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Chiude la scuola dell'Opera Pia Moreno e la città si divide...

La chiusura annunciata dell’Opera Pia Moreno a Ivrea ha fatto reagire tante ex bambine che han frequentato le classi di quell’Istituto vivendo una esperienza tutt’altro che positiva

Libiamo!

La chiusura annunciata dell’Opera Pia Moreno a Ivrea ha fatto reagire tante ex bambine che han frequentato le classi di quell’Istituto vivendo una esperienza tutt’altro che positiva

A Ivrea si chiude una pagina lunga oltre un secolo e mezzo. Da settembre la scuola dell’infanzia dell’Opera Pia Moreno non riaprirà, segnando la fine di una delle esperienze educative più radicate nel tessuto cittadino. La cessazione è stata notificata al Ministero dell’Istruzione a fine marzo, come previsto dalla normativa

La decisione è tutta del nuovo consiglio di amministrazione, insediatosi all’inizio di febbraio dopo gli anni della presidenza di Ettore Morezzi. A comunicarla alle famiglie è stato il neo presidente Maurizio Rossi. Alla base della scelta, spiegano i vertici, c’è una questione di sostenibilità: pochi iscritti — oggi 19 bambini —, un calo demografico costante e una gestione che, anche guardando ai prossimi anni, non offre margini di tenuta.

Sul quadro complessivo pesa anche un passivo legato agli interventi di adeguamento degli immobili di via Siccardi, oggi utilizzati dal liceo Botta, che ospita circa 400 studenti. Nonostante i debiti vengano onorati, la gestione della scuola dell’infanzia continua a registrare perdite significative.

La chiusura avrà conseguenze anche sul piano occupazionale: a fine giugno perderanno il lavoro tre insegnanti, un’ausiliaria, una cuoca e una segretaria amministrativa e didattica. Tutto personale laico, impiegato in una struttura che resta un ente di diritto privato di ispirazione religiosa, con scuola paritaria equiparata al sistema pubblico e gestione affidata a membri nominati dal Vescovo Daniele Salera e dall’assemblea dei parroci benefattori.

Per la cronaca - e non solo per quella - nel consiglio siedono, oltre a Rossi, Maurizio Perinetti, Gianni Celleghin, Massimo Aronica (vicepresidente), don Silvio Faga (segretario), Gigi Buondonno, don Luca Cena ed Elena Ruffino.

Vabbè! Tant'è! Resterà il ricordo... L’Opera Pia Moreno rappresenta infatti un pezzo di storia locale: fondata oltre 180 anni fa dal vescovo Luigi Moreno con il contributo di don Ferrante Aporti, era nata con l’obiettivo di garantire istruzione alle fasce più fragili. Nel tempo aveva ampliato la propria offerta fino a coprire l’intero percorso scolastico, dalle prime classi fino alle superiori, prima di ridursi progressivamente alle sole attività per l’infanzia.

Non a caso la decisione ha già acceso il dibattito pubblico. Tra le prime reazioni quella del consigliere comunale e segretario del Pd eporediese Francesco Giglio. Contesta la scelta e soprattutto le modalità con cui è stata assunta, sottolineando la mancanza di un confronto con la città e il rischio di ridurre il tema educativo a una mera questione economica.

Non tutti, evidentemente la pensano come lui e a tal proposito pubblichiamo una voce non tanto fuori dal coro anticipata dalla redazione di Varieventuali, sul sito www.rossetorri.it

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Libiamo

Al fin si festeggia: un brindisi gioioso dedicato a tutte quelle bambine che non dovranno frequentare il Moreno. Era ora!

A 8 anni la vita scorre lenta, un mese pare un anno e le facce accompagnano i sogni ancora dopo mezzo secolo.

Alla scuola femminile del Moreno si viveva male e si studiava il superfluo: più bella grafia che sincerità, più filastrocche che poesia vera, più far di conto che pensare, più preghiere che fede.

Il sistema puniva e umiliava: ricordo un quaderno sporcato da uno zero spaccato che non riuscivo a confessare ai miei, e il caminetto in cui lo gettai.

Le suore erano cupe, consumate dal dovere della sofferenza, impegnate a insegnare il dolore, a punire chi dimostrava gioia, a legare il braccio a chi usava la sinistra (“la mano del diavolo”) e riprendere chi osava esibire una chioma rossa “come il diavolo”, intente a celebrare le feste con testa china e sguardo basso.

Faceva eccezione solo suor Amelia, colei che portò allegria e gioia in un incubo di rimorsi e giganteschi sensi di colpa.

Suor Amelia – che, guarda un po’, durò un battito d’ali in quel luogo di reclusione – sorrideva, là dove le altre ammonivano e minacciavano. Suor Amelia saltava e giocava, mentre suor Josef, la vera capa, sorriso marrone e alito acido, interrogava col dito alzato e preconizzava l’inferno per te e tua madre che – aveva scoperto interrogando la mia ingenuità – al mare osava indossare addirittura il bikini “come le donnacce”!

E’ che a 8, 9, 10 anni sei piccola e stupida: scegli il vigliacco conformismo in luogo della sana ribellione, desideri ardentemente somigliare a tutte quelle altre un po’ più grigie, un po’ bionde, quelle che vedi normali e senti migliori di te con i tuoi capelli rossi e – orrore! – le lentiggini che forse aveva anche Giuda o comunque qualcuno di veramente cattivo.

E che poi quelli erano proprio gli anni del boom delle nascite, perciò alla scuola di Banchette toccavano i “doppi turni”: un mese al mattino, un mese al pomeriggio.

Perciò qualcuno aveva optato per quel Moreno che costava, sì, ma era gestito da brave donne e forniva pure una mensa.

La mensa del Moreno per noi faceva schifo, probabilmente a causa di quell’odore persistente e della tetraggine che vi regnava. Per fortuna il secondo piatto lo portavamo da casa. E fu proprio una caparbietà cattiva che spinse la direttrice suor Angela – una sadica – a farmi ingurgitare a forza la parmigiana di melanzane della mia mamma (senza dubbio ottima ma non stavo bene) e a farmela vomitare poi per molti anni. Anche lo stomaco non riusciva a dimenticare.

Decidemmo così di andarcene, io e la mia povera sorella mancina col braccio sempre legato. E ce la fecero pagare: esame puntiglioso delle conoscenze liturgiche con tanto di impetuoso ardore nella recita delle preghiere. “Non va bene, ripeti con più convinzione!”.

Alla fine uscimmo dalla gabbia. E da lì cominciammo a ricostruire la nostra vita.

Fu difficile, e alla fine non riuscimmo a perdonare le suore, né il Moreno (un nome che restò in noi come un’ombra scura), né chi aveva permesso tutto questo.

sire

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