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Ibrahim Traoré: rivoluzione o regime militare? Chi è davvero l’uomo che guida il Burkina Faso

Dal doppio colpo di Stato alla stretta su partiti e libertà: come il giovane leader ha preso il potere e perché il Paese resta in guerra

Ibrahim Traoré: rivoluzione o regime militare? Chi è davvero l’uomo che guida il Burkina Faso

Ibrahim Traoré: rivoluzione o regime militare? Chi è davvero l’uomo che guida il Burkina Faso

Dallo pseudonimo usato nei giorni del golpe al sistema di potere costruito attorno alla sua figura: il percorso di Ibrahim Traoré racconta come una promessa di sicurezza e transizione si sia trasformata in un progetto politico che ridefinisce istituzioni, libertà e rapporti internazionali in uno dei Paesi più fragili del Sahel.

All’inizio c’era un nome fittizio: “Vasili Koslov”. Compariva in una chat su Telegram frequentata da ufficiali pronti a rovesciare il presidente Roch Marc Christian Kaboré. Dietro quello pseudonimo si nascondeva un giovane capitano, insofferente per l’andamento della guerra contro i gruppi jihadisti e convinto che la catena di comando avesse fallito. Era Ibrahim Traoré. In pochi mesi è passato da ufficiale tra i promotori del colpo di Stato del gennaio 2022 a figura marginale del nuovo assetto, fino a organizzare un secondo golpe il 30 settembre dello stesso anno e assumere il controllo di Ouagadougou.

Quando i militari hanno deposto Kaboré il 24 gennaio 2022, il potere è andato al tenente colonnello Paul-Henri Sandaogo Damiba, più anziano e più alto in grado. Ma la situazione sul terreno non è cambiata: gli attacchi jihadisti sono proseguiti, le perdite tra i soldati sono aumentate e il malcontento nelle caserme si è aggravato. In quel contesto, Traoré è tornato all’azione. Il secondo colpo di Stato è nato anche dalla convinzione che la giunta guidata da Damibanon fosse riuscita a mantenere la promessa di riportare sicurezza.

Nei primi giorni al potere, Traoré si è presentato come un leader temporaneo. Ha detto di voler ristabilire l’ordine, ricompattare l’esercito e fermare l’avanzata dei gruppi legati ad Al-Qaeda e allo Stato Islamico. Era la linea già vista in altri colpi di Stato nel Sahel: sospendere la politica in nome dell’emergenza e promettere una transizione breve. Con il passare dei mesi, però, quella promessa è cambiata. Traoré si è autoproclamato capo dello Stato, ha adottato il titolo di “Compagno Presidente” e il 1° aprile 2025 ha annunciato una “rivoluzione progressista e popolare”.

Il suo successo non si spiega solo con la presa del potere. Conta anche l’immagine. A 38 anni è il più giovane capo di Stato in carica. Il basco rosso, la divisa, la pistola alla cintura, il richiamo continuo a Thomas Sankara: tutto contribuisce a costruire un’identità politica che parla a una generazione stanca delle élite tradizionali e delle dipendenze dall’estero. Il riferimento a Sankara, però, è contestato. Alcuni suoi ex collaboratori ritengono che Traoré non ne condivida né la visione né l’impostazione politica, soprattutto sul piano delle libertà.

Il punto centrale resta la sicurezza. Quando la giunta ha esteso la transizione di altri cinque anni a partire dal 2 luglio 2024, fino al 2029, ha sostenuto che senza miglioramenti non fosse possibile tornare al voto. Ma la situazione non è cambiata in modo decisivo. Secondo alcuni analisti internazionali, circa metà del territorio sfugge ancora al controllo dello Stato, mentre il conflitto ha provocato migliaia di morti e oltre due milioni di sfollati interni. La giunta ha rafforzato il proprio potere, ma la crisi resta aperta.

A questo si aggiungono accuse gravi sulle violenze contro i civili. In un rapporto del 2 aprile 2026, Human Rights Watch (HRW, Organizzazione non governativa per i diritti umani) ha documentato 57 episodi tra il gennaio 2023 e l’agosto 2025, con almeno 1.840 civili uccisi. Tra questi, il massacro di Nondin e Soro nel febbraio 2024, con almeno 223 vittime, tra cui decine di bambini. L’organizzazione sostiene che Traoré, in quanto comandante delle forze armate, dovrebbe essere sottoposto a un’indagine. Il governo ha respinto accuse simili, ma resta il fatto che la guerra è diventata più opaca e meno controllabile.

Nel frattempo, la parola “transizione” è scomparsa dal linguaggio ufficiale, sostituita da “rivoluzione”. La Carta adottata il 27 marzo 2026 dall’assemblea di transizione ha fissato i principi: sovranità nazionale, difesa della patria, rottura con i modelli considerati neocoloniali. Non è solo una questione formale. Il messaggio è che non si tratta più di una fase temporanea, ma di un nuovo assetto politico senza scadenze definite.

Anche il linguaggio delle istituzioni è cambiato. Nel gennaio 2026 diversi ministeri sono stati rinominati: la Difesa è diventata ministero della “guerra e difesa patriottica”, le Infrastrutture sono confluite nel dicastero della “costruzione della patria”, la Funzione pubblica è stata ribattezzata ministero dei “servitori del popolo”. È un segnale della volontà di ridefinire lo Stato anche attraverso le parole.

Sul piano economico, il governo ha promosso misure come un nuovo codice minerario per aumentare i benefici derivanti dall’oro e la creazione di impianti per la trasformazione alimentare. Interventi che rispondono a una domanda diffusa di redistribuzione e autonomia economica. Anche per questo, nonostante la guerra e le restrizioni, Traoré mantiene un consenso significativo.

Il prezzo è la compressione dello spazio civico. Alcuni giornali internazionali descrivono un contesto in cui oppositori e critici rischiano arresti arbitrari, detenzioni e trasferimenti forzati al fronte. Il controllo dell’informazione è diventato parte integrante del potere. Il 29 gennaio 2026 la giunta ha sciolto tutti i partiti politici e trasferito i loro beni allo Stato, sostenendo che il multipartitismo avesse alimentato divisioni. Una decisione che segna un passaggio netto: la politica organizzata è stata sospesa.

Parallelamente sono state create strutture di mobilitazione come le brigate civiche “Laabal”, gruppi di cittadini chiamati a collaborare con le forze di sicurezza. Per il governo sono strumenti di partecipazione; per i critici, meccanismi di controllo sociale. A queste si aggiungono programmi per giovani a impronta civico-militare e una presenza costante del presidente nei progetti infrastrutturali.

Sul piano internazionale, Traoré ha rotto con la Francia, chiedendo nel 2023 il ritiro dei circa 400 militari delle forze speciali presenti nel Paese. Il rapporto con Parigi si è deteriorato ulteriormente tra espulsioni e accuse reciproche. Parallelamente, si è rafforzato il legame con la Russia. Secondo Le Monde, nel Paese operano militari russi a supporto dell’intelligence e della sicurezza della giunta. Il Burkina Faso si è inoltre avvicinato a Mali e Niger nell’Alliance des États du Sahel (AES, Alleanza degli Stati del Sahel), nata nel 2023.

Il percorso di Ibrahim Traoré si regge su un equilibrio fragile. Da un lato, risponde a un fallimento reale dello Stato e delle politiche di sicurezza precedenti. Dall’altro, ha costruito un sistema sempre più centralizzato, con meno spazio per il pluralismo e il controllo democratico. La promessa di cambiamento convive con il rischio di un potere chiuso e militarizzato.

Dietro il nome “Vasili Koslov” c’era un ufficiale convinto di dover salvare il proprio Paese. Oggi, dietro il titolo di “Compagno Presidente”, c’è un leader che non si presenta più come una figura di passaggio, ma come l’artefice di un nuovo ordine. Resta da capire se questo progetto riuscirà a stabilizzare il Burkina Faso o se finirà per aggravare una crisi già profonda.

Fonti: Le Monde, Associated Press, Human Rights Watch

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