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Il vescovo chiude la porta ai fedeli in processione. Chi sono "quelli" del Priorato San Carlo di Montalenghe

Dopo il caso di Cuceglio e la processione fermata davanti al santuario, emerge il nodo della Fraternità San Pio X: tra tradizione, tensioni con la Chiesa ufficiale e una presenza radicata anche nel Canavese.

Il vescovo chiude la porta ai fedeli in processione. Chi sono "quelli" del Priorato San Carlo di Montalenghe

Grande scalpore ha provocato in tutta Italia la notizia di una chiesa chiusa ad un gruppo numeroso di fedeli in processione. E' successo sabato 28 marzo. Ma chi erano davvero quei fedeli? È la domanda che, dopo la pubblicazione del primo articolo, molti lettori ci hanno rivolto. Avevamo parlato di una Messa “tradizionale”, avevamo citato i fedeli del Priorato San Carlo di Montalenghe, ma senza entrare fino in fondo in ciò che questo significa. Eppure è proprio lì che si trova la chiave per comprendere quanto accaduto a Cuceglio.

Ripartiamo da quella scena, che resta potente e difficile da ignorare: «Una processione. In cammino per chilometri. La statua della Madonna dei Sette Dolori portata a spalla. Sacerdoti, suore, famiglie. Poi il silenzio. E davanti a tutti, un portone chiuso». Non è solo cronaca. È il punto di contatto tra due visioni della Chiesa che da decenni convivono in tensione.

I fedeli del Priorato San Carlo di Montalenghe appartengono alla Fraternità San Pio X, conosciuta anche con la sigla SSPX. Non si tratta di un gruppo improvvisato né di una realtà marginale. La Fraternità è stata fondata nel 1970 dall’arcivescovo francese Marcel Lefebvre, con l’obiettivo dichiarato di preservare la tradizione cattolica così come era prima delle riforme del Concilio Vaticano II. Da allora è cresciuta fino a diventare una presenza stabile in decine di Paesi, con centinaia di sacerdoti, seminari, scuole e comunità di fedeli.

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La loro pratica religiosa ruota attorno alla Messa tridentina, celebrata in latino, con il sacerdote rivolto verso l’altare, secondo un rito precedente al 1969. È una liturgia più lunga, più silenziosa, più centrata sul senso del sacro. Per chi la frequenta non è una semplice preferenza estetica, ma l’espressione più autentica della fede cattolica.

La differenza non è solo liturgica. È soprattutto teologica e culturale. La Fraternità San Pio X critica apertamente l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e il concetto di libertà religiosa. Secondo questa visione, l’apertura della Chiesa al mondo moderno avrebbe introdotto ambiguità e compromessi ed è esattamente questo il senso delle parole pronunciate da don Aldo Rossi davanti alla porta chiusa: «La verità è esclusiva. Non inclusiva». Non è uno sfogo isolato, ma la sintesi di una posizione consolidata.

E qui si arriva al nocciolo della questione, quello che spiega perché una porta possa restare chiusa. La Fraternità San Pio X riconosce il Papa, ma si trova in una situazione definita “irregolare” all’interno della Chiesa cattolica. La frattura risale al 1988, quando Lefebvre consacrò quattro vescovi senza il mandato pontificio. Da allora il rapporto con Roma è rimasto complesso: negli anni ci sono stati tentativi di riavvicinamento e alcune concessioni (oggi, ad esempio, le confessioni sono considerate valide e i matrimoni possono essere autorizzati), ma la piena integrazione non è mai stata raggiunta.

Questo significa, concretamente, che i sacerdoti della Fraternità non dipendono dai vescovi diocesani e operano in modo autonomo. Da qui gli attriti. Se i santuari e le chiese dipendono dall’autorità dei vescovi, consentire o meno l’accesso a un gruppo legato alla SSPX non è una semplice decisione logistica, ma assume un significato ecclesiale preciso.

Ecco. Diciamo che alla luce di tutto questo, l’episodio di Cuceglio assume contorni più chiari. Non si trattava genericamente di “fedeli in processione”, ma di una comunità ben identificata, con una propria struttura, una propria visione e una posizione non pienamente regolare nella Chiesa.  

Quindi è vero che il pellegrinaggio era stato annunciato con finale senza «Messa, celebrazione liturgica: solo alcune preghiere conclusive, come gesto di devozione», tuttavia, per l’autorità diocesana, anche quel gesto, avrebbe potuto rappresentare qualcosa di più: un riconoscimento implicito.

Ecco perché la decisione attribuita a Don Luca Meinardi, su indicazione del vescovo di Ivrea mons. Daniele Salera, non può essere letta solo come una chiusura materiale. È una scelta che, probabilmente, si colloca dentro una linea precisa: evitare ambiguità sul piano ecclesiale.

Il risultato è quella scena che ha colpito così profondamente: «Una comunità che arriva alla fine del suo cammino. Una chiesa che non si apre. Una fede che resta fuori». La verità è che quella fede, per chi la vive dentro la Fraternità San Pio X, non è percepita come marginale o alternativa. È, al contrario, la continuità con una tradizione che si ritiene intatta e non negoziabile.

È anche per questo che le parole di don Aldo Rossi non suonano, ai suoi fedeli, come un attacco ma come una difesa: «Qui non c’è inclusione. Qui c’è esclusione». Una frase che, letta fuori contesto, può apparire polemica, ma che dentro quella visione assume un significato preciso: la convinzione che la verità non possa essere messa sullo stesso piano delle altre posizioni.

Il caso di Cuceglio, dunque, non è un episodio isolato né un semplice incidente. È il riflesso visibile di una frattura che attraversa la Chiesa da oltre mezzo secolo. Da una parte il tentativo di dialogare con il mondo contemporaneo, dall’altra il desiderio di custodire una tradizione percepita come immutabile. In mezzo, fedeli concreti, famiglie, sacerdoti, che camminano per chilometri e si trovano davanti a una porta chiusa.

E forse è proprio questa immagine, più di ogni analisi, a spiegare perché la vicenda abbia colpito così tanto l’opinione pubblica. Perché non riguarda solo una processione. Riguarda il modo in cui oggi si vive — e si interpreta — la fede cattolica.

asfasdf

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