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11 Aprile 2026 - 15:02
Lorenzo Cutugno, agente di custodia ucciso l’11 aprile 1978 dalle Brigate Rosse
Non è solo un anniversario. È un vuoto. Un silenzio che pesa più di qualsiasi parola. A 48 anni dall’assassinio di Lorenzo Cutugno, agente di custodia ucciso l’11 aprile 1978 dalle Brigate Rosse, ciò che resta — denuncia l’Osapp — è l’assenza totale delle istituzioni. Nessuna cerimonia, nessuna iniziativa, nessun segnale pubblico. Un’assenza che il sindacato della polizia penitenziaria definisce senza mezzi termini: “memoria calpestata”.
Il caso esplode proprio nel giorno in cui, per tradizione e rispetto, dovrebbe essere dedicato al ricordo. E invece, secondo quanto denunciato dall’Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria, si è consumato un fatto “di estrema gravità istituzionale”: il completo oblio nei confronti di un servitore dello Stato morto nell’esercizio delle sue funzioni. Non una dimenticanza, ma qualcosa di più. Per l’Osapp, infatti, non si tratta di una semplice disattenzione organizzativa, ma di un segnale che va oltre il piano formale, una mancanza di rispetto profonda che colpisce non solo la figura di Cutugno, ma l’intero sistema dei valori su cui si fonda il servizio allo Stato.
La presa di posizione è netta, durissima. L’organizzazione sindacale esprime una “ferma e dura condanna” nei confronti dell’Amministrazione Penitenziaria e delle istituzioni locali e regionali, ritenute responsabili di aver completamente rimosso — anche sul piano simbolico — la memoria di un sacrificio che appartiene alla storia del Paese. Al centro della denuncia c’è il concetto di memoria come responsabilità pubblica: non un gesto rituale, ma un dovere istituzionale.
Le parole del segretario generale Leo Beneduci segnano il punto più alto della polemica: “Non ci sono parole per quanto accaduto. È vergognoso. È inaccettabile che a 48 anni di distanza si possa arrivare a dimenticare un caduto dello Stato”. E aggiunge: “Dimenticare Lorenzo Cutugno significa colpire la memoria di tutti coloro che hanno servito lo Stato fino all’estremo sacrificio”. Non è solo una denuncia, ma un atto d’accusa, perché ciò che emerge, nella lettura dell’Osapp, è il rischio di una progressiva cancellazione della memoria storica, proprio da parte delle istituzioni che dovrebbero custodirla.

Un passaggio che apre una riflessione più ampia. In un Paese segnato dalla stagione del terrorismo, il ricordo delle vittime non è solo un atto simbolico, ma un elemento identitario che tiene insieme passato e presente, istituzioni e cittadini. Quando quel ricordo viene meno, anche solo per un giorno, si crea una frattura. È questo il senso della denuncia: non il mancato evento in sé, ma ciò che rappresenta.
Per questo l’Osapp chiede spiegazioni immediate e pubbliche, chiamando in causa direttamente le istituzioni e invitandole a farsi carico di un dovere che non può essere delegato né rimandato. Perché la memoria — insiste il sindacato — non è facoltativa: è un obbligo. E dimenticare un caduto dello Stato significa assumersi una responsabilità che non può essere archiviata con il passare del tempo. Nel silenzio di quest’anno, allora, si concentra qualcosa di più di una mancanza: si misura il rapporto tra istituzioni e memoria e, forse, anche il modo in cui un Paese sceglie di ricordare chi ha pagato il prezzo più alto.
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