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Ombre su Torino

Franca Cugno, una notte di sangue: delitto e silenzi della banda della lupara

Nel febbraio 1978 una telefonata anonima porta i carabinieri davanti a una 500: dentro c’è una ragazza agonizzante. Tra gelosia, criminalità e versioni contraddittorie, emerge uno dei casi più oscuri dell’hinterland torinese

Franca Cugno. Amore, sangue e piombo.

5 febbraio 1978, ore 1.30.

Questa storia inizia con un telefono che squilla. È quello del pronto intervento della caserma dei carabinieri di Moncalieri a cui il 113 ha passato una strana chiamata.

L’uomo alla cornetta è molto agitato, spaventato e sembra avere fretta di mettere giù il prima possibile. Non dice come si chiama ma racconta di aver visto, nei pressi del San Luigi di Orbassano, una macchina ferma con le portiere aperte e con all’interno una ragazza ferita alla testa. Alla prima domanda del milite di servizio, l’interlocutore chiude la conversazione. Potrebbe essere uno scherzo, ma quello è un periodo in cui per certe cose si ride poco: bisogna andare a controllare.

È tutto vero.
Vicino all’ospedale c’è una 500 e, sul sedile del passeggero, c’è una giovane mezza nuda, con solo i jeans addosso. Qualcuno l’ha avvolta in un lenzuolo e in una coperta e l’ha abbandonata in un lago di sangue che le è uscito dal volto semi sfigurato dopo che le hanno sparato. Nonostante una pallottola le abbia quasi cambiato i connotati, un maresciallo la riconosce. L’ha fermata e interrogata molte volte nell’ultimo periodo e, pur non avendola mai arrestata in flagranza di reato, ne conosce gli amici o comunque le persone con cui si accompagna solitamente.

È una ventenne segretaria d’azienda di Piossasco che si chiama Franca Cugno e, cosa più importante, respira ancora. Viene portata alle Molinette e le indagini partono immediatamente.

La notte stessa vengono fatte una serie di visite nelle case dei componenti di quella che viene chiamata “La banda della lupara”. Sono un gruppo di giovani rapinatori dal grilletto facile e dai metodi spicci che in un paio d’anni ha messo a segno diversi colpi ai danni di aziende, banche e coppie d’innamorati.

Franca li frequenta assiduamente, oltre a essere stata la fidanzata di uno di loro, Attilio Di Nicola. Quest’ultimo è a capo di quella consorteria criminale insieme ai fratelli Orazio e Matteo Impagnatiello e a un diciottenne di nome Donato Petralia.
Con gli altri tutti latitanti, è proprio lui a essere immediatamente catturato e a raccontare una parte della vicenda.

La sera del 4 febbraio Donato si trova in un bar del centro di Piossasco con Attilio e Orazio. Probabilmente l’hanno seguita, perché, intorno alle 22, Di Nicola chiede a Petralia di entrare nel cinema di fronte e di portargli Franca che è in sala a guardare un film. A questo punto, sempre nelle sue parole, il diciottenne avrebbe proseguito la serata altrove mentre la ragazza e gli altri due sarebbero andati a casa di Impagnatiello, in via Sangano 1.



Giunti sul posto, i carabinieri trovano l’abitazione deserta ma piena d’indizi che parlano da soli. In camera da letto mancano una coperta e un lenzuolo e sia per terra che su un cuscino in cortile viene trovato molto sangue: è di Franca.

Alla ricerca di un movente, gli inquirenti ipotizzano che la Cugno sia stata punita. Ha visto qualcosa di troppo mentre stava in compagnia di quei delinquenti affascinanti ma senza scrupoli e, forse, in uno dei tanti colloqui che ha avuto con gli “sbirri” si è fatta scappare qualcosa.

Poi però è Petralia a mostrare la strada giusta. Di Nicola e la ragazza avevano avuto una travagliata storia d’amore che però si era interrotta con l’incarcerazione di Attilio qualche mese prima. Dal carcere, il ragazzo aveva saputo che Franca, nel frattempo, si era messa con un altro. “Tutti nel giro sapevano che uscito Di Nicola avrebbe dato una lezione alla fidanzata” conclude Petralia.

Col principale indiziato e i complici in fuga, dopo 3 giorni di coma, l’8 febbraio Franca Cugno muore. L’autopsia esclude la disgrazia e stabilisce che il colpo è stato sparato a bruciapelo e, certamente, non dalla vittima su cui il guanto di paraffina da esito negativo.

Di Nicola e Orazio Impagnatiello vengono arrestati rispettivamente il 25 e il 28 marzo. Interrogato, l’amante tradito della Cugno sostiene che la giovane si è suicidata. Erano effettivamente nell’abitazione dei fratelli, e, dopo aver parlato un po’, era uscito a prendere una boccata d’aria, lasciando la pistola su un mobile. Aveva sentito il boato da fuori e, preso dal panico, aveva rubato un’auto e l’aveva scaricata all’ospedale.

Smentito dai rilievi scientifici e dalla ricostruzione del PM, a processo (celebrato solo nel 1981 perché nel frattempo c’erano 149 membri di BR e Prima Linea da giudicare) cambia versione. Aveva portato Franca in quell’alloggio per parlare ed erano finiti a fare l’amore. Poi lui era andato in bagno e, tornato in camera, l’aveva vista giocare con la pistola. Il colpo era partito nel tentativo di toglierle l’arma dalle mani, una disgrazia insomma.

Arrivati in aula per rispondere di omicidio volontario, i tre, durante il dibattimento, vedono cambiare la loro accusa in omicidio premeditato: Petralia avrebbe attirato la vittima, Impagnatiello ci ha messo la casa e Di Nicola sarebbe stato l’autore materiale. Per tale motivo, dovendo riformulare i loro addebiti, gli imputati vengono scarcerati nel marzo 1983 per decorrenza termini, tornando immediatamente ad essere di nuovo latitanti.

Contumace, Di Nicola (che verrà poi arrestato in maggio) viene condannato a 25 anni e 9 mesi nell’aprile 1983. Assolto totalmente Petralia, Impagnatiello prende 6 anni e 3 mesi per favoreggiamento ma non andrà mai in carcere: viene ucciso nell’ottobre 1984 a Ciminà, in Calabria, durante un conflitto a fuoco nel quale egli stesso ammazza un famoso boss locale.

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