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Ducati in crisi, Pecco in affanno: Aprilia scappa nel Mondiale 2026

Dalla Tripla Corona al ruolo di inseguitrice: la Desmosedici non domina più e il paddock comincia a fare i conti con una nuova gerarchia

Ducati in crisi

Ducati in crisi, Pecco in affanno: Aprilia scappa nel Mondiale 2026

C’era una volta una Ducati imprendibile, padrona della pista, riferimento assoluto della MotoGP. Oggi, dopo appena tre gare del Mondiale 2026, lo scenario è cambiato. E lo è in modo netto, quasi brutale. Nei box di Borgo Panigale si respira un’aria diversa, più pesante, fatta di dubbi tecnici, tentativi di reazione e una consapevolezza difficile da digerire: la Desmosedici non è più la moto da battere.

Il segnale è arrivato forte e chiaro ad Austin. Nessuna Ducati sul podio nella gara lunga, un dettaglio che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrato impensabile. Nella Sprint, Bagnaia ha salvato l’onore con un secondo posto, ma il dato resta: Aprilia ha preso il comando. E non per caso. Le RS-GP sono apparse più veloci, più equilibrate, più efficaci soprattutto nei momenti chiave della gara.

Il sorpasso, forse, era già nell’aria. Gli ultimi GP del 2025 avevano lasciato intravedere segnali di crescita da parte della casa di Noale, ma pochi immaginavano un ribaltamento così rapido degli equilibri. Ducati arrivava da una stagione trionfale, con la Tripla Corona, e sembrava destinata a proseguire il dominio. Invece, l’inverno ha cambiato tutto. Oggi Ducati si ritrova a inseguire. E non è abituata a farlo.

Il problema, secondo i piloti, è tecnico. La GP26 mostra delle lacune evidenti in frenata e inserimento curva, proprio quei settori in cui negli anni aveva costruito il proprio vantaggio. Il risultato è una moto meno precisa, più difficile da gestire e, soprattutto, più esigente sulle gomme.

E qui entra in gioco un altro nodo cruciale: il consumo degli pneumatici. Bagnaia lo ha detto chiaramente, senza giri di parole. Dopo pochi giri, la moto perde competitività, costringendo il pilota a gestire anziché attaccare. Un limite che nelle gare lunghe diventa determinante.

Il problema non è solo di prestazione pura, ma di equilibrio complessivo. Se la moto non frena e non curva come dovrebbe, il carico si sposta altrove. E a pagarne il prezzo sono le gomme posteriori, che si degradano rapidamente. Una catena di conseguenze che Ducati, al momento, non riesce a spezzare.

A complicare il quadro c’è anche la situazione fisica di Marc Marquez, ancora lontano dalla forma migliore dopo gli acciacchi accumulati nelle prime gare. Il suo contributo tecnico, fondamentale per lo sviluppo della moto, risulta inevitabilmente limitato.

Nel frattempo, Aprilia continua a macinare risultati. Vittorie, solidità, una crescita costante che oggi si traduce in una superiorità evidente. Non solo velocità, ma anche gestione gara, capacità di adattamento e una moto che sembra cucita su misura per le esigenze dei piloti. È qui che si gioca la vera partita del Mondiale 2026. Non più Ducati contro il resto del gruppo, ma una sfida aperta in cui Aprilia detta il ritmo e Ducati prova a rincorrere.

A Borgo Panigale non stanno a guardare. Già ad Austin è arrivata una prima risposta, con un nuovo pacchetto aerodinamico posteriore. Alette sotto la sella, modifiche alla coda, soluzioni che richiamano quelle già viste su altre moto della griglia. Un tentativo di recuperare carico e stabilità, sfruttando le libertà regolamentari nella parte posteriore della carena.

Ma nessuno, nel box rosso, si illude che basti. L’aerodinamica può aiutare, può limare qualche decimo, ma non risolve da sola problemi strutturali. Serve un lavoro più profondo, che coinvolga telaio, distribuzione dei pesi, gestione elettronica. Il tempo, però, non è infinito. Il calendario offre una piccola finestra di respiro prima di Jerez, ma il gap da colmare non è minimo. E soprattutto, Aprilia non sembra intenzionata a rallentare.

La sensazione, guardando le prime gare, è che il Mondiale abbia già trovato un nuovo equilibrio. Ducati non è più il riferimento assoluto, e questo cambia tutto: strategie, approcci, persino la mentalità dei piloti. Per anni, chi saliva su una Desmosedici partiva con un vantaggio. Oggi quel vantaggio non c’è più. E anzi, in alcuni casi, sembra essersi trasformato in un limite.

Il paddock osserva, analizza, si adatta. Perché quando cambia il vertice, cambia l’intero sistema. E Ducati, per la prima volta dopo tanto tempo, si trova nella posizione più scomoda: quella di chi deve ricostruire certezze mentre gli altri vincono. La stagione è lunga, certo. Le gerarchie possono ancora cambiare. Ma una cosa è già evidente: il 2026 non sarà la copia del 2025.

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