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13 Aprile 2026 - 18:11
Ilaria Salis
C’è un’immagine che riassume più di molte dichiarazioni il passaggio politico di queste ore. Ilaria Salis sorride, tiene in mano un cartello — “Goodbye forever, Mr Orbán” — e affida a poche parole un messaggio che va oltre il piano personale. Non è soltanto la reazione di chi, dopo quindici mesi di detenzione in Ungheria, vede uscire di scena il leader sotto il cui governo ha vissuto la fase più difficile della propria vicenda giudiziaria. È il tentativo di dare alla sconfitta di Viktor Orbán un significato più ampio, europeo.
Il messaggio dell’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra arriva mentre in Ungheria si definisce un risultato che segna una discontinuità. Orbán, al potere dal 2010, ha riconosciuto la sconfitta dopo anni segnati da una forte concentrazione del potere, tensioni con le istituzioni dell’Unione europea e una linea internazionale spesso in attrito con Bruxelles, soprattutto nei rapporti con la Russia e nella rivendicazione di una “democrazia illiberale”. A vincere è stato Péter Magyar, leader del partito Tisza, che ha costruito la sua proposta attorno alla rottura con il sistema consolidato da Fidesz. I dati indicano un’affluenza molto alta, tra le più elevate dalla fine del regime comunista, e un distacco netto che segna un cambio di fase.
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In questo quadro, le parole di Salis acquistano un peso che supera il linguaggio dei social. All’ANSA (Agenzia Nazionale Stampa Associata) ha dichiarato: “L’Ungheria e l’Europa saranno un posto migliore senza Viktor Orbán”. Ma il punto politico è un altro: nella sua lettura non si tratta della vittoria di uno schieramento, bensì della sconfitta di un modello che negli anni ha avuto influenza anche fuori dai confini ungheresi. Il suo messaggio non resta sul piano personale, ma si inserisce in una discussione più ampia sul futuro politico europeo.
Per capire il senso di questa presa di posizione bisogna tornare alla vicenda che l’ha resa una figura pubblica. Ilaria Salis, insegnante e attivista, è stata arrestata a Budapest nel febbraio 2023 con l’accusa di aver partecipato ad aggressioni contro militanti dell’estrema destra durante la cosiddetta “Giornata dell’Onore”, raduno che richiama ambienti neonazisti europei. Ha sempre respinto le accuse. Il caso ha avuto risonanza internazionale quando, all’inizio del 2024, è comparsa in aula in manette e con catene ai piedi. Quelle immagini hanno riaperto il dibattito sulle condizioni di detenzione nel Paese.
La procura ungherese ha chiesto una condanna pesante, fino a undici anni di carcere, nell’ambito di un procedimento che ha riguardato presunte aggressioni inserite in un contesto organizzato. Il caso si è collocato fin dall’inizio in un terreno politico delicato. Dopo mesi di detenzione, nel maggio 2024 è arrivato il passaggio agli arresti domiciliari a Budapest, con cauzione e braccialetto elettronico. Poche settimane dopo, l’elezione al Parlamento europeo nelle liste di Alleanza Verdi e Sinistra ha cambiato il quadro: Salis ha potuto lasciare l’Ungheria e rientrare in Italia.
La vicenda non si è chiusa con il rientro. Il tribunale di Budapest ha chiesto la revoca dell’immunità parlamentare, ma il 7 ottobre 2025 il Parlamento europeo ha respinto la richiesta. Nella decisione compare un passaggio chiave: i deputati hanno ritenuto plausibile il fumus persecutionis, cioè il sospetto che il procedimento potesse avere una motivazione politica. Non è una valutazione sul merito delle accuse, ma segnala che il caso non è stato considerato una normale vicenda giudiziaria.
Questo elemento aiuta a comprendere il tono delle parole pronunciate oggi. Quando Salis parla di una battuta d’arresto per l’estrema destra, lo fa a partire da un’esperienza diretta. Non è una commentatrice esterna, ma una protagonista di uno dei casi più discussi negli ultimi anni nei rapporti tra Ungheria e Unione europea.
La sconfitta di Orbán, infatti, non riguarda solo la politica interna ungherese. Per oltre un decennio il leader di Fidesz è stato un riferimento per una parte della destra internazionale. Il suo modello di governo è stato indicato come esempio di un sistema che, pur fondato sul consenso elettorale, ha progressivamente ridotto gli spazi del pluralismo e rafforzato il controllo sulle istituzioni e sull’informazione. La sua uscita di scena viene letta anche come un segnale per quell’area politica.
L’alta partecipazione al voto suggerisce che gli elettori abbiano percepito questa consultazione come un passaggio decisivo. Il successo di Péter Magyar, proveniente dall’area governativa e poi diventato oppositore, indica una rottura che nasce anche all’interno del sistema costruito da Orbán.
Nel caso di Salis, il messaggio tiene insieme più piani. C’è la dimensione personale di chi rivendica la fine di una fase segnata dalla detenzione. C’è quella politica, che interpreta il risultato come un segnale europeo. E c’è una lettura più generale: i sistemi che appaiono consolidati possono essere messi in discussione.
Negli ultimi anni il nome di Salis è diventato uno dei simboli delle tensioni tra Budapest e Bruxelles. Il Parlamento europeo ha discusso più volte la situazione dei detenuti in Ungheria, inserendo il suo caso in un confronto più ampio sul rispetto dello stato di diritto, sull’indipendenza della magistratura e sulle libertà civili. La sua vicenda è stata utilizzata, nel dibattito pubblico, come esempio della distanza tra il governo ungherese e gli standard richiesti dall’Unione europea.
La sconfitta elettorale di Orbán non chiude automaticamente queste questioni. Il procedimento giudiziario resta aperto e il cambio politico non equivale a una soluzione immediata. Tuttavia, sul piano simbolico, il passaggio è evidente. La fine del lungo ciclo politico guidato da Orbán viene percepita come l’inizio di una possibile fase diversa nei rapporti con l’Europa.
La frase esibita da Salis funziona perché condensa tutto questo in poche parole. È un messaggio politico, ma anche personale. Segna la fine di una stagione e la volontà di trasformare una vicenda individuale in una chiave di lettura più ampia. Per il pubblico italiano, questa storia unisce due livelli che raramente coincidono con tale evidenza: quello della biografia personale e quello degli equilibri europei. Non è solo il commento a un risultato elettorale, ma la lettura di un passaggio che riguarda il futuro politico dell’Europa.
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