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Medicina
31 Marzo 2026 - 12:30
Nuova terapia senza chemio efficace nell’80% dei casi
Una terapia senza chemioterapia, più mirata, più tollerabile e soprattutto più efficace. È questa la svolta che arriva dalla ricerca sul tumore al polmone, una delle neoplasie più diffuse e difficili da trattare. I risultati dello studio internazionale Krocus, pubblicati su The Lancet Oncology, aprono a un cambio di paradigma: un mix di farmaci biologici capace di far regredire il tumore nell’80% dei pazienti.
Un dato che, per questa patologia, ha il peso di una rivoluzione. Al centro dello studio ci sono due molecole, fulzerasib e cetuximab, utilizzate insieme come trattamento di prima linea in pazienti affetti da tumore al polmone non a piccole cellule con mutazione Kras G12C. Si tratta di una forma particolarmente aggressiva e finora difficile da colpire in modo efficace.
Il risultato è netto: otto pazienti su dieci hanno registrato una riduzione significativa del tumore, con una sopravvivenza libera da progressione di oltre un anno (12,5 mesi in media). E in molti casi, a distanza di tempo, il trattamento continua a funzionare. Dietro questi numeri c’è anche un importante contributo italiano. L’Istituto di Candiolo Irccs, centro di eccellenza nella ricerca oncologica, ha avuto un ruolo centrale nello studio, coordinato a livello internazionale.
“Abbiamo cambiato approccio — spiega Vanesa Gregorc, direttrice della Ricerca Clinica e Innovazione di Candiolo e prima firma dello studio —. Non attacchiamo più tutte le cellule indiscriminatamente, ma agiamo in modo selettivo sulle alterazioni molecolari del tumore”.
È qui il cuore della novità. La terapia non combina più farmaci biologici e chemioterapia, come avveniva fino a oggi, ma utilizza esclusivamente agenti biologici mirati. Un passaggio che riduce drasticamente gli effetti collaterali e migliora la qualità della vita dei pazienti. La chemioterapia, infatti, pur essendo efficace, agisce su tutte le cellule in rapida divisione, colpendo anche quelle sane. Da qui derivano molti degli effetti indesiderati più pesanti: nausea, perdita di capelli, affaticamento, tossicità sistemica.
La nuova strategia, invece, prende di mira un bersaglio preciso: la mutazione Kras G12C, presente in una quota significativa di pazienti con tumore polmonare. Un’alterazione genetica che, fino a pochi anni fa, era considerata quasi “impossibile da trattare”.

Oggi, grazie ai progressi della medicina di precisione, è diventata un punto debole su cui intervenire. Fulzerasib agisce bloccando direttamente la proteina mutata, mentre cetuximab potenzia l’effetto, interferendo con i meccanismi di crescita cellulare. Il risultato è un attacco mirato, che colpisce il tumore senza devastare l’organismo.
Anche sul piano della tollerabilità i dati sono incoraggianti. Lo studio evidenzia che il trattamento è ben gestito dai pazienti, con effetti collaterali limitati e generalmente controllabili. In particolare, fulzerasib non presenta le tossicità epatiche e intestinali tipiche di altri farmaci della stessa categoria.
Gli effetti più comuni riguardano reazioni cutanee, ma di entità contenuta e gestibile. Un elemento non secondario, perché la qualità della vita durante le cure rappresenta oggi uno degli obiettivi principali della medicina oncologica.
Il tumore al polmone resta una delle principali cause di morte per cancro nel mondo. In Italia ogni anno si registrano decine di migliaia di nuovi casi. Tra questi, una parte — circa 4.000 pazienti — potrebbe beneficiare direttamente di questa nuova strategia terapeutica.
Numeri che spiegano perché la comunità scientifica parli di potenziale svolta. Il prossimo passo sarà decisivo. È già in fase di progettazione uno studio di Fase 3, che metterà a confronto questa combinazione biologica con l’attuale standard di cura, basato sulla chemio-immunoterapia.
Se i risultati verranno confermati, potrebbe cambiare completamente l’algoritmo terapeutico per questa forma di tumore. In altre parole, la chemioterapia potrebbe non essere più la prima scelta. Un cambiamento che avrebbe implicazioni enormi, non solo cliniche ma anche culturali. Per decenni la lotta al cancro è stata associata a trattamenti invasivi e pesanti. Oggi la ricerca punta a terapie sempre più personalizzate, mirate e sostenibili.
Il caso dello studio Krocus si inserisce proprio in questa direzione. Non si tratta solo di ottenere risultati migliori, ma di farlo riducendo l’impatto sulla vita dei pazienti. E il ruolo di centri come Candiolo conferma la centralità della ricerca italiana in questo percorso. Un contributo che non si limita alla partecipazione, ma che spesso guida innovazioni destinate a cambiare la pratica clinica.
La strada, naturalmente, non è ancora conclusa. Serviranno ulteriori studi, verifiche e validazioni prima di un’adozione su larga scala. Ma i dati attuali indicano chiaramente una direzione: quella di una medicina sempre più di precisione, capace di colpire il tumore nel suo punto più vulnerabile. Per migliaia di pazienti, significa una possibilità in più. E, forse, un futuro diverso.
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