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Un virus marino infetta l’uomo: primi casi di malattia oculare legata al mare

Presente nei mari di tutto il mondo

Un virus marino infetta l’uomo

Un virus marino infetta l’uomo: primi casi di malattia oculare legata al mare (foto di repertorio)

Un virus che normalmente colpisce pesci e invertebrati marini è stato individuato per la prima volta anche nell’uomo. Si tratta di un caso inedito di salto di specie da organismi acquatici alla nostra specie, con conseguenze dirette sulla salute, in particolare a carico degli occhi.

Il patogeno coinvolto è il covert mortality nodavirus (CmNV), già noto nel mondo marino per la sua capacità di infettare numerose specie, tra cui crostacei, molluschi e altri organismi acquatici. Fino ad oggi non era mai stato osservato nell’uomo.

La scoperta è avvenuta analizzando un gruppo di pazienti colpiti da una forma insolita di patologia oculare. Tutti presentavano gli stessi sintomi: infiammazione della parte anteriore dell’occhio e aumento della pressione interna, una condizione simile al glaucoma che può danneggiare il nervo ottico.

La malattia, identificata come uveite anteriore virale con ipertensione oculare persistente, può evolvere nei casi più gravi fino alla perdita della vista. I dati raccolti mostrano che non si tratta di episodi isolati: decine di pazienti hanno sviluppato lo stesso quadro clinico in un arco temporale di alcuni anni.

L’analisi delle secrezioni oculari ha confermato la presenza del virus in tutti i soggetti esaminati. Un risultato inatteso, perché fino ad oggi i nodavirus erano considerati limitati ad ambienti acquatici.

Un elemento significativo riguarda il profilo dei pazienti. Oltre la metà delle persone colpite lavorava nel settore dell’acquacoltura, a contatto diretto con pesci e organismi marini. Altri avevano consumato pesce o crostacei crudi oppure avevano avuto contatti ravvicinati con soggetti a rischio.

Il virus, infatti, è in grado di infettare un numero molto ampio di specie marine, almeno 49 secondo le conoscenze attuali. Negli animali provoca sintomi come perdita di colore e riduzione dell’attività, ma nell’uomo si manifesta in modo completamente diverso, colpendo l’apparato oculare.

Non è ancora chiaro come sia avvenuto il passaggio all’uomo. Una delle ipotesi è legata a contatti diretti con organismi infetti, soprattutto in presenza di piccole ferite. Non si esclude anche una possibile trasmissione indiretta attraverso superfici contaminate.

Un altro aspetto ancora da chiarire riguarda la trasmissibilità tra esseri umani. Alcuni indizi suggeriscono che il virus potrebbe diffondersi in condizioni particolari, ma al momento non ci sono conferme di una trasmissione sistematica da persona a persona.

Esperimenti condotti su animali hanno mostrato che il virus può trasmettersi attraverso l’acqua, indicando una forte capacità di diffusione negli ambienti acquatici.

Il CmNV è stato individuato in organismi marini presenti in diversi continenti, tra cui Asia, Europa, Africa e Americhe. Questo significa che il virus è già diffuso a livello globale negli ecosistemi marini.

Un ruolo potrebbe essere giocato anche dai cambiamenti ambientali. L’aumento delle temperature marine, legato ai cambiamenti climatici, sembra favorire la diffusione e l’aggravarsi delle infezioni negli animali acquatici. Questo potrebbe aumentare le probabilità di contatto con l’uomo e facilitare nuovi salti di specie.

Al momento non ci sono indicazioni di un rischio immediato su larga scala, ma la scoperta apre un nuovo fronte nella comprensione delle zoonosi, cioè delle malattie che passano dagli animali all’uomo.

Il caso evidenzia come anche ambienti considerati lontani dalla vita quotidiana, come gli ecosistemi marini, possano avere un impatto diretto sulla salute umana.

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