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Ucciso mentre raccontava la guerra: così è morto il giornalista Mohammed Wishah a Gaza

Il reporter di Al Jazeera Mubasher è morto in un attacco con drone mentre si dirigeva verso un campo profughi. Cresce il numero dei giornalisti uccisi nella Striscia, mentre l’accesso della stampa internazionale resta limitato

Ucciso mentre raccontava la guerra: così è morto il giornalista Mohammed Wishah a Gaza

Ucciso mentre raccontava la guerra: così è morto il giornalista Mohammed Wishah a Gaza

C’è un’immagine che restituisce meglio di altre la misura della perdita: il corpo di Mohammed Wishah riportato nel luogo da cui aveva raccontato per mesi attacchi, fame, sfollamenti e sopravvivenza nella Striscia di Gaza. Non una redazione, ma una strada. Colleghi, amici e familiari si sono fermati lì prima della sepoltura, come a ricondurre il giornalista al suo lavoro: testimoniare. Il funerale si è svolto il 9 aprile 2026 nella zona centrale della Striscia, con partenza dall’ospedale dei Martiri di Al-Aqsa a Deir el-Balah e arrivo al campo profughi di Bureij, dove si sono tenute le preghiere.

Mohammed Wishah, corrispondente di Al Jazeera Mubasher, è stato ucciso l’8 aprile 2026 quando un missile lanciato da un drone israeliano ha colpito il veicolo su cui viaggiava verso Bureij. L’emittente ha parlato di attacco deliberato. Il Committee to Protect Journalists (Comitato per la protezione dei giornalisti, CPJ) ha registrato l’uccisione come parte di una giornata segnata da nuove vittime tra i reporter in Medio Oriente, con la morte anche di due giornaliste in Libano.

La morte di Wishah si inserisce in una sequenza ormai lunga di giornalisti palestinesi uccisi mentre lavorano o si spostano per documentare la guerra. In questo contesto, il controllo delle informazioni è diventato un elemento centrale quanto quello del territorio. Il funerale ha assunto quindi un significato che va oltre il lutto privato: è stato anche un atto di denuncia contro l’idea che chi racconta possa essere colpito senza conseguenze.

Secondo Al Jazeera, Wishah lavorava con l’emittente dal 2018, ma aveva un’esperienza più ampia nella Striscia. Era considerato un punto di riferimento sul campo, abituato a operare sotto i bombardamenti, con collegamenti interrotti e condizioni estreme. Non era un inviato occasionale: era uno dei volti del racconto quotidiano della guerra.

Questo aspetto è decisivo perché, da mesi, l’accesso alla Striscia per la stampa internazionale è fortemente limitato. Le principali organizzazioni per la libertà di stampa sottolineano che i giornalisti palestinesi sono rimasti gli unici testimoni continuativi del conflitto. Reporters Without Borders (Reporter senza frontiere, RSF) ha denunciato che lavorano in condizioni di pericolo costante, senza risorse e sotto pressione continua. Colpirli significa ridurre la possibilità stessa di documentare ciò che accade.

Le immagini del funerale mostrano colleghi con i giubbotti della stampa, familiari e residenti riuniti attorno alla bara. Durante la cerimonia, rappresentanti del Government Media Office di Gaza hanno sostenuto che l’uccisione rientra in una serie di attacchi contro operatori dell’informazione. La scelta di riportare il corpo nel luogo da cui Wishah aveva trasmesso è stata letta come un gesto simbolico: trasformare lo spazio del lavoro in uno spazio di memoria.

Secondo colleghi e collaboratori, nei mesi precedenti Wishah sarebbe stato oggetto di campagne di delegittimazione. Dinamiche simili sono state segnalate anche in altri casi da organizzazioni internazionali. In assenza di verifiche indipendenti complete, resta un dato: quando un giornalista viene esposto pubblicamente e poi ucciso, il rapporto tra delegittimazione e violenza non può essere ignorato.

Il caso si aggiunge a una lista già lunga di giornalisti di Al Jazeera e di altre testate uccisi nella Striscia dall’inizio della guerra seguita agli attacchi del 7 ottobre 2023. L’emittente ha ricordato tra le vittime Samer Abu Daqqa, Hamza Al-Dahdouh, Ismail Al-Ghoul, Ahmed Al-Louh, Hossam Shabat, Anas Al-Sharif e Mohammed Salama. Il funerale di Wishah è diventato anche un momento di commemorazione collettiva.

I dati confermano la portata del fenomeno. Il CPJ ha definito il conflitto a Gaza il più letale per i giornalisti negli ultimi anni. Nel rapporto pubblicato a febbraio 2026 ha registrato 129 operatori dei media uccisi nel mondo nel 2025, con una parte significativa attribuita al conflitto in corso. L’organizzazione ha segnalato anche un aumento dell’uso dei droni negli attacchi contro reporter e ha ricordato che circa l’80 per cento degli omicidi di giornalisti resta senza responsabili.

Anche la International Federation of Journalists (Federazione internazionale dei giornalisti, IFJ) ha indicato il Medio Oriente come la regione più pericolosa per la stampa. Nel bilancio diffuso il 25 febbraio 2026 ha contato decine di giornalisti palestinesi uccisi nel solo 2025 e centinaia dall’inizio della guerra. Le cifre variano a seconda delle fonti, ma tutte descrivono un livello di perdite senza precedenti.

Il contesto generale resta segnato dalla violenza diffusa. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha riferito che, anche dopo il cessate il fuoco annunciato nell’ottobre 2025, nella Striscia sono proseguiti attacchi e scontri. Nei primi giorni di aprile 2026 l’agenzia ha segnalato nuove vittime e centinaia di feriti. La tregua non ha eliminato il rischio, ma lo ha reso più frammentato e imprevedibile.

In questo scenario, i giornalisti continuano a muoversi tra ospedali, campi profughi e aree di sfollamento con mezzi civili e attrezzature ridotte. RSF ha denunciato che anche nel 2026 si registrano uccisioni di reporter, compresi attacchi condotti con droni. La morte di Wishah appare quindi come parte di una continuità.

Negli ultimi mesi si è ripetuto uno schema: accuse pubbliche contro reporter palestinesi, spesso senza prove verificabili, seguite da minacce o attacchi. Il CPJ, analizzando diversi casi, ha osservato che alcune vittime avevano documentato episodi sensibili, come attacchi a strutture sanitarie o condizioni di carestia. Il problema non riguarda solo la sicurezza sul campo, ma la possibilità stessa di raccontare.

Per Mohammed Wishah restano le ricostruzioni dell’emittente, dei colleghi e delle organizzazioni di categoria. Il quadro completo richiederà eventuali indagini indipendenti. I fatti accertati sono essenziali: un giornalista riconoscibile, al lavoro per una rete internazionale, è stato ucciso mentre si dirigeva verso un campo profughi.

Dopo la sua morte restano una famiglia, una redazione e una comunità professionale che continua a lavorare in condizioni estreme. Resta anche una questione aperta: la protezione dei giornalisti nei conflitti. Le organizzazioni internazionali chiedono da tempo indagini, accesso per la stampa straniera e garanzie concrete per chi lavora sul campo. I risultati sono limitati.

Il corteo funebre a Bureij è stato insieme un addio e una presa di posizione. In una guerra che ha colpito abitazioni, ospedali e scuole, anche chi racconta i fatti è diventato un bersaglio. E quando il racconto viene meno, diventa più difficile verificare, comprendere e ricordare.

Fonti: Al Jazeera; Committee to Protect Journalists (CPJ); Reporters Without Borders (RSF); International Federation of Journalists (IFJ); Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA).

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