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Esteri
31 Marzo 2026 - 00:16
NETANYAHU
All’ingresso della Knesset, nel pomeriggio del 30 marzo 2026, un deputato della destra di governo ha mostrato ai giornalisti una spilla a forma di cappio. Poco dopo, l’aula ha approvato con 62 voti favorevoli e 48 contrari una legge che introduce la pena di morte come sanzione ordinaria per i palestinesi condannati per omicidio definito “terroristico”. In aula ci sono stati applausi dai banchi della maggioranza. Fuori dal Parlamento, giuristi e organizzazioni per i diritti umani hanno parlato di una rottura con l’impianto storico del diritto penale israeliano.
Il testo approvato modifica il Codice penale e, per quanto riguarda i Territori occupati, le norme applicate dai tribunali militari. La pena capitale per impiccagione diventa la sanzione prevista per chi uccide intenzionalmente israeliani con finalità considerate terroristiche. Nei tribunali militari della Cisgiordania, che giudicano i palestinesi ma non i cittadini israeliani, i giudici potranno discostarsi dalla pena di morte solo in circostanze eccezionali. Nella giustizia ordinaria, la norma consente di chiedere la pena capitale anche per fatti avvenuti in Israele o a Gerusalemme Est, ma secondo molti osservatori la sua applicazione riguarderà quasi esclusivamente imputati palestinesi. La legge prevede inoltre che non sia necessaria l’unanimità dei giudici per arrivare alla condanna a morte, un punto che ha sollevato forti critiche.

Il provvedimento interviene su un caposaldo della storia giuridica israeliana. Israele aveva abolito la pena di morte per i reati comuni nel 1954, mantenendola solo per casi eccezionali come il genocidio e alcuni reati di tradimento. È stata applicata una sola volta, nel 1962, con l’esecuzione di Adolf Eichmann. Con il voto del 30 marzo 2026, la pena capitale rientra nel sistema sanzionatorio per una categoria specifica di reati, dopo oltre settant’anni.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu è intervenuto in aula per sostenere la legge. Ha detto che chi uccide perderà la propria vita. Dall’opposizione, Gilad Kariv, esponente del Partito laburista (Labour), ha criticato l’assenza dell’unanimità come requisito per una condanna a morte, giudicandola incompatibile con i principi del diritto israeliano. Il costituzionalista Amichai Cohen, dell’Israel Democracy Institute, ha ricordato che, secondo il diritto internazionale, il Parlamento israeliano non dovrebbe legiferare per la Cisgiordania, che non è riconosciuta come territorio sovrano di Israele.
Il punto più contestato riguarda l’ambito di applicazione. I tribunali militari in Cisgiordania hanno competenza sui palestinesi non cittadini israeliani. Rendendo la pena capitale la sanzione ordinaria in questo sistema, la legge incide soprattutto su questa popolazione. Nei tribunali civili, invece, la pena di morte resta una possibilità e non un obbligo. Secondo giuristi e organizzazioni non governative, la combinazione tra definizioni giuridiche, competenze dei tribunali e prassi giudiziarie porterà a un’applicazione quasi esclusiva sui palestinesi, mentre i cittadini israeliani ebrei ne resteranno di fatto esclusi. È su questo punto che si concentra l’accusa di discriminazione.
Le principali organizzazioni per i diritti umani hanno chiesto di fermare la legge già durante l’iter parlamentare. Amnesty International, insieme a centri legali israeliani e palestinesi come Adalah e HaMoked, ha denunciato una riduzione delle garanzie processuali e un impatto sproporzionato sui palestinesi. Le critiche riguardano anche l’intervento legislativo in un territorio occupato, ritenuto in contrasto con il diritto internazionale umanitario.
Sul piano internazionale, alla vigilia del voto i ministri degli Esteri di Germania, Francia, Italia e Regno Unito hanno espresso preoccupazione in una dichiarazione congiunta, definendo il provvedimento eticamente inaccettabile e privo di effetti deterrenti. Dopo l’approvazione, le prese di posizione si sono moltiplicate. Anche l’Unione europea (UE) aveva invitato Israele a rinunciare alla legge.
Il tema della pena di morte per reati di terrorismo è tornato al centro del dibattito israeliano negli ultimi anni, soprattutto dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 e durante la guerra a Gaza e le tensioni in Cisgiordania. Il testo aveva già superato diverse fasi parlamentari nel 2025 e nel gennaio 2026, sostenuto dalla coalizione guidata dal Likud e da partiti della destra radicale come Otzma Yehudit. Tra i promotori, la deputata Limor Son Har-Melech ha sostenuto che la pena capitale possa scoraggiare nuovi attacchi e impedire futuri scambi di prigionieri.
Gli oppositori contestano questa impostazione. Studi comparativi, ricordano, non dimostrano che la pena di morte abbia un effetto deterrente superiore all’ergastolo. Inoltre, sottolineano il rischio di errori giudiziari irreversibili, soprattutto in sistemi come quello militare, dove le garanzie possono essere diverse da quelle della giustizia ordinaria. C’è anche il timore di conseguenze diplomatiche, con possibili ripercussioni nei rapporti tra Israele e i partner europei.
Ora si apre una fase di applicazione concreta e di probabili ricorsi. È atteso un contenzioso davanti alla Corte Suprema israeliana, che potrebbe essere chiamata a valutare la compatibilità della legge con i principi costituzionali e con il diritto internazionale. Organizzazioni come Adalah e HaMoked hanno già annunciato iniziative legali.
Sul piano politico interno, la legge rappresenta un risultato per la maggioranza, in un contesto segnato da insicurezza e tensioni. Per l’opposizione, invece, introduce una giustizia differenziata che rischia di aggravare le divisioni e alimentare ulteriori conflitti. Anche gli apparati di sicurezza, come lo Shin Bet (servizio di sicurezza interno), in passato hanno espresso dubbi sull’efficacia della pena di morte come strumento di deterrenza.
La decisione del 30 marzo 2026 segna un cambio di rotta. In un Paese che per decenni aveva limitato la pena capitale a casi eccezionali, la morte di Stato torna a essere una risposta prevista dalla legge per determinati reati. È una scelta destinata ad avere effetti non solo sul sistema giudiziario israeliano, ma anche sulle relazioni internazionali e sul conflitto con i palestinesi.
Fonti: Knesset, Amnesty International, Adalah, HaMoked, Israel Democracy Institute, dichiarazioni dei ministri degli Esteri di Germania, Francia, Italia, Regno Unito, comunicati Unione europea (UE).
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