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Beirut bombardata in pieno giorno: oltre 250 morti, la guerra arriva nel centro della città

Raid israeliani su quartieri centrali e aree affollate di sfollati: centinaia di vittime, ospedali al collasso e un Libano sempre più esposto mentre la tregua regionale non si applica al fronte con Hezbollah

Beirut bombardata in pieno giorno: oltre 250 morti, la guerra arriva nel centro della città

Benjamin Netanyahu

C’è stato un momento in cui Beirut ha capito che la guerra non era più altrove. È successo mercoledì 8 aprile 2026, in pieno giorno. Il traffico riempiva ancora le strade e il centro sembrava lontano dalle aree colpite nelle settimane precedenti. Poi, in pochi minuti, la scena è cambiata: fumo sopra la città, auto in fiamme, edifici colpiti, ambulanze dirette verso incroci coperti di detriti. La Protezione civile libanese (Civil Defence) ha parlato di almeno 254 morti e 1.165 feriti. È stato il giorno più grave dall’inizio dell’offensiva israeliana ripresa il 2 marzo 2026.

Le immagini raccolte sul posto hanno dato la misura dell’impatto più dei comunicati ufficiali. Nel quartiere di Corniche al-Mazraa, uno dei punti più trafficati, i giornalisti di Associated Press hanno visto corpi carbonizzati nelle auto e sull’asfalto. I soccorritori hanno rimosso macerie ancora fumanti con mezzi di fortuna e hanno scavato alla ricerca di superstiti. In diverse zone colpite, secondo fonti locali e media internazionali, non è stato diffuso un allarme immediato alla popolazione, anche se l’esercito israeliano aveva emesso nelle ore precedenti ordini di evacuazione per altre aree, soprattutto nel sud del Libano e nei sobborghi meridionali della capitale.

Israele ha definito l’operazione il più ampio attacco coordinato dall’inizio della fase recente del conflitto. Le Forze di difesa israeliane (IDF, Israel Defense Forces) hanno dichiarato di aver colpito oltre cento obiettivi di Hezbollah in circa dieci minuti, indicando lanciatori di missili, centri di comando e strutture di intelligence tra Beirut, la Bekaa e il sud del Paese. Il ministro della Difesa Israel Katz ha parlato di un’azione mirata contro l’infrastruttura del movimento sciita. Ma sul terreno si sono visti edifici abitativi danneggiati, aree commerciali colpite, famiglie in fuga e feriti trasportati in condizioni critiche.

Il bilancio è salito con il passare delle ore. Non solo per la gravità delle ferite, ma perché molti corpi sono stati recuperati durante la notte o identificati in ospedale. Associated Press ha riferito che nelle ore successive il numero dei morti ha superato le trecento unità. I soccorritori hanno continuato a cercare dispersi, tra cui bambini e una lavoratrice etiope, secondo le testimonianze raccolte sul posto. In molti casi i corpi sono stati recuperati tra incendi e crolli, con difficoltà nell’identificazione.

Il sistema dei soccorsi ha lavorato al limite. La Croce Rossa libanese ha mobilitato cento ambulanze. Il ministro della Sanità Rakan Nassereddine ha chiesto aiuti internazionali per sostenere gli ospedali, già sotto pressione per settimane di bombardamenti e per una crisi strutturale che dura da anni. I posti letto sono insufficienti, il personale è stremato, i rifornimenti sono incerti e alcune aree sono difficili da raggiungere.

Il punto più rilevante riguarda la geografia degli attacchi. Non sono stati colpiti solo i sobborghi legati a Hezbollah, ma anche quartieri centrali, misti, commerciali e residenziali. Associated Press ha parlato di raid nel centro della città, dove si concentra anche una parte significativa degli sfollati. La ministra degli Affari sociali Haneen Sayed ha definito quanto accaduto “una svolta molto pericolosa” e ha ricordato che molti sfollati si trovano proprio a Beirut e nelle aree vicine. Il conflitto ha raggiunto i luoghi dove la popolazione aveva cercato rifugio.

Questo ha cambiato la percezione della guerra. Nei mesi precedenti, il sud del Paese, la valle della Bekaa e i sobborghi meridionali della capitale erano considerati più esposti. L’attacco dell’8 aprile ha cancellato questa distinzione. Il messaggio per i civili è stato chiaro: nessuna area è davvero al sicuro.

La fase attuale del conflitto è ripresa il 2 marzo 2026, quando l’escalation regionale ha riaperto il fronte libanese su larga scala. Da allora, secondo il ministero della Salute, ci sono stati 1.739 morti e 5.873 feriti. Il bombardamento dell’8 aprile è arrivato poche ore dopo l’annuncio di una tregua tra Stati Uniti e Iran. Il contrasto ha aumentato lo shock. Il presidente Donald Trump ha definito il fronte libanese una “questione separata”, mentre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha chiarito che la tregua non riguardava la guerra contro Hezbollah. Per i libanesi, la tregua non ha avuto effetti concreti.

Il Paese è già segnato da una crisi degli sfollati. L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR, United Nations High Commissioner for Refugees) ha stimato che oltre un milione di persone ha lasciato la propria casa dal 2 marzo. Il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF, United Nations Children’s Fund) ha indicato che circa il 20 per cento della popolazione è stato costretto a spostarsi e che oltre 370.000 bambini hanno abbandonato la propria casa, con una media di 19.000 al giorno. Molti si sono diretti verso Beirut, il Monte Libano, il nord e alcune aree della Bekaa. La capitale, già in difficoltà per la crisi economica e la carenza di servizi, si è riempita oltre la sua capacità.

Quando i bombardamenti hanno colpito anche il centro, la distinzione tra città-rifugio e città-bersaglio è venuta meno. Associated Press ha descritto una città sotto pressione, con famiglie sistemate in scuole, edifici incompiuti, rifugi improvvisati e automobili.

I dati sui bambini mostrano un impatto che va oltre l’immediato. Il 27 marzo 2026, UNICEF ha stimato almeno 121 bambini uccisi e 395 feriti dall’inizio dell’escalation. Nello stesso aggiornamento ha segnalato che 435 scuole pubbliche sono state trasformate in rifugi, interrompendo l’istruzione per oltre 115.000 studenti. I bombardamenti nella Bekaa e a Baalbek hanno danneggiato infrastrutture idriche, lasciando molte persone senza accesso sicuro all’acqua.

Il primo ministro Nawaf Salam ha accusato Israele di aver colpito aree densamente popolate e di aver ucciso civili, parlando di violazioni del diritto internazionale umanitario. Il presidente Joseph Aoun ha definito i raid “barbarici”. Israele sostiene che Hezbollah utilizzi infrastrutture all’interno di aree civili e che gli attacchi abbiano preso di mira obiettivi militari. La distanza tra queste versioni resta al centro del confronto.

La coordinatrice speciale delle Nazioni Unite per il Libano, Jeanine Hennis-Plasschaert, ha chiesto la cessazione delle ostilità e il ritorno a un percorso negoziale basato sulla Risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, adottata nel 2006 per porre fine alla guerra tra Israele e Hezbollah e che prevede il rafforzamento della missione UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon) e il dispiegamento dell’esercito libanese nel sud del Paese.

Il quadro si inserisce in un Libano già fragile. La crisi economica, il deterioramento dei servizi pubblici, la debolezza del sistema sanitario e l’instabilità politica hanno aumentato la vulnerabilità del Paese. UNHCR ha parlato del rischio di una crisi umanitaria, mentre UNICEF ha descritto una popolazione infantile già segnata da traumi e costretta di nuovo nei rifugi.

Nel breve periodo restano le ricerche tra le macerie, gli ospedali pieni, le liste dei dispersi, le famiglie in attesa. Nel medio periodo restano quartieri svuotati, nuove ondate di sfollamento, scuole chiuse, bambini senza continuità. Sul piano politico resta una domanda: se nemmeno una tregua regionale ferma i bombardamenti, quali strumenti restano per proteggere i civili.

A Beirut questa domanda si misura nei fatti. Le ruspe continuano a scavare. Finché accade, ogni dichiarazione diplomatica resta distante dalla realtà.

Fonti: Associated Press, Protezione civile libanese (Civil Defence), Ministero della Salute libanese, Croce Rossa libanese, UNHCR, UNICEF, Nazioni Unite, dichiarazioni ufficiali di Israele e del governo libanese.

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