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Ghiglia attacca Report: “Sono vittima di stalking e accanimento mediatico”

Il componente del Garante Privacy contro la trasmissione di Ranucci: “Manipola la realtà e interferisce nelle indagini”

Agostino Ghiglia

Agostino Ghiglia

Non è una replica, è un atto d’accusa. Agostino Ghiglia, componente del Garante per la Privacy, sceglie i social per rispondere alla nuova puntata di Report, in onda questa sera su Rai3, e lo fa con parole durissime: parla di “stalking”, di “accanimento mediatico senza precedenti” e di una narrazione che, a suo dire, “piega la realtà dei fatti”. Il contesto è quello di una tensione ormai consolidata tra il programma di Sigfrido Ranucci e l’Autorità indipendente, già al centro di precedenti servizi giornalistici, ma questa volta il tono si alza e diventa personale e istituzionale insieme. “Mi trovo, a causa della trasmissione e dell’accanimento della medesima per il fatto di aver osato multarne un comportamento illecito, a subire da mesi forme di stalking e accanimento mediatico”, scrive Ghiglia, individuando un nesso diretto tra l’attività del Garante e l’attenzione della trasmissione.

Non è solo una questione di critica giornalistica, ma — nella sua ricostruzione — un conflitto aperto tra informazione e istituzioni. Il passaggio più significativo riguarda la presunzione di non colpevolezza, principio cardine dell’ordinamento: “Per me e per i miei colleghi non vale l’articolo 27 della Costituzione”, afferma, sostenendo che quel diritto si sarebbe trasformato “da diritto a fiaba”. Un’accusa che va oltre il caso specifico e chiama in causa il modo in cui l’informazione tratta chi è coinvolto, anche solo come indagato, in vicende giudiziarie.

Perché questo è un altro nodo centrale: Ghiglia è indagato, non imputato né condannato, e proprio su questa distinzione insiste, denunciando un clima mediatico che — a suo dire — anticipa giudizi e conseguenze. Le richieste di dimissioni continuano a circolare mentre, sottolinea, la sua posizione resta quella di chi è sottoposto a indagini. Ma è sul terreno delle modalità che l’attacco diventa ancora più netto: Ghiglia parla apertamente di una possibile violazione della sfera privata e istituzionale, facendo riferimento alla disponibilità, da parte della trasmissione, di chat di lavoro degli ultimi cinque anni. “Anche qualora fossero state consegnate e non esfiltrate, poco cambia”, scrive, richiamando implicitamente l’articolo 15 della Costituzione, che tutela la segretezza delle comunicazioni, e denunciando anche di essere stato pedinato.

Il punto, però, non è solo personale. L’accusa si sposta su un piano istituzionale quando Ghiglia si chiede se sia accettabile che una trasmissione del servizio pubblico possa, di fatto, “tentare di abbattere e costringere alle dimissioni membri di un’Autorità indipendente votata dal Parlamento”. Una domanda che apre un tema delicato: il rapporto tra media e organi di garanzia, tra diritto di cronaca e rispetto delle istituzioni. Nel suo intervento, Ghiglia non mette in discussione l’operato della magistratura — alla quale dice di avere “piena e totale fiducia” — ma punta il dito contro il sistema mediatico, o almeno contro una sua parte: “Un po’ meno in una democrazia che consente trasmissioni che manipolano e piegano la realtà dei fatti”.

Parole pesanti, che riaprono il dibattito su un confine sempre più fragile: quello tra diritto di informare e rischio di processo mediatico. Da una parte il giornalismo d’inchiesta, che rivendica il proprio ruolo di controllo; dall’altra chi denuncia una pressione ritenuta eccessiva, se non distorsiva. Nel mezzo, ancora una volta, la linea sottile tra informazione e giudizio.

Sigfrido Ranucci

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