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Economia
31 Marzo 2026 - 10:03
C’è una differenza sostanziale tra chi osserva un territorio e chi decide di costruirci sopra la propria vita. Marco Brachet ha scelto la seconda strada, abbandonando una carriera da tecnico per trasformarsi in imprenditore agricolo. Una scelta radicale, maturata nel tempo, che oggi prende forma nell’azienda “La Capra e la Panca”, realtà radicata nelle Valli di Lanzo e simbolo di un’agricoltura che prova a resistere tra cambiamenti climatici, instabilità economica e trasformazioni culturali. La sua non è solo una storia personale, ma uno spaccato di cosa significhi oggi fare impresa in montagna.
Come ti presenteresti e come nasce la tua azienda?
“Mi chiamo Marco Brachet-Contol, sono nato a Lanzo e ho vissuto qui praticamente tutta la mia vita. Dopo aver provato a lavorare come dottore agronomo forestale, ho deciso di aprire la mia azienda agricola. Sentivo un legame molto forte con questo territorio e per questo ho scelto di restare. Dal 2009 sono passati parecchi anni e, come volevo, sono ancora qui. All’inizio non è stato semplice, perché partire da zero in un contesto come questo richiede tempo, risorse e anche una certa dose di incoscienza, ma era quello che volevo davvero fare.”
Se dovessi raccontare la tua azienda come una storia, da dove partiresti?
“Partirei da molto lontano, almeno cinquant’anni fa. I terreni dove oggi lavoro, a Montebasso, nel dopoguerra sono stati sfruttati per il legname e poi per il pascolo. A un certo punto sono stati abbandonati perché scoscesi, pietrosi, poveri di nutrienti. Io sono solo l’ultimo tassello di quella storia. La protagonista è la montagna. Io passo sopra quel territorio e cerco di lasciare qualcosa di buono. Quando non ci sarò più, la storia continuerà e io avrò fatto il mio pezzetto. Questa è una cosa che sento molto: non essere il centro, ma parte di qualcosa di più grande.”
La tua azienda nasce da un’eredità o da una scelta personale?
“No, nasce da una scelta mia. Ho studiato scienze forestali e ambientali e il mio lavoro era quello di dare indicazioni sulla gestione del territorio. Però mi sembrava un mestiere poco concreto: si produceva tanta carta ma pochi risultati reali. Ho sentito il bisogno di fare qualcosa di tangibile. È stato un cambiamento drastico e difficile, perché passare dalla teoria alla pratica vuol dire mettersi in gioco completamente, anche economicamente. Però avevo bisogno di vedere il risultato del mio lavoro, non solo immaginarlo o descriverlo.”
C’è stato un momento in cui hai capito che la tua attività funzionava davvero?
“La domanda giusta sarebbe: ci sarà mai un momento in cui lo capirò davvero? Ogni passo che fai ti fa vedere un po’ più lontano, ma anche nuovi obiettivi. Posso dire che sono contento, ma non perché mi attribuisca meriti. Mi è andata bene essere ancora qui dopo quindici anni. Non è scontato. Forse non posso parlare di successo, ma il fatto di essere qui oggi a raccontarlo vuol dire che male non è andata. In agricoltura non esiste un punto di arrivo definitivo, è sempre un equilibrio che va mantenuto.”

Fare agricoltura oggi è più una sfida economica o culturale?
“Entrambe. È soprattutto una sfida di innovazione. Il mondo cambia velocemente e io stesso non mi sento sempre pronto a stare al passo. Mi piacerebbe lavorare come si faceva una volta, ma economicamente non è sostenibile. Oggi devi confrontarti con mercati diversi, con richieste nuove, con normative sempre più complesse. Cerco di trovare un equilibrio tra tradizione e contemporaneità, ma è molto difficile. Devi continuamente adattarti, senza perdere quello che sei.”
Cosa distingue un imprenditore da chi gestisce semplicemente un’attività?
“La visione. È la cosa più importante. Ti permette di capire dove vuoi andare e costruire tutto quello che serve per arrivarci. Però è facile perderla quando sei immerso nel quotidiano. A me è successo spesso. Quando sei preso dalle urgenze, dalle scadenze, dai problemi, rischi di dimenticare il perché hai iniziato. Alcune esperienze fuori dal mio contesto mi hanno aiutato a ritrovarla, a guardarmi con più obiettività. Ogni tanto bisogna uscire per capire dove si è.”
Che consiglio daresti alla pubblica amministrazione per aiutare chi lavora in agricoltura?
“Direi semplicemente di fare bene il proprio lavoro. I servizi sono fondamentali: strade, viabilità, uffici efficienti, informazioni rapide. Prima dei grandi progetti bisogna garantire le basi. Se ho una strada a posto o pratiche gestite velocemente, io imprenditore risparmio tempo e denaro. Questo fa la differenza. A volte si parla di grandi investimenti, ma la vera differenza la fanno le cose semplici che funzionano.”
Hai un esempio concreto?
“Durante il Covid, la possibilità di fare consegne a domicilio è stata fondamentale. Non sono stati grandi investimenti, ma una decisione amministrativa che ha permesso alle aziende di continuare a lavorare. Senza quella flessibilità molti avrebbero chiuso. Questo dimostra che quando le istituzioni funzionano davvero, l’impatto è immediato.”
Qual è la tua preoccupazione più grande per il futuro?
“L’imprevedibilità. Le generazioni prima della mia vivevano in un contesto più stabile. Oggi ogni anno cambia qualcosa. Questo rende difficile investire, innovare, programmare. Quello che funziona oggi potrebbe non funzionare domani. E quando devi fare investimenti importanti, questa incertezza pesa molto.”
Cosa diresti a un giovane che vuole investire in agricoltura?
“Gli direi che è un lavoro molto concreto. Ma prima ancora gli direi di investire in se stesso, nelle proprie idee, in quello che lo fa stare bene. Non è una strada che garantisce successo, anzi. Spesso porta a fallimenti. Però forse è proprio passando da lì che si arriva a qualcosa di autentico. Se lo fai solo per convenienza, difficilmente reggi nel tempo.”
Qual è il tuo obiettivo per il futuro?
“Spero di poter rifare questa intervista tra qualche anno e dire che sono riuscito a valorizzare il latte di capra di Lanzo, trasformandolo in un prodotto artigianale fatto bene. Sarebbe già un grande risultato. Non parlo di crescite enormi o numeri grandi, ma di qualità, di coerenza con quello che faccio.”
La storia di Marco Brachet è quella di un imprenditore che ha scelto la concretezza in un’epoca dominata dall’incertezza. Nelle sue parole emerge un equilibrio continuo tra ambizione e realismo, tra radicamento e adattamento. Fare agricoltura oggi, soprattutto in montagna, non è solo un mestiere ma una scelta di vita che richiede capacità di resistere, di reinventarsi e di mantenere una direzione anche quando il contesto cambia rapidamente.
Nelle Valli di Lanzo, dove lo spopolamento e le difficoltà strutturali rappresentano una sfida quotidiana, esperienze come la sua assumono un valore che va oltre l’economia. Sono presìdi territoriali, ma anche laboratori di futuro. Perché se è vero che l’imprevedibilità domina il presente, è altrettanto vero che senza una visione non esiste alcuna possibilità di costruire ciò che verrà.

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