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08 Aprile 2026 - 19:29
MOJTABA KHAMENEI IMAM E GUIDA SUPREMA DELLA REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN
Il primo segnale non è arrivato da un comunicato militare, ma dal prezzo del petrolio. Come sempre, quando la politica mente, i mercati parlano. E hanno parlato subito: lo Stretto di Hormuz — il rubinetto da cui passa un quinto del greggio mondiale — era diventato vulnerabile. Non chiuso, ma esposto. È bastato quello. Da lì, la crisi tra Iran, Israele e Stati Uniti ha smesso di essere regionale. È diventata qualcos’altro: un test sulla credibilità americana. E il risultato, per Washington, non è stato rassicurante.
La verità, tolta la vernice della propaganda, è più semplice: la guerra avviata da Israele e Stati Uniti contro Teherannon ha prodotto ciò che prometteva. E quando una guerra non produce ciò che promette, nel linguaggio meno ipocrita possibile, si chiama sconfitta. Non una disfatta plateale, ma una sconfitta politica, strategica, persino simbolica. L’Iranè ancora lì. Non piegato, non isolato, non ridotto al silenzio. E questo basta.
Certo, nessuno ha firmato una resa. Nessuno issa bandiere bianche. Ma è proprio questo il punto: gli obiettivi dichiarati — ristabilire una superiorità indiscussa, neutralizzare Teheran, blindare Hormuz — non sono stati raggiunti. E quando gli obiettivi non vengono raggiunti, le dichiarazioni di vittoria diventano quello che sono: esercizi di retorica.

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Il cessate il fuoco tra il 7 e l’8 aprile 2026 è l’emblema di questa ambiguità. Non è pace, non è ordine, non è stabilità. È una pausa. Fragile, negoziata, temporanea. Con la mediazione del Pakistan — dettaglio non secondario — e con colloqui spostati a Islamabad, cioè lontano dal perimetro occidentale. Associated Press parla di due settimane di tregua dai contorni incerti. Intanto, droni e missili continuano a muoversi. È una guerra che si ferma senza finire. E quando una guerra si ferma senza finire, qualcuno non è riuscito a chiuderla.
Quel qualcuno, in questo caso, sono Stati Uniti e Israele.
Il dato più concreto è questo: l’Iran non è stato neutralizzato. Ha assorbito i colpi e ha mantenuto la sua leva principale — Hormuz. Non serve chiuderlo formalmente. Basta renderlo instabile. Un avviso marittimo del 3 marzo 2026 lo dice chiaramente: nessuna chiusura ufficiale, ma traffico già ridotto drasticamente. È la differenza tra diritto e realtà. E nella realtà, Teheran ha dimostrato di poter disturbare il cuore energetico globale.
I numeri spiegano meglio delle dichiarazioni. Nella prima metà del 2025, secondo la U.S. Energy Information Administration, da Hormuz passavano 20,9 milioni di barili al giorno: il 20% del consumo mondiale. Più 11,4 miliardi di piedi cubi di gas liquefatto, oltre un quinto del commercio globale. Non è un dettaglio geografico: è una strozzatura sistemica. E la superiorità navale americana — che esiste — non è bastata a renderla invulnerabile.
Qui si vede il limite: la potenza militare non si traduce automaticamente in controllo politico. Washington può colpire. Ma non può più garantire, da sola, l’ordine.
Il riflesso diplomatico è stato persino più eloquente. Al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il tentativo americano di imporre una risoluzione su Hormuz è stato bloccato dal veto di Russia e Cina. Non è solo un voto. È un segnale. Gli Stati Uniti non riescono più a trasformare l’azione militare in consenso globale. E senza consenso, la forza resta forza — ma perde legittimità.
Il resto del mondo osserva e prende nota. Non necessariamente per schierarsi, ma per pesare.
I Brics non hanno “vinto”, ma avanzano per inerzia americana. Rappresentano il 39% del PIL mondiale a parità di potere d’acquisto, quasi metà della popolazione globale, oltre il 40% della produzione petrolifera. Non è ancora un nuovo ordine, ma è abbastanza per leggere ogni difficoltà di Washington come un’opportunità.
E l’Iran, in questo quadro, incassa il risultato più importante: non essere stato sconfitto. Che, in politica internazionale, equivale spesso a vincere. Può negoziare senza capitolare, rivendicare resistenza, continuare a pesare sugli equilibri energetici. Non è poco. È esattamente ciò che gli Stati Uniti volevano impedire.
Sul fondo, l’Unione Europea. Spettatrice, ancora una volta. Subisce gli effetti — prezzi, assicurazioni, catene di approvvigionamento — senza incidere sulle cause. Il petrolio sale alla prima tensione e scende appena si parla di tregua. Segno che il sistema resta fragile. E che chi non ha una strategia propria paga sempre il conto.
Attenzione però a non semplificare troppo: l’egemonia americana non è finita. Gli Stati Uniti restano la prima potenza militare globale. Ma qualcosa si è incrinato. La forza non basta più a chiudere le partite. Non basta a imporre un esito. Non basta a evitare che un avversario più debole sopravviva — e dunque resista.
Il punto, allora, non è chi ha vinto. È chi non è riuscito a vincere quando doveva.
Resta una tregua instabile, un Libano in ebollizione, uno Stretto di Hormuz vulnerabile e un sistema internazionale sempre meno disposto a riconoscere un centro unico. E resta un dato politico difficile da aggirare: l’Iran ha dimostrato di poter resistere. Gli Stati Uniti hanno dimostrato di non riuscire più, da soli, a chiudere i conflitti che aprono.
E, nel linguaggio meno elegante ma più onesto, questa è una sconfitta.
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