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Argotec cresce del 60%: i satelliti “made in San Mauro” diventano industria

L’azienda rafforza il suo ruolo nella space economy. Ma la vera sfida è costruire una filiera

Argotec cresce del 60%: i satelliti “made in San Mauro” diventano industria

Argotec cresce del 60%: i satelliti “made in San Mauro” diventano industria (a sinistra: David Avino, CEO di Argotec)

I numeri raccontano una crescita che non passa più inosservata. Argotec, azienda con sede nella ex-Cartiera Burgo a San Mauro Torinese e oggi tra i protagonisti della cosiddetta new space economy, ha chiuso il 2025 con ricavi a 57 milioni di euro (+60%) e un EBITDA (margine operativo lordo) superiore ai 16 milioni, pari a un +28%. Un salto netto rispetto all’anno precedente, che conferma una traiettoria ormai consolidata: per il quarto anno consecutivo, la crescita è a doppia cifra, con un tasso medio annuo del 75% dal 2022.

Sono dati che, presi da soli, potrebbero sembrare l’ennesima storia di successo di una startup diventata impresa. Ma nel caso di Argotec il punto è un altro: capire se questa crescita rappresenti davvero l’inizio di una trasformazione strutturale del territorio torinese.

L’azienda guidata da David Avino si muove su un modello industriale preciso, basato su standardizzazione e produzione su larga scala. Il centro di questo sistema è lo SpacePark di San Mauro Torinese, inaugurato nell’ottobre 2024. Non una sede simbolica, ma una vera fabbrica di satelliti, progettata per aumentare i volumi produttivi e ridurre i tempi, portando nello spazio una logica tipicamente manifatturiera: serialità, integrazione, replicabilità.

È proprio qui che si gioca una parte della partita. Perché il settore spaziale, fino a pochi anni fa, era dominato da produzioni su misura, quasi artigianali. Oggi la domanda globale di piccoli satelliti – per osservazione della Terra, telecomunicazioni e sicurezza – spinge verso modelli industriali più simili a quelli dell’automotive o dell’elettronica. Argotec prova a inserirsi in questo passaggio, con piattaforme come Hawk Plus, progettate per essere modulari e adattabili a diverse missioni.

I risultati del 2025 riflettono anche una trasformazione del mix di business. La difesa pesa oggi per il 30% del fatturato, accanto ai programmi scientifici sviluppati con agenzie spaziali nazionali e internazionali. Una scelta che rafforza la stabilità finanziaria, ma che apre anche un tema più ampio: quello delle tecnologie dual use, sempre più centrali nelle strategie industriali europee e internazionali.

Parallelamente cresce la presenza all’estero, in particolare negli Stati Uniti. Gli investimenti in Florida e California segnano il tentativo di entrare direttamente nel mercato più competitivo del mondo, quello americano, dove si concentra una parte rilevante della domanda e dei programmi spaziali. È una mossa che sposta Argotec da realtà locale a player internazionale, ma che comporta anche un cambio di scala e di rischi.

Il 2026, in questo senso, sarà un banco di prova. L’obiettivo dichiarato è raggiungere i 100 milioni di euro di ricavi, continuare ad assumere e consolidare la presenza globale. Ma crescere rapidamente in un settore ad alta intensità tecnologica richiede capitali, competenze e soprattutto continuità industriale. Non a caso l’azienda ha avviato interlocuzioni con potenziali investitori, anche internazionali, per sostenere la prossima fase di sviluppo.

Intorno a questi numeri si muove anche una dimensione politica. La visita della presidente del Consiglio Giorgia Meloni allo SpacePark nel marzo 2025 non è stata soltanto un passaggio istituzionale, ma un segnale preciso: lo spazio viene ormai considerato un’infrastruttura strategica, non più solo un ambito di ricerca. In questo quadro, realtà come Argotec diventano parte di una filiera che riguarda industria, sicurezza e autonomia tecnologica.

Allo stesso tempo, il caso torinese si inserisce in un contesto più ampio. Il Piemonte ha costruito negli ultimi anni un cluster aerospaziale da circa 8 miliardi di euro, con centinaia di aziende e decine di migliaia di addetti. Argotec è uno dei simboli più visibili di questa trasformazione, ma non l’unico. Accanto alla progettazione e alla produzione, il territorio sta cercando di sviluppare anche ricerca, formazione e startup, in un equilibrio ancora fragile.

Resta infatti una domanda aperta: quanto questo sviluppo riuscirà a ricadere sull’economia locale? La produzione di satelliti, per quanto avanzata, coinvolge filiere complesse e globali. Senza un sistema capace di integrare fornitori, competenze e servizi, il rischio è che la crescita resti concentrata in poche realtà, senza generare un vero effetto moltiplicatore.

Argotec, da questo punto di vista, è un indicatore. Dimostra che anche da un territorio segnato dalla crisi industriale è possibile costruire competenze ad alto contenuto tecnologico e competere su scala internazionale. Ma mostra anche quanto il passaggio da eccellenza a sistema sia tutt’altro che automatico.

Per ora, i numeri confermano la direzione. La crescita c’è, ed è solida. Il modello industriale regge, almeno nel breve periodo. Il riconoscimento politico è arrivato. Il passo successivo, però, non riguarda solo l’azienda: riguarda la capacità del territorio di accompagnare questa trasformazione senza limitarsi a raccontarla.

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