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Casa Bianca, Trump ferma i lavori? No: è il giudice a bloccare tutto. Senza il Congresso il ballroom non si fa

Il tribunale federale di Washington impone lo stop al progetto da 400 milioni dopo la demolizione dell’ala Est. Il giudice Richard J. Leon: il presidente è custode, non proprietario

Casa Bianca, Trump ferma i lavori? No: è il giudice a bloccare tutto. Senza il Congresso il ballroom non si fa

Donald Trump

All’alba, dietro le paratie di compensato che chiudono il cantiere a est della Casa Bianca, un operaio sollevato il braccio verso la leva dell’escavatore. Poco dopo arriva una telefonata al capocantiere. Ascoltao, annuisce, poi dà l’ordine. I motori si spengono. Nel giro di minuti rimane solo il rumore dei passi sulla ghiaia. Lo stop è arrivato dal tribunale federale di Washington. Il provvedimento porta la firma del giudice Richard J. Leon, che ha fissato un principio netto: il presidente è custode della Casa Bianca, non il proprietario.

Secondo il giudice, l’amministrazione di Donald Trump ha superato i limiti demolendo l’ala Est e avviando un progetto da circa 400 milioni di dollari senza l’autorizzazione del Congresso e senza le procedure pubbliche previste dalla legge. L’ordinanza del 31 marzo 2026 ha fermato immediatamente i lavori e ha cambiato il corso di una vicenda già segnata da contrasti.

Solo a fine febbraio, lo stesso giudice aveva respinto una prima richiesta della National Trust for Historic Preservation (organizzazione per la tutela del patrimonio storico), ritenendo deboli le basi giuridiche del ricorso. In quella decisione aveva però indicato una strada: ripresentare l’istanza con riferimenti normativi più solidi. È quello che è accaduto nelle settimane successive. L’organizzazione ha riformulato il ricorso richiamando, tra l’altro, il divieto di costruire nuovi edifici su suolo federale nel District of Columbia senza un atto del Congresso, previsto dal codice federale (Titolo 40, Sezione 8106), e gli obblighi di valutazione ambientale e storico-architettonica con consultazione pubblica.

casa bianca

Al centro della disputa c’è il progetto voluto da Donald Trump: una grande sala da ballo di Stato destinata a ricevimenti ufficiali ed eventi diplomatici. Per realizzarla è stata demolita l’ala Est della Casa Bianca, un intervento avviato nell’autunno 2025 che ha suscitato proteste tra storici e associazioni di tutela. La spesa stimata supera i 400 milioni di dollari e, secondo la versione dell’amministrazione, sarebbe sostenuta anche da fondi privati, con il coinvolgimento del National Park Service (ente federale che gestisce parchi e siti storici) e di altre agenzie.

Il punto contestato è la natura dell’intervento. L’amministrazione lo ha presentato come una modifica degli spazi esistenti. Il tribunale ha espresso dubbi già a metà marzo, definendo questa interpretazione forzata. La demolizione di un’intera ala e la costruzione di una nuova struttura, secondo il giudice, non possono essere trattate come semplici lavori interni. Da qui la decisione di fermare tutto fino a quando non ci sarà un atto del Congresso e non saranno completate le verifiche previste.

Nel provvedimento, Richard J. Leon ha chiarito che il presidente gestisce un bene pubblico di valore storico e simbolico e non può modificarlo a propria discrezione. Senza un passaggio parlamentare e senza procedure trasparenti, un intervento di questa portata non può andare avanti. È una lettura che richiama il sistema di equilibrio tra i poteri dello Stato e il controllo del Congresso sulle spese e sulle trasformazioni del patrimonio federale.

L’amministrazione di Donald Trump ha reagito attaccando la National Trust for Historic Preservation, definita un’organizzazione radicale, e ha difeso la legittimità del progetto, sostenendo che il finanziamento privato ridurrebbe il peso sui contribuenti e che il presidente avrebbe margini di gestione sugli spazi della residenza. Il tribunale ha però chiesto chiarezza su responsabilità, competenze e basi legali dell’intervento.

L’ordinanza ha effetti immediati. Tutte le attività di cantiere sono sospese, così come i contratti legati ai lavori. L’esecutivo non può adottare atti che rendano il progetto irreversibile. Questo blocco potrebbe comportare costi aggiuntivi e contenziosi tra i soggetti coinvolti. I legali del governo stanno valutando un ricorso in appello o un percorso legislativo, ma ottenere l’approvazione del Congresso appare complesso in un clima politico diviso.

Il nodo resta proprio il Congresso. La Casa Bianca è una proprietà federale regolata da norme che richiedono, per nuove costruzioni o trasformazioni rilevanti, un atto esplicito o un iter che coinvolga enti indipendenti e cittadini. È questo impianto che il giudice ha richiamato, ribadendo che le decisioni su un bene simbolico non possono essere prese unilateralmente.

La vicenda ha riaperto una questione più ampia: chi decide il destino dei luoghi simbolo. Secondo la National Trust for Historic Preservation, l’intervento altera in modo irreversibile l’equilibrio architettonico della residenza presidenziale e richiede un controllo pubblico rigoroso. Dall’altra parte, l’amministrazione sostiene che l’impatto sia stato limitato e che alcune parti siano state conservate.

Per ora il cantiere è fermo e il calendario slitta senza una nuova scadenza. La decisione del tribunale non chiude la partita, ma impone una pausa e fissa un limite preciso all’azione dell’esecutivo. La frase del giudice – il presidente come custode – segna un passaggio destinato a pesare anche oltre questo caso.

Fonti: Tribunale federale del District of Columbia, National Trust for Historic Preservation, National Park Service, Codice degli Stati Uniti (Titolo 40, Sezione 8106).

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