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Esteri
31 Marzo 2026 - 00:12
Difendersi costa più che attaccare: perché la guerra con l’Iran sta mettendo in crisi gli Stati Uniti
All’alba, nella luce opaca della base di Al Udeid, un equipaggio ha scaricato casse d’acciaio da un C-17. Dentro, intercettori Patriot PAC-3 MSE, ciascuno con un costo di diversi milioni di dollari. Poco più in là, su un tavolo pieghevole, un ufficiale ha controllato una tabella: per ogni drone Shahed da circa 50 mila dollari lanciato da Teheran, spesso sono serviti più intercettori da 3 o 4 milioni l’uno; per un missile balistico iraniano è entrato in gioco il sistema THAAD (Terminal High Altitude Area Defense), con un costo che supera i 10 milioni per colpo. È una matematica che ribalta le attese: la tecnologia più avanzata non sempre è la soluzione più sostenibile. E mentre le scorte si assottigliano, a Washington la politica ha iniziato a misurare, e in molti casi a frenare, le scelte del presidente Donald Trump.

Nel giro di pochi mesi, la politica estera dell’amministrazione ha registrato una serie di difficoltà che, osservate insieme, delineano un limite strutturale della potenza americana. Il caso della Groenlandia lo ha mostrato con chiarezza. Il ritorno dell’idea di un controllo sull’isola artica ha spinto Danimarca e autorità locali a compattarsi, con proteste pubbliche e un netto rifiuto di qualsiasi ipotesi di trasferimento di sovranità. Anche all’interno della NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) sono emerse preoccupazioni, mentre ex funzionari statunitensi hanno preso le distanze. Il risultato è stato un irrigidimento dei rapporti con alleati tradizionali.
Con il Canada, la stagione dei dazi ha prodotto un effetto opposto a quello previsto. Il governo guidato da Mark Carney ha trasformato lo scontro commerciale in un elemento di coesione interna. Le tariffe sulle automobili sono state definite un attacco diretto e hanno spinto Ottawa a rafforzare la propria strategia industriale e diplomatica, cercando nuove intese nel G7 (Gruppo dei Sette) e tra i Paesi di peso intermedio, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza sia dagli Stati Uniti sia dalla Cina.
Proprio Pechino, nel pieno del confronto tecnologico, ha reagito ampliando le indagini sulle pratiche commerciali americane e rafforzando gli strumenti normativi legati alle terre rare e ai materiali critici. Parallelamente, l’Unione europea ha inserito in un accordo con Washington clausole di tutela contro eventuali pressioni economiche. Il segnale è chiaro: il mercato globale non è più dominato da un solo attore.
Sul piano interno, i contrappesi istituzionali hanno inciso in modo netto. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito il 20 febbraio 2026, con una maggioranza di sei giudici contro tre, che l’IEEPA (International Emergency Economic Powers Act) non autorizza il presidente a imporre dazi in modo unilaterale. La decisione ha riaperto la possibilità di rimborsi e ha ribadito che la politica tariffaria spetta al Congresso. È stata una sconfitta giuridica significativa per la Casa Bianca.
Anche sul fronte militare, l’amministrazione ha cercato di evitare il termine “guerra” per l’operazione contro l’Iran, consapevole delle implicazioni costituzionali. Tuttavia, la dinamica politica non ha cambiato sostanza: alla Camera dei rappresentanti non è passata la risoluzione per interrompere le ostilità, mentre al Senato non si è trovata una maggioranza per limitare i poteri presidenziali. Il messaggio è rimasto ambiguo, ma un punto è emerso con chiarezza: il presidente non dispone di un mandato illimitato.
Il conflitto con l’Iran ha messo in evidenza un’altra criticità. Anche senza operazioni terrestri su larga scala, il consumo di munizioni è stato altissimo. In poche settimane sono stati impiegati migliaia di vettori tra droni e missili. Il Pentagono ha chiesto 200 miliardi di dollari aggiuntivi, mentre il costo delle prime due settimane è stato stimato in decine di miliardi. Nello stesso periodo, il rendimento dei titoli di Stato americani a dieci anni è salito intorno al 4,45 per cento, segnalando un aumento del costo del denaro.
Sul campo, Teheran ha utilizzato ondate di droni a basso costo e missili di varia portata, colpendo infrastrutture energetiche e idriche nel Golfo. Gli Stati Uniti e i partner regionali hanno risposto con un sistema di difesa articolato, basato su Patriot, THAAD, missili SM-3 e SM-6 e aviazione. Le difese hanno limitato i danni, ma al prezzo di un consumo rapido di intercettori. In diversi casi sono stati necessari più lanci per neutralizzare una singola minaccia.
Le vittime sono già nell’ordine delle migliaia tra civili e militari in Iran, Libano, Israele e tra le forze statunitensi. Sul piano diplomatico, la proposta di cessate il fuoco avanzata da Washington è stata respinta da Teheran, che ha presentato una controproposta.
Il problema delle scorte non è nuovo. Già dopo il confronto tra Israele e Iran del giugno 2025, diversi analisti avevano segnalato un consumo significativo di sistemi Patriot e THAAD. Oggi, con un teatro più ampio, il ritmo di utilizzo ha riportato la questione al centro. Il Pentagono ha avviato programmi per aumentare la produzione, ma i tempi industriali restano lunghi. Nel frattempo, si cercano soluzioni meno costose, anche sulla base di tecnologie sviluppate in Ucrainacontro i droni Shahed.
Il punto centrale resta l’asimmetria tra attacco e difesa. Un drone guidato da sistemi commerciali può costare poche decine di migliaia di dollari. L’intercettore che lo abbatte può costarne centinaia di volte di più. Spesso ne servono più di uno. Studi del CSIS (Center for Strategic and International Studies) ricordano che il costo per abbattimento non è l’unico criterio: proteggere infrastrutture strategiche giustifica spese elevate. Ma la scala attuale delle operazioni solleva dubbi sulla sostenibilità di una difesa basata solo sui missili.
Per questo si sta accelerando su sistemi alternativi: difese contro i droni, guerra elettronica, sensori avanzati e tecnologie a energia diretta. I Paesi del Golfo hanno iniziato a integrare queste soluzioni, mantenendo però i sistemi più costosi per contrastare i missili balistici.
In Europa, il rapporto con gli Stati Uniti si è fatto più prudente. Il Parlamento europeo ha approvato un accordo commerciale con Washington inserendo clausole che consentono di sospenderlo in caso di misure discriminatorie. È una risposta diretta alle tensioni recenti. Allo stesso tempo, il Canada ha rilanciato l’idea di una cooperazione tra Paesi per le materie prime critiche, ridisegnando le catene di approvvigionamento per batterie e tecnologie avanzate.
Nel complesso, emerge l’immagine di una potenza che ha testato i propri limiti. Sul piano interno, la Corte Suprema e il Congresso hanno riaffermato i vincoli costituzionali. Sul piano esterno, alleati e rivali hanno reagito con maggiore autonomia. Sul piano militare, l’Iran ha sfruttato la differenza di costi tra attacco e difesa per mettere sotto pressione i sistemi occidentali.
La questione che si pone ora a Washington è concreta: per quanto tempo è possibile sostenere questo ritmo senza indebolire altri fronti, dall’Indo-Pacifico all’Europa. Non si tratta di una sconfitta definitiva, ma di un passaggio che impone scelte più selettive. La politica, l’industria e le alleanze sono tornate a pesare quanto la forza militare.
Fonti: Pentagono, Corte Suprema degli Stati Uniti, Congresso degli Stati Uniti, CSIS (Center for Strategic and International Studies), Parlamento europeo, dichiarazioni ufficiali dei governi di Canada, Danimarca, Iran, analisi di mercato sui titoli del Tesoro USA.
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