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Economia
30 Marzo 2026 - 15:48
Paolo Conta, presidente Confindustria Canavese
Il nuovo DL Fiscale 2026, entrato in vigore il 28 marzo, nasce come correttivo della manovra ma si trova già al centro di un duro scontro con il sistema produttivo. Nel mirino, soprattutto, il ridimensionamento del credito d’imposta legato a Transizione 5.0, con tagli che secondo le imprese arrivano fino al 65% rispetto alle attese.
Una scelta che, nelle intenzioni del governo, punta a contenere la spesa e redistribuire risorse limitate, ma che per le aziende rischia di tradursi in un colpo diretto alla fiducia e alla pianificazione degli investimenti.
A parlare senza mezzi termini è Paolo Conta, presidente di Confindustria Canavese, che descrive il provvedimento come una rottura strutturale del rapporto tra pubblico e privato.
“Il DL che è entrato appena in vigore - dice - è per le nostre imprese più di una doccia gelata, è un vero e proprio stravolgimento del patto tra Stato e Impresa. Le nostre imprese hanno progettato investimenti importanti basandosi su regole scritte e non possono pianificare il futuro con un interruttore ‘on-off’ che si accende e si spegne a seconda delle esigenze di cassa pubblica del momento”.
Il punto più contestato è la retroattività di fatto del taglio. Dopo il blocco tecnico di novembre 2025 – che aveva già congelato centinaia di progetti – molte imprese avevano ripreso a investire proprio sulla base delle indicazioni arrivate dal governo. Ora si trovano con incentivi drasticamente ridotti quando gli impegni sono già stati presi.

La sede di Confindustria Canavese a Ivrea
“Le nuove regole colpiscono duramente chi, basandosi sulle indicazioni ricevute dal governo proprio per porre rimedio a quel blocco, aveva avviato investimenti – prosegue Conta – e lo fa riducendo i contributi fino al 65% per i beni in attesa di consegna. Tanto per essere chiari: un investimento da 1 milione di euro oggi vale quasi 300mila euro in meno di incentivi”.
Una dinamica che, secondo le imprese, mina un principio chiave: la certezza del diritto.
“Vedere oggi quel credito d’imposta previsto tagliato del 65% retroattivamente è un atto che mina le basi stesse del fare impresa in Italia”.
Il tema non è solo politico ma anche finanziario. Il governo indica come possibile alternativa strumenti come l’iperammortamento, ma le aziende contestano l’efficacia della misura.
“Il credito d’imposta garantiva liquidità immediata, mentre la conversione a iperammortamento oltre a scontare una importante riduzione del montante dell’agevolazione, spalma il beneficio su più anni – spiega Conta –. Per un’azienda che ha preso impegni e ha un macchinario in consegna e un mutuo da pagare domani significa un grave ammanco nella pianificazione dei flussi di cassa”.
A livello nazionale, le critiche si concentrano proprio su questo punto: il decreto rischia di trasformarsi in un intervento ex post su investimenti già avviati, con un effetto potenzialmente depressivo sulla fiducia delle imprese. Un rischio evidenziato anche da Confindustria, che parla apertamente di riduzione degli incentivi e impatto sulla competitività.
Nel Canavese, però, la situazione assume contorni ancora più delicati.
“Sstiamo vivendo una situazione che rischia di essere doppiamente critica – sottolinea Conta – se infatti dovremo assorbire gli effetti negativi del provvedimento di riduzione del credito, avendo sul territorio la presenza di un forte settore d’offerta legato all’elettronica e all’automazione, rischiamo anche un impatto negativo sugli ordini aperti e futuri relativi a sistemi tecnologici agevolati dalla misura 5.0”.
Non solo domanda, dunque, ma anche filiera produttiva. Il rischio è che il taglio degli incentivi si traduca in un rallentamento degli ordini, colpendo direttamente le aziende fornitrici di tecnologie.
“Non possiamo stare a guardare e stiamo mappando il danno economico verso le nostre associate”, aggiunge il presidente degli industriali canavesani.
Da qui la richiesta al governo di un intervento correttivo immediato in fase di conversione del decreto: “Chiediamo una clausola di salvaguardia immediata soprattutto per i progetti cosiddetti ‘in attesa di consegna’ che hanno già versato acconti nel 2025. La certezza del diritto non è un optional”.
Il nodo, in definitiva, è tutto qui: la tenuta della fiducia.
“Se lo Stato non rispetta i propri impegni – conclude Conta – il rischio è che le imprese smettano di investire in Italia per guardare altrove. E questo il Canavese, e l’Italia intera, non possono permetterselo”.
Nel frattempo, il decreto resta sotto osservazione anche per altri elementi critici – dal rinvio della tassa sui piccoli pacchi extra-UE alla natura “correttiva” rispetto alla manovra – ma è proprio il capitolo Transizione 5.0 a rappresentare oggi il vero terreno di scontro.
Il rischio, condiviso da più osservatori, è di un effetto boomerang: una misura pensata per mettere ordine nei conti pubblici che finisce per indebolire proprio quella spinta agli investimenti tecnologici che dovrebbe sostenere la competitività del sistema industriale italiano.
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