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Torino riscopre il 1848: nasce la giornata della libertà religiosa

Approvata all’unanimità la nuova legge regionale: il 17 febbraio diventa simbolo di memoria e dialogo tra le fedi. “Dal passato una lezione per convivere oggi”

Torino riscopre il 1848: nasce la giornata della libertà religiosa

Torino riscopre il 1848: nasce la giornata della libertà religiosa

Torino torna a interrogarsi sulla propria storia per leggere il presente e orientare il futuro. È stata presentata ieri, nel capoluogo piemontese, la nuova legge regionale dedicata alla memoria dei fatti del 1848, anno simbolo in cui il Regno di Sardegna riconobbe i diritti civili e politici alle minoranze valdese ed ebraica, segnando una svolta decisiva nel percorso verso la modernità dello Stato.

All’incontro hanno preso parte numerose figure di primo piano del mondo accademico, religioso e istituzionale: la prima firmataria della legge Monica Canalis, il giornalista Francesco Antonioli, il costituzionalista Giovanni Boggero, il presidente del Comitato Interfedi Valentino Castellani, il presidente della Comunità ebraica Dario Disegni, la sociologa Stefania Palmisano, la presidente della Fondazione Centro culturale valdese Bruna Peyrot, il pastore Giuseppe Platone, l’onorevole Valdo Spini e il presidente del Concistoro di Torino Sergio Velluto.

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La norma, approvata all’unanimità dal Consiglio regionale il 24 febbraio scorso, istituisce ufficialmente il 17 febbraio come Giornata regionale della libertà religiosa, una data già profondamente radicata nella memoria valdese, che diventa ora patrimonio condiviso dell’intera comunità piemontese. L’obiettivo è duplice: da un lato custodire la memoria storica, dall’altro promuovere una riflessione attuale sui valori della convivenza, del pluralismo e del rispetto reciproco.

Nel corso della presentazione è emerso con chiarezza come il Piemonte rivendichi una tradizione peculiare nel panorama italiano ed europeo: quella di laboratorio precoce di diritti e inclusione. Una tradizione che oggi, in un contesto globale segnato da tensioni identitarie e conflitti anche a sfondo religioso, assume un significato ancora più rilevante.

«Non si tratta solo di ricordare –ha commentato Canalis – ma di attualizzare quei principi». Il riferimento è al tema della libertà religiosa come diritto fondamentale, ancora oggi non pienamente attuato in molti contesti, e al ruolo che le istituzioni possono svolgere nel favorire spazi di dialogo.

Il dibattito ha toccato anche questioni più ampie, come il rapporto tra religione e politica in una fase storica definita da molti come post-secolare, in cui il fenomeno religioso torna a occupare uno spazio pubblico significativo. In questo scenario, le comunità religiose non sono viste soltanto come ambiti di spiritualità privata, ma come attori sociali capaci di contribuire alla coesione, alla mediazione e alla costruzione della pace.

Particolarmente significativa è stata la riflessione sul valore della memoria storica piemontese. Per secoli, infatti, il territorio è stato attraversato da conflitti e discriminazioni legate all’appartenenza religiosa. Ripercorrere quella storia – è emerso – significa anche riconoscere le ferite del passato e trasformarle in strumenti di consapevolezza collettiva.

La legge si propone quindi come un’occasione per rilanciare una riflessione più ampia sul concetto di cittadinanza, che oggi include una pluralità di identità non solo religiose ma anche culturali e sociali. In questo senso, il Piemonte punta a rafforzare il proprio ruolo di modello di inclusione, capace di valorizzare le differenze senza rinunciare alla coesione.

Non sono mancati, infine, gli sguardi rivolti al futuro. Tra gli auspici emersi durante il convegno, quello di estendere esperienze virtuose come il Comitato Interfedi del Comune di Torino ad altri territori, promuovendo reti locali di dialogo strutturato tra le diverse comunità religiose. Parallelamente, è stata auspicata anche una possibile iniziativa legislativa a livello nazionale, che possa aggiornare e rafforzare il quadro normativo italiano sulla libertà religiosa.

In un’epoca attraversata da nuove fragilità e divisioni, Torino e il Piemonte scelgono dunque di ripartire dalla propria storia per riaffermare un principio fondamentale: la libertà religiosa non è solo un diritto da garantire, ma una risorsa da coltivare per costruire società più giuste, aperte e consapevoli.

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