo utilizzando delle giornate che proprio in questo momento dovrebbero ricordarci che essere antifascisti significa essere antisionisti e contro la guerra che viene portata avanti dall'occidente. Tutti ci ricordiamo allo scoppio della guerra in Ucraina le bandiere del regime di Zelensky in piazza, come l’anno scorso quelle di Israele e NATO.
Un blocco politico che a Torino ha una responsabilità diretta. Mentre si parla di memoria e antifascismo, si accompagna una trasformazione profonda della città: dalla crisi dell’automotive alla riconversione verso l’aerospazio e la difesa, attraverso progetti come la Città dell’Aerospazio. Un percorso che lega sempre di più ricerca, industria e istituzioni locali a un modello economico fondato sulla sicurezza, sulla competizione globale e, sempre più chiaramente, sulla guerra, come ci mostra anche il progetto del TAV come corridoio militare.
Nel voto chiaro, netto e partecipato al referendum costituzionale sulla giustizia, che ha dato uno schiaffo al governo Meloni provocando anche smottamenti all'interno delle fila di Fratelli d'Italia, è emersa una limpida e condivisa necessità: il bisogno di un'alternativa politica e sociale a tutto campo sia contro il governo sia contro un campo largo bellicista che non rappresenta più nessuno e ha perso ogni credibilità, essendo parte integrante di quei processi politici che hanno portato alla guerra, alla repressione, alla fame e al definanziamento di ogni settore pubblico. L'affluenza alle urne, il voto (anche a Torino) e la partecipazione alla manifestazione nazionale del 14 marzo indicano infatti che questo non era -almeno non solo- un referendum sulla giustizia, ma un'occasione per manifestare il proprio dissenso nei confronti del governo e delle sue politiche di guerra interna ed esterna. Questo è avvenuto in una congiuntura molto grave e delicata a livello internazionale: l'imperialismo statunitense insieme allo stato sionista stanno conducendo una guerra criminale contro l'Iran e tutto l'asse della resistenza conducendoci alla terza guerra mondiale. Il tutto mentre anche l'Unione Europea e i suoi stati membri, compresa l'Italia, nonostante i proclami debbano fare i conti con una ipocrita complicità legata ai trattati internazionali, sempre rispettati da ogni governo in Italia. Nel frattempo anche nel nostro continente di fronte alla crisi crescono le spese militari e il conflitto sul fronte ucraino rimane aperto, per non parlare dell aperto sostegno al genocidio in atto in Palestina. 
Per questo essere antifascisti oggi è porsi di traverso a questa deriva bellicista, ormai concreta, e rompere con l'alleanza atlantica, con gli Stati Uniti e con Israele e spezzare ogni complicità con i conflitti in corso e fermare l'economia di guerra che porta solo a licenziamenti di massa e definanziamenti massicci a settori pubblici come scuola e sanità.
Non possiamo accettare una Liberazione che può convivere con il riarmo, con il sostegno a Israele, con l’allineamento alle politiche NATO. Una celebrazione che separa la Resistenza dalla sua natura di rottura, per trasformarla in una memoria innocua, gestita dall’alto e funzionale all’esistente.
Oggi la Liberazione non può essere evocata da chi sostiene politiche di guerra, riarmo e repressione, da chi usa il linguaggio dell’antifascismo mentre nei fatti si schiera con gli interessi dominanti e pianifica una città sempre più votata all'industria della guerra.
Per questo motivo, prima di raggiungere insieme la fiaccolata del 24 aprile, invitiamo tutte le realtà e i singoli che si riconoscono in questa visione a trovarsi il 24/4 alle ore 17:30 sotto al Comune per esprimere chiaramente una posizione: 
contro la guerra, l’economia e l'industria di guerra
contro il colonialismo e il sostegno a Israele
contro le politiche di riarmo e l’atlantismo
contro la repressione e le politiche che colpiscono lavoratori, studenti e quartieri popolari
Anche su questo terreno si misura oggi la possibilità di costruire qualcosa di alternativo e fuori dalle compatibilità che tengono insieme da destra a sinistra questo sistema politico per indicare cosa significa essere partigiani oggi.
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