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A Venaria Reale, il referendum sulla giustizia consegna un dato chiaro e ormai definitivo: 11.835 voti per il No (58,23%) contro 8.491 per il Sì (41,77%), con 33 sezioni scrutinate su 33 e un’affluenza alta, pari al 73,96%. È un risultato locale che si inserisce in un quadro nazionale già definito: la riforma è stata bocciata e il fronte del No ha prevalso.
Chi vota, cosa vota, dove e quando: gli elettori venariesi si sono espressi su una riforma sostenuta dal governo guidato da Giorgia Meloni, lo stesso perimetro politico che, a livello locale, sostiene l’amministrazione del sindaco uscente Fabio Giulivi. Il voto arriva oggi, ma cade dentro un calendario preciso: tra poco più di due mesi, il 24 e 25 maggio, la città tornerà alle urne per eleggere sindaco e Consiglio comunale.
Ed è qui che il dato cambia peso.
Perché Venaria non si limita a seguire il risultato nazionale. Lo conferma e lo rafforza con una partecipazione significativa.
Un’affluenza sopra il 70% significa che non è stato un voto marginale o disinteressato, ma una scelta ampia, partecipata, consapevole.
E il risultato è netto. Quasi sei elettori su dieci hanno votato No.
Non è automaticamente un voto contro Giulivi. Sarebbe una semplificazione.
Ma è altrettanto difficile sostenere che sia neutro.
Il sindaco uscente si ricandida, sostenuto da una coalizione unitaria di centrodestra. Punta sulla continuità amministrativa, sulla stabilità, sulla riconferma dell’esperienza di governo cittadino. Ma questo risultato introduce una variabile nuova: una quota larga e mobilitata di elettorato locale ha preso posizione contro una riforma sostenuta dallo stesso campo politico.
E il punto, allora, non è sovrapporre referendum e comunali.
Il punto è un altro: quanto è oggi compatto quel consenso?
Sul fronte opposto, il centrosinistra si presenta unito con Mirco Repetto, sostenuto da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Sinistra Italiana ed Europa Verde. Un’unità che mancava e che ora trova un terreno politico favorevole.
Non a caso, dal Partito Democratico locale arriva una lettura immediata e rivendicata. La consigliera comunale e metropolitana Rossana Schillaci scrive sui social: «Venaria ha detto un grande NO! I cittadini e le cittadine hanno scelto, la giustizia è salva! Grazie a tutt per l'impegno e la passione. Insieme abbiamo difeso la Costituzione!»*.
È una lettura politica, non neutra. Trasforma il risultato in un primo tassello della campagna elettorale. E dice chiaramente come una parte dell’opposizione intende usare questo dato: come prova che una maggioranza alternativa in città è possibile.
Poi c’è il resto del campo.
Andrea Accorsi, candidato civico, con un profilo autonomo e radicato nelle dinamiche consiliari.
Domenico Martelli, con “Venaria Rossa”, che intercetta un’area di sinistra alternativa fuori dai due poli principali.
Quattro candidati. Quattro uomini.
Un dato che resta lì, sullo sfondo, e che continua a dire qualcosa sulla selezione della classe dirigente locale.
Ma la questione centrale resta politica.
Quel 58,23% è un episodio o un segnale?
Se è un episodio, il centrodestra può assorbirlo senza conseguenze.
Se è un segnale, allora cambia il quadro.
Perché il referendum, con un’affluenza così alta, riduce il margine delle letture casuali. Non è un voto di nicchia. È un orientamento diffuso.
La coalizione che sostiene Giulivi oggi non esce sconfitta, ma esce esposta.
Non perde automaticamente consenso amministrativo, ma si trova davanti a un dato che incrina una certezza: quella di un elettorato compatto.
E nelle elezioni comunali, soprattutto al primo turno, sono proprio queste incrinature a fare la differenza.
Anche perché lo scenario resta aperto.
Se nessun candidato supera il 50%, si andrà al ballottaggio.
E lì conteranno gli spostamenti, le convergenze, le disponibilità reali tra i diversi blocchi.
Il referendum non decide le comunali.
Ma a Venaria, oggi, obbliga tutti a fare i conti con una domanda scomoda:
il consenso attorno al centrodestra è ancora solido come prima?
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