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Qualcosa di sinistra

Torino in vendita, industria in fuga

Il declino silenzioso di Torino tra dismissioni, industria in ritirata e una città che cambia identità

Torino in vendita, industria in fuga

Torino in vendita, industria in fuga

Il mattino ha il gusto e l’aroma del caffè, ma l’altro giorno, sfogliando il giornale, il caffè s’è fatto amaro, amarissimo, e non c’è niente di peggio. Roba da mollare la tazzina a metà e lasciar cadere il giornale dallo scoramento. La cattiva notizia ha rovinato il piccolo rito mattutino, il che è poca cosa a confronto della mazzata per Torino, con la messa in vendita della storica sede Rai di via Verdi, che dio li strafulmini.

La dismissione dell’immobile, oggi sede della Mediateca Rai che conta una trentina di dipendenti, rientra in una strategia di vendita per finanziare il restyling della sede romana di viale Mazzini. Dall’operazione l’azienda punta a incassare circa 12 milioni di euro. Praticamente nessuna possibilità che la Rai ci ripensi, insomma un’altra cattiva notizia per la città.

Il Rapporto industria e servizi organizzati 2026, realizzato dall’Unione Industriali, dalla Camera di commercio e dal Centro di ricerca Luigi Einaudi, pubblicato a metà di questo mese, ci restituisce una fotografia piuttosto dettagliata dell’economia torinese e del suo hinterland. Nel consultarlo sono subito corsa alla voce manifattura, ed ecco la conferma di un settore in continua contrazione: tra il 2024 e il 2025 ci sono 245 imprese in meno, il manifatturiero rappresenta ormai meno di una impresa su dieci (8,6%) del tessuto produttivo considerato.

I cali più pesanti si registrano nella meccanica e nella gomma-plastica che guidano la flessione; anche la chimica, la moda, il legno e l’elettronica registrano perdite. La metallurgia, il settore più importante (pesa per oltre un quarto del totale) continua a scendere (-2,4%). Insomma, crescono (poco) le attività nei servizi alle imprese e alle persone, calano (di più) quelle agricole, dell’industria e del commercio.

torino

Questi i dati della Torino che, lasciatasi alle spalle il piano regolatore approvato nel 1995 e firmato da Vittorio Gregotti e Augusto Cagnardi, non è più città della manifattura, scomparsa e sostituita anche negli orientamenti urbanistici del futuro piano regolatore «da una città che è diventata plurale: università, ricerca, cultura, turismo, innovazione e nuove forme del lavoro», tutte «situazioni che richiedono nuovi strumenti per la sua gestione».

Nel 2024 i torinesi non superano gli 863 mila, un calo che dai 905 mila del 2013 è stato costante. La popolazione straniera è arrivata a rappresentare il 16 per cento. Le persone sole sono circa 216 mila, quasi la metà delle famiglie ha un unico componente. Continuano a diminuire le coppie con figli e quelle senza figli, mentre aumentano le famiglie monogenitoriali, arrivando a costituire circa dieci famiglie su cento.

«Compito dei decisori è affrontare condizioni drasticamente cambiate, ritirandosi dalle posizioni non più tenibili, ed esplorando opportunità – magari in apparenza meno gloriose - che pure ci sono», è il suggerimento di coloro che, nel 2020 (emergenza sanitaria alle porte), hanno scritto «Chi ha fermato Torino? Una metafora per l’Italia», pubblicato da Einaudi.

Potrebbe essere un buon viatico.

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