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Medio Oriente, guerra e rincari travolgono il Piemonte: imprese sotto pressione, export in caduta libera

Costi energetici e materie prime alle stelle, rallenta anche il terziario per la prima volta dal Covid. Amalberto e Gay: “Serve un’Europa forte o sarà crisi lunga”

Medio Oriente, guerra e rincari travolgono il Piemonte: imprese sotto pressione, export in caduta libera

Andrea Amalberto

Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente, e in particolare la guerra in Iran, continuano a riverberarsi sull’economia reale piemontese, incidendo sul clima di fiducia delle imprese e sulle prospettive per il secondo trimestre del 2026. È quanto emerge con chiarezza dall’indagine congiunturale condotta nel mese di marzo dal Centro Studi dell’Unione Industriali Torino, che ha coinvolto oltre 1.200 aziende manifatturiere e dei servizi del sistema confindustriale regionale. Un’analisi ampia e dettagliata che restituisce un quadro complesso: da un lato una sostanziale tenuta di produzione e occupazione, dall’altro un aumento marcato dei costi, un rallentamento dell’export e segnali di maggiore prudenza, soprattutto nel terziario, che per la prima volta dalla pandemia mostra un indebolimento diffuso.

Il dato che più colpisce riguarda l’impennata dei costi legati a materie prime, logistica ed energia. Dopo dodici trimestri di relativa stabilità, oltre il 70% delle imprese prevede rincari significativi, percentuale che arriva all’85% nel comparto energetico. Un segnale che fotografa con precisione l’impatto delle tensioni internazionali sulle catene di approvvigionamento e sui mercati energetici globali. A questo si affianca una flessione degli ordinativi e una inversione di tendenza per la redditività, che torna negativa, evidenziando un contesto sempre più complesso per il sistema produttivo.

Nonostante questo scenario, le imprese piemontesi mantengono aspettative complessivamente positive su alcuni indicatori chiave. Le previsioni indicano un saldo ottimisti-pessimisti pari al +5,0% per l’occupazione, +3,0% per la produzione e +0,9% per gli ordini totali. Restano invece negativi i consuntivi su export (-5,5%) e redditività (-10,7%), con le esportazioni che registrano una flessione ormai da dodici trimestri consecutivi, segno di una difficoltà strutturale aggravata dal contesto internazionale.

Marco Gay

Marco Gay

Sul fronte degli investimenti emerge una lieve frenata: il 74,6% delle imprese prevede di investire, in calo di 2,5 punti percentuali rispetto alla rilevazione precedente, mentre il 23,9% ha programmato l’acquisto di nuovi impianti, anch’esso in diminuzione di 1,4 punti. Il tasso di utilizzo di impianti e risorse resta stabile al 77%, così come si stabilizza il ricorso alla cassa integrazione, che interessa l’8,8% delle aziende, con una quota che sale all’11,8% nel manifatturiero, pur in calo rispetto a dicembre. Permane inoltre una marcata differenza tra imprese di grandi dimensioni, più ottimiste sulla produzione (saldo +7,1%), e quelle più piccole, che mostrano maggiore cautela (+1,2%).

Uno degli elementi più significativi dell’indagine riguarda il progressivo riavvicinamento tra manifatturiero e terziario. Se infatti l’industria mantiene un andamento relativamente stabile, con indicatori vicini al punto di equilibrio, il settore dei servizi registra un netto peggioramento delle aspettative. Per la prima volta dalla pandemia, tutti gli indicatori del terziario risultano in calo: i saldi restano positivi ma scendono di oltre 15 punti percentuali per produzione e redditività, di oltre 11 punti per gli ordinativi e di 9 punti per l’occupazione. A pesare sono soprattutto le difficoltà nei comparti più esposti al contesto geopolitico, come commercio, turismo e trasporti.

Nel dettaglio, il manifatturiero, che rappresenta circa due terzi del campione, registra saldi leggermente positivi per produzione (+2,9%), nuovi ordini (+0,2%) e occupazione (+5,2%), mentre restano negativi redditività (-13,5%) ed export (-5,2%). Il comparto più in sofferenza è quello metalmeccanico, con un saldo negativo da undici trimestri (-3,5%), in particolare nei settori automotive e macchinari. Segni negativi anche per le manifatture varie (-1,1%), mentre risultano più dinamici il cartario-grafico (+22,2%), il tessile-abbigliamento (+10,3%), l’edilizia e impiantistica (+8,8%) e il chimico (+7,9%). Più prudenti gomma-plastica (+2,0%) e alimentare (+4,1%).

Nel terziario, invece, si registra una vera e propria inversione di tendenza del clima di fiducia. Il settore del trasporto merci e persone passa da un saldo positivo (+8,7% a dicembre) a uno fortemente negativo (-15,6%), mentre commercio e turismo crollano dal +30% al -18,6%. Tengono invece i comparti più legati all’innovazione e ai servizi avanzati, come l’ICT (+14,3%) e i servizi alle imprese (+10,2%).

Focalizzando l’attenzione su Torino, il quadro ricalca quello regionale, con un clima di fiducia che resiste ma mostra segnali di deterioramento su più fronti. Restano positivi gli indicatori per occupazione (+3,8%), produzione (+3,3%) e ordini (+2,0%), ma tutti in calo rispetto alla precedente rilevazione. Cresce la preoccupazione per l’aumento dei costi energetici e delle materie prime, mentre la propensione agli investimenti scende al 72% (dal 77,3%). Anche qui si riduce la quota di imprese intenzionate a investire in nuovi impianti (23,6% contro il 25,3% precedente). Il ricorso alla cassa integrazione si attesta al 10,8%, con una quota più elevata nell’industria (16,2%), mentre resta stabile il tasso di utilizzo degli impianti al 76%. Prosegue infine la fase negativa dell’export, con l’undicesimo dato consecutivo sotto lo zero (-6,1%).

Sul piano politico ed economico, le parole dei rappresentanti del sistema industriale sottolineano la necessità di una risposta europea forte e coordinata. Andrea Amalberto, presidente di Confindustria Piemonte, evidenzia come, dopo settimane di altissima tensione, si intravedano segnali di possibile stabilizzazione in Medio Oriente, ma avverte che le conseguenze della crisi saranno di lungo periodo e richiederanno mesi prima di un ritorno a condizioni di mercato sostenibili, soprattutto per quanto riguarda petrolio e gas. Amalberto sottolinea anche il potenziale dell’Europa, che in un contesto di maggiore distensione potrebbe assumere un ruolo da superpotenza, a patto però di agire con rapidità e unità politica.

Sulla stessa linea Marco Gay, presidente dell’Unione Industriali Torino, che auspica un concreto avvio del percorso di pace e richiama l’Europa alle proprie responsabilità: servono politiche industriali chiare, investimenti, attenzione all’energia e all’innovazione. Secondo Gay, proprio la capacità delle imprese torinesi di continuare a investire rappresenta l’unica strada per evitare uno shock economico più profondo e per rilanciare la crescita.

In sintesi, l’indagine restituisce l’immagine di un sistema produttivo resiliente ma sotto pressione, capace di mantenere una certa stabilità su produzione e occupazione, ma costretto a fare i conti con costi crescenti, margini in calo e un contesto internazionale ancora incerto. Un equilibrio fragile, che rende evidente come le dinamiche globali continuino a influenzare in modo diretto e immediato anche il tessuto economico locale.

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