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Sudan, guerra e fame: milioni intrappolati senza cure e senza via di fuga

Tra conflitto, sfollamenti e sistema sanitario al collasso, oltre 33 milioni di persone hanno bisogno di aiuti. Le persone con disabilità sono le più esposte e spesso restano escluse anche dagli interventi umanitari

Sudan, guerra e fame: milioni intrappolati senza cure e senza via di fuga

foto X @Officialwapclip Blog @ifeanyiofficia

Nel Sudan, oggi, salvarsi o restare intrappolati può dipendere da una sedia a rotelle, da una protesi inutilizzabile, da una strada minata o da un ambulatorio distrutto. La guerra non si misura soltanto nelle città contese o nei movimenti delle truppe. Si gioca anche sulla possibilità di muoversi, curarsi, fuggire. Il 9 aprile 2026, l’organizzazione Humanity & Inclusion ha definito la situazione umanitaria “catastrofica”, sottolineando come le conseguenze siano ancora più gravi per le persone con disabilità.

Il conflitto tra le Forze armate sudanesi (SAF) e le Forze di supporto rapido (RSF) è iniziato il 15 aprile 2023 a Khartoum e si è esteso rapidamente dal Darfur al Kordofan. Quella che era una crisi politica è diventata una delle emergenze più gravi al mondo. Secondo i dati richiamati da Humanity & Inclusion, gli sfollati sono circa 11,6 milioni, mentre oltre 33 milioni di persone hanno bisogno di assistenza. Le stime delle agenzie delle Nazioni Uniteindicano che nel 2026 il fabbisogno umanitario riguarda 33,7 milioni di persone, circa due terzi della popolazione.

In alcune aree si registrano rientri, ma non è un ritorno alla normalità. Entro la fine di gennaio 2026, più di 3 milioni di persone sono tornate nei luoghi d’origine, tra cui circa 700 mila dall’estero, soprattutto verso stati come Khartoum, Blue Nile e Gezira, dove le violenze si sono temporaneamente ridotte. Ma molte abitazioni sono distrutte, i servizi non esistono e il territorio è disseminato di ordigni inesplosi. Le mine impediscono di raggiungere campi, scuole, ospedali e mercati. Per chi ha una disabilità, per gli anziani o per i bambini feriti, ogni spostamento diventa un rischio.

In Sudan vivono circa 4,6 milioni di persone con disabilità, pari al 16 per cento della popolazione. Nelle zone colpite dal conflitto questa quota è aumentata a causa di ferite, traumi e interruzione delle cure. Durante la fuga molte persone non riescono a spostarsi, non hanno mezzi o assistenza. Anche quando arrivano gli aiuti, non sempre riescono ad accedervi: i centri di distribuzione, i rifugi e le strutture sanitarie spesso non sono attrezzati. Il rischio di violenze e abusi cresce in contesti dove il tessuto sociale è crollato. Humanity & Inclusion parla apertamente di persone “lasciate indietro”.

Il problema non è solo etico. Se gli aiuti non sono pensati per tutti, una parte della popolazione resta esclusa anche quando gli interventi sono presenti. Nelle crisi armate prevale la rapidità, non l’accessibilità. Chi non riesce a mettersi in fila, a spostarsi o a orientarsi tra controlli e procedure resta fuori. In queste condizioni, la disabilità diventa un fattore che amplifica la vulnerabilità.

Nel 2026 il Sudan affronta più crisi insieme: guerra, sfollamento, fame, collasso sanitario, epidemie e scarsità di fondi. Il Programma alimentare mondiale (WFP) parla della più grave crisi alimentare al mondo: 21,2 milioni di personesoffrono di insicurezza alimentare acuta. Situazioni di carestia sono state confermate a El Fasher, nel North Darfur, e a Kadugli, nel Kordofan, mentre altre aree restano a rischio. La fame è legata direttamente al conflitto: i combattimenti impediscono di coltivare, distruggono i mercati e bloccano i rifornimenti. Dove le ostilità rallentano, alcuni indicatori migliorano; dove continuano, la situazione peggiora rapidamente.

Anche il sistema sanitario è al collasso. L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) stima che 21 milioni di persone abbiano bisogno di assistenza sanitaria. Il 3 marzo 2026 è stata dichiarata conclusa l’ultima epidemia di colera, dopo 48 giorni senza nuovi casi, ma aveva già colpito tutti i 18 stati del Paese, con oltre 124 mila contagi e più di 3.500 morti. Il dato mostra quanto il sistema sia fragile.

Il conflitto ha provocato uno dei più grandi movimenti forzati di popolazione al mondo. Le stime variano, ma parlano di oltre 11,6 milioni di sfollati, con alcune valutazioni che superano i 13 milioni. La crisi si estende oltre i confini. Il Ciadè uno dei principali Paesi di accoglienza: secondo il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA), a gennaio 2026 ospitava 1.334.595 rifugiati sudanesi, di cui oltre 910 mila arrivati dopo l’inizio della guerra. Anche qui, però, le condizioni restano precarie, tra povertà, scarsità d’acqua e riduzione degli aiuti.

Il Darfur resta uno dei fronti più critici. L’offensiva delle RSF su El Fasher ha provocato nuovi flussi verso il Ciad. Un rapporto delle Nazioni Unite ha denunciato violenze riconducibili a crimini di guerra e possibili crimini contro l’umanità. Il conflitto non è diminuito: si è trasformato, diventando più frammentato e difficile da raccontare. In alcune aree si registrano rientri, in altre continuano gli scontri. Il sistema umanitario deve rispondere a bisogni diversi nello stesso momento: assistenza immediata, protezione, cure, sminamento, acqua, istruzione.

A pesare è anche la carenza di fondi. Il Sudan compete con altre crisi globali per ottenere risorse. Il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF) ha chiesto per il 2026 quasi 962,9 milioni di dollari per raggiungere 13,8 milioni di persone, tra cui 7,9 milioni di bambini. Il WFP ha indicato un fabbisogno urgente di 700 milioni di dollariper il primo semestre. Quando i finanziamenti diminuiscono, vengono ridotti servizi essenziali: distribuzione di cibo, assistenza sanitaria, acqua, ma anche riabilitazione e supporto per le persone con disabilità.

In Sudan, la parola “catastrofico” descrive una realtà concreta: milioni di persone senza cibo sufficiente, ospedali che non funzionano, famiglie costrette a spostarsi più volte, territori contaminati da esplosivi. Le persone con disabilità affrontano ostacoli in ogni fase della crisi. Non sono un gruppo marginale, ma un indicatore della qualità della risposta internazionale. Se restano escluse, significa che l’intervento non funziona.

Dopo quasi tre anni di guerra, il Sudan non è uscito dall’emergenza. È entrato in una fase più lunga e instabile, in cui distruzione e bisogni convivono. Raccontarlo richiede precisione. E richiede di guardare prima di tutto a chi resta indietro.

Fonti: Humanity & Inclusion; Nazioni Unite; Organizzazione mondiale della sanità; Programma alimentare mondiale; UNICEF; UNFPA; Al Jazeera.

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