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09 Aprile 2026 - 22:40
Una lettera da San Grato: “Ci avete abbandonati”
Una lettera piena di lacrime. Ce l'hanno inviata alcuni cittadini del quartiere San Grato con il dito puntato su quelli che un tempo erano gli orti.
“Dopo promesse e sopralluoghi, la situazione è rimasta immobile, anzi è peggiorata - scrivono - incuria e abbandono sono ormai evidenti…”.
“Eppure - aggiungono - questa storia viene da lontano e ha molto da raccontare. Quegli orti hanno visto passare generazioni: nonni, genitori, figli e nipoti. Non erano solo appezzamenti di terra, ma un punto di riferimento sociale ed economico. In un contesto difficile come quello di San Grato, rappresentavano una risorsa concreta: cibo per le famiglie, ma anche condivisione e solidarietà. Si parla tanto di “cittadinanza attiva”: lì esisteva da oltre 50 anni. Ed è stata cancellata. Quegli orti erano un vero esperimento sociale, spontaneo e funzionante. Nonni che preparavano merende ai nipoti, famiglie che si incontravano dopo il lavoro, persone che coltivavano ortaggi o alberi da frutto. C’era scambio, aiuto reciproco, perfino produzione in eccesso per sostenere chi non poteva più lavorare la terra. Convivevano culture, provenienze ed etnie diverse. Nei fine settimana, quando il tempo lo permetteva, si condividevano momenti semplici come una grigliata tra famiglie. Tutto questo è stato cancellato. Oggi ci viene detto che l’area sarebbe completamente contaminata da eternit. Una versione che non convince. Sappiamo bene che l’eternit arrivò solo dopo la grandinata del 1982, quando vennero rifatti i tetti. Non si può sostenere che l’intera area sia compromessa per aver riscontrato eternit solo in un’area definita: tutti quelli che hanno lavorato quella terra lo sanno bene…”.
Insomma chiedono chiarezza, rispetto e risposte concrete. “San Grato merita attenzione, non abbandono…”.
Degli orti urbani di San Grato l’ultima volta che se n’è parlato è stato agli inizi di febbraio, in consiglio comunale.
Non un semplice dibattito tra minoranza e maggioranza, né un confronto tecnico come tanti altri. Piuttosto, la certificazione di una verità che per mesi era rimasta taciuta, sepolta, esattamente come l’amianto sotto quel terreno. Una verità minimizzata, ridimensionata, talvolta liquidata come polemica politica, come allarmismo. E invece, parola dopo parola, in aula è venuta fuori tutta, senza sconti per nessuno.
Alla fine della serata, una cosa era apparsa chiara anche ai più ottimisti: gli orti urbani, così come erano stati immaginati, raccontati e promessi, non si faranno più. Addio! O meglio: se qualcosa verrà realizzato, sarà una versione ridotta, mutilata, privata di quegli elementi fondamentali – acqua, infrastrutture, servizi – che ne costituivano il senso stesso. Un epilogo che nessuno aveva avuto il coraggio di annunciare apertamente, ma che in aula era stato di fatto ammesso da sindaco, tecnico e assessore, spesso con frasi prudenti, talvolta con mezze ammissioni.
La storia parte da lontano. Gli orti di San Grato non sono un progetto qualunque: sono un pezzo di memoria collettiva della città. Da oltre cinquant’anni quell’area è stata coltivata dagli abitanti del quartiere, in modo informale, spesso precario, ma profondamente radicato nella vita quotidiana delle persone. Un luogo di socialità, di sopravvivenza, di dignità. Proprio per questo, nel 2021, la precedente amministrazione guidata da Stefano Sertoli aveva deciso di candidare l’area al PNRR, inserendola nella missione dedicata alla rigenerazione urbana e alla riduzione del degrado sociale. Un progetto ambizioso, da oltre 1,2 milioni di euro, che prometteva bonifica, infrastrutture, comunità, rilancio sociale.

L'assessore Francesco Comotto
Ma già allora, come è emerso con chiarezza in Consiglio, qualcosa non tornava. L’area era nota per la presenza di manufatti abusivi, per l’assenza di un impianto di irrigazione, per il sospetto – mai del tutto chiarito – della presenza di amianto. Un sospetto che non era campato in aria: nel 2015 un passaggio di droni aveva già segnalato materiali potenzialmente pericolosi. Proprio per questo, nel preventivo alla base della candidatura PNRR, erano stati ipotizzati 210 saggi di campionamento del terreno, con analisi di laboratorio e mappatura. Un passaggio delicato, fondamentale. Un passaggio che, come si è scoperto dopo, non è mai stato fatto prima dell’avvio dei lavori.
Quando l’attuale amministrazione si è insediata, nel maggio 2023, il progetto era già in corsa. L’affidamento era stato formalizzato il 18 maggio, due giorni dopo l’elezione del sindaco Matteo Chiantore. Una giunta appena nata, con tempi strettissimi e la necessità di approvare i progetti entro luglio per non perdere i finanziamenti. Un contesto che il sindaco ha rivendicato più volte in aula, spiegando di essersi trovato di fronte a scelte già impostate e a un cronoprogramma rigido, che lasciava pochissimo spazio a correzioni o ripensamenti.
Nei giorni successivi il progetto viene rielaborato. Il professionista inizialmente coinvolto non avrebbe avuto i requisiti per la progettazione esecutiva e l'incarico va a un altro. Si ha fretta, troppo in fretta, la gatta frettolosa fa i gattini ciechi, e a San Grato succede un “gran casino”. Ci si concentra solo su ciò che è visibile: le casette abusive. Con l’ausilio dei droni si procede a mappare le strutture da abbattere. L’idea di fondo? Una bonifica superficiale, ritenuta sufficiente a rendere l’area sicura.
Poi, come spesso accade, è bastato scavare.
Quando l’impresa appaltatrice arriva sul posto con le ruspe e inizia i lavori, smuove terra, manufatti e amianto, sparpagliando tutto ovunque. Il progetto si ferma di colpo. Sotto le casette non c’è solo terra. Ci sono manufatti in eternit, laterizi contaminati, materiali sepolti nel tempo. I lavori vengono sospesi per ragioni di sicurezza. Partono i sondaggi che non erano stati fatti prima. Il risultato? Devastante: sei macro-aree compromesse, una stima di circa duemila metri cubi di materiale contaminato.
A quel punto il Comune non ha più scelta. Parte la comunicazione alla Regione Piemonte su un’area da inserire nell’elenco dei siti inquinati. Vengono coinvolti Arpa e Città Metropolitana. Le prime indicazioni sono drammatiche: la rimozione totale del materiale costerebbe circa due milioni di euro. Una cifra completamente fuori scala rispetto alle risorse disponibili. Per mesi il cantiere rimane fermo, come lo è tutt’oggi, in attesa di indicazioni e autorizzazioni. Nel frattempo l’area diventa un non-luogo: recinzioni precarie, materiali abbattuti lasciati sul posto, degrado, rabbia dei residenti.
A spiegare tutto questo, con una relazione dettagliata e tecnica, è stato il responsabile dell’Ufficio tecnico Fabio Flore, che in aula ha ricostruito passo dopo passo il percorso dal preventivo iniziale al progetto esecutivo, fino allo stop forzato dei lavori. Ha raccontato dei tempi compressi, delle difficoltà operative, della scoperta dell’amianto nel sottosuolo, delle interlocuzioni con Arpa e Città Metropolitana, fino alla scelta obbligata di una messa in sicurezza permanente come unica soluzione praticabile.
Solo a gennaio di quest’anno si è aperta una strada alternativa: non una bonifica completa, ma una cappatura del terreno. Un telo impermeabile sopra l’amianto, uno strato di terreno “buono” sopra, mezzo metro o forse più. Infine, sopra, teoricamente, gli orti. Una soluzione che consente di rientrare – almeno in parte – nei parametri richiesti dal Ministero, ma che stravolge l’impianto originario del progetto.
Ed è qui che gli obiettivi si sono definitivamente incrinati.
Perché nel frattempo i costi sono esplosi. Le analisi e gli smaltimenti hanno assorbito cifre enormi: dai 75 mila euro inizialmente previsti si è passati a 150–170 mila euro e si arriverà, con la bonifica “cappata”, a oltre 400 mila euro su un totale di 1,2 milioni. Una voragine finanziaria che renderà impossibile fare quel che si sarebbe voluto fare. In aula lo si è detto chiaramente: non ci saranno i soldi per tutto.
Il primo sacrificio sarà il pozzo. Poi l’impianto di irrigazione. E quando si parla di orti urbani senza acqua, la contraddizione è evidente. In quel consiglio comunale lo hanno detto in molti, a partire dalla consigliera Vanessa Vidano, che ha ricordato la fragilità sociale dell’area e ha messo in guardia sui rischi: senza un impianto di irrigazione, l’acqua accumulata in modo improprio diventa un problema. Arrivano le zanzare. “Ho vissuto in quel quartiere per 18 anni e so di che cosa parlo - ha più o meno detto - senza impianto di irrigazione, gli orti non hanno senso”.
In consiglio comunale, l’ex assessora, oggi consigliera comunale d’opposizione, Elisabetta Piccoli, ha rivendicato il lavoro svolto nella passata amministrazione. Ha puntato il dito sull’assessore Francesco Comotto (quello che quando governava lei “sapeva tutto”). Ha ricordato i milioni intercettati, la consapevolezza della presenza di amianto, i saggi previsti e mai eseguiti. Ha espresso rammarico per non essere stata coinvolta nei passaggi successivi e ha parlato apertamente di un progetto snaturato (da Comotto), sottolineando come quegli orti rappresentassero uno sfogo fondamentale per gli abitanti del quartiere.
Dal canto suo, il sindaco Matteo Chiantore ha respinto l’idea di responsabilità dirette dell’attuale amministrazione, parlando di imprevisti non prevedibili e di una macchina amministrativa messa sotto pressione dai tempi del PNRR. Ha ricordato che fino al 20 gennaio non era stata individuata una soluzione praticabile e che solo oggi si è riusciti a incanalare il progetto verso una via possibile.
In mezzo, le domande rimaste sospese, a cominciare da quella di Paolo Noascone sul rispetto delle scadenze del PNRR.
Tant’è! Se non altro nessuno potrà più dire di non sapere. In aula è stato detto tutto. I numeri, gli errori, le omissioni, le scelte obbligate, le responsabilità. E soprattutto è emerso un dato politico inequivocabile: la narrazione degli orti urbani di San Grato è finita. Al suo posto resta una cronaca dura e un fallimento della giunta guidata da Matteo Chiantore con al fianco l’assessore Francesco Comotto.
Insomma, non era polemica. Era realtà, accompagnata da una verità finalmente detta anche ai cittadini. Anche se fa male. Anche se non ci sono soluzioni immediate. E pazienza se oggi, a San Grato, la percezione è di un quartiere lasciato solo, in compagnia di una promessa evaporata. Il rischio, concreto, è che alla fine resti solo una grande messa in sicurezza, senza rigenerazione, senza comunità, senza quegli orti che per decenni hanno rappresentato molto più di un pezzo di terra coltivata.
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