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Sanità in Piemonte: medici e infermieri scappano. Ecco i numeri della "vergogna"

Dimissioni alle stelle, organici in caduta libera e liste d’attesa fuori controllo: mentre il sistema pubblico si svuota, qualcuno continua a raccontare che va tutto bene

Sanità in Piemonte: medici e infermieri scappano. Ecco i numeri della "vergogna"

Sanità in Piemonte: medici e infermieri scappano. Ecco i numeri della "vergogna"

C’è qualcosa di profondamente grottesco nel modo in cui la giunta regionale continua a raccontare la sanità, come se fosse un fiore all’occhiello da esibire nelle conferenze stampa. La verità? Sotto il tappeto si accumulano macerie. Non siamo più nemmeno alla “crisi”. La crisi è un momento, un passaggio. Qui siamo alla lenta, inesorabile demolizione controllata. Solo che nessuno ha avuto il coraggio — o l’onestà — di dirlo apertamente.

E allora lo fanno i numeri raccolti dal Partito Democratico. Spietati. Inconfutabili. Nel 2025 il sistema sanitario piemontese ha perso più personale di quanto ne abbia guadagnato. Soprattutto quello stabile, quello vero, quello che tiene in piedi reparti e servizi. Medici: meno 66 a tempo indeterminato. Infermieri: meno 457. Tecnici: meno 52. Totale: meno 647. Un’emorragia, non una flessione . E qualcuno ha ancora il coraggio di parlare di “riorganizzazione”.

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Ma il punto non è solo quanti se ne vanno. È perché se ne vanno. Ed è qui che la fotografia diventa una denuncia. Nel 2025 il 55% dei medici che hanno lasciato il servizio sanitario pubblico lo ha fatto dimettendosi. Non pensione, non fine carriera: dimissioni. Stessa storia per il 43% degli infermieri . Tradotto: la gente scappa. Non è un ricambio fisiologico, è una fuga.

Una fuga da cosa? Da un sistema che chiede sempre di più e restituisce sempre meno. Da turni massacranti, da organici ridotti all’osso, da una precarietà strutturale travestita da flessibilità. Da un modello che ha trasformato l’eccezione — il sacrificio — nella regola quotidiana. E che poi si stupisce se il personale sanitario, invece di immolarsi sull’altare del servizio pubblico, prende e se ne va.

“Un edificio pericolante”, lo definisce il consigliere regionale Daniele Valle. Ma forse siamo già oltre: qui siamo all'abbandono, al si salvi chi può. Con le impalcature che scricchiolano e nessuno che si prende la responsabilità di fermare i lavori. Perché nel frattempo la politica fa quello che sa fare meglio: minimizza, diluisce, rinvia.

Eppure i dati sono lì, nudi e crudi. Dal 2019 al 2025 il saldo del personale sanitario è negativo per 1.843 unità. Milleottocentoquarantatré. Non bruscolini, non oscillazioni. Un buco. Dentro ci stanno 1.036 medici e oltre 1.100 infermieri in meno. Una desertificazione progressiva che non è più nemmeno emergenza: è normalità. Ed è proprio questo il problema.

Perché mentre il sistema si svuota, la narrazione resta piena. Piena di slogan, di rassicurazioni, di “stiamo lavorando”, di ospedali e case di comunità, di otto nuovi ospedali... Intanto però, come ricorda Domenico Rossi, il fenomeno viene ignorato. Letteralmente ignorato. Come se fosse un fastidio statistico, non una crisi strutturale. Come se mille e più professionisti che se ne vanno fossero un dettaglio.

E invece no. Perché dietro quei numeri ci sono corsie scoperte, reparti in affanno, servizi che arrancano. Ci sono medici che fanno il lavoro di tre persone. Infermieri che coprono turni impossibili. E cittadini che aspettano. Aspettano settimane, mesi, a volte anni. Oppure pagano. Perché il privato, guarda caso, è sempre lì, pronto, efficiente, competitivo. E sempre più affamato.

E allora viene il sospetto — neanche troppo velato — che questo non sia un incidente. Ma una direzione. Che la progressiva svalutazione del pubblico sia funzionale a rendere il privato non solo un’alternativa, ma una necessità. Lo dice chiaramente Gianna Pentenero: "in un sistema che non valorizza il pubblico, la sanità privata si avvantaggia". E qualcuno, evidentemente, trova che sia un buon affare.

Il paradosso è che tutto questo avviene mentre si continua a parlare di riduzione delle liste d’attesa. Come se bastasse una delibera per accorciare i tempi, quando mancano le persone per erogare le prestazioni. Senza personale, non c’è sistema. Senza sistema, non c’è diritto. Ma si continua a fingere che basti “ottimizzare”.

E poi c’è il tema che nessuno vuole affrontare davvero: chi resta. Perché mentre molti se ne vanno, qualcuno resta. E paga il prezzo più alto. Carichi di lavoro sempre più pesanti, età media sempre più alta — oltre il 53% del personale supera i 50 anni — e un ricambio generazionale che non c’è. I giovani sono pochi, pochissimi. Poco più del 14% sotto i 35 anni . Un sistema che invecchia mentre perde pezzi non è un sistema in difficoltà. È un sistema destinato al collasso.

E allora sì, forse è il caso di smetterla con le mezze parole. Perché qui non si tratta più di “criticità”. Qui si tratta di responsabilità. Politiche, amministrative, strategiche. Di una gestione che ha trasformato una delle colonne portanti del welfare in un organismo fragile, sottofinanziato e sempre più svuotato.

La verità è che la sanità piemontese oggi sopravvive grazie a chi resiste. Non grazie a chi governa. Sopravvive per inerzia, per senso del dovere, per quella testardaggine tutta italiana che spinge medici e infermieri a non mollare, anche quando tutto intorno invita a farlo.

Ma attenzione: l’inerzia non è infinita. E il senso del dovere, quando diventa sfruttamento, prima o poi si spezza.

E quel giorno — che forse non è nemmeno così lontano — non serviranno più report, slide o comunicati stampa. Perché la realtà sarà sotto gli occhi di tutti. E sarà troppo tardi per dire che non si sapeva.

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